mercoledì 3 giugno 2020

Bitcoin, tre settimane dopo l'halving nulla è cambiato. Anzi...

A distanza di quattro mesi dall'ultima volta in cui c'era riuscito, Bitcoin ha superato nei giorni scorsi la soglia psicologica dei 10mila dollari. Anche se la crypto più famosa la mondo è poi ridiscesa da questi valori (vicini ai massimi dell’anno registrati a metà febbraio poco sotto i 10500 dollari), i riflettori comunque si sono riaccesi sul mondo della criptovalute.

Prezzo del Bitcoin e soglia dei 10mila

L'escursione di Bitcoin oltre il 10.000 USD è durata circa mezza giornata. Poi, come spesso succede nel mondo degli asset digitali, è avvenuto un repentino cambio di rotta che ha fatto bruciare tutti i guadagni maturati nelle ultime 24 ore. Resta il fatto comunque che BTC è riuscito a crescere dell'8% in una settimana e del 14% in un mese, trainando il resto del settore. Se consideriamo aprile e maggio, il guadagno arriva a circa il 50%. Il superamento del ‘tappo’ dei 9800 dollari, che per tutto il mese di maggio per ben tre volte aveva respinto l’attacco dei tori di BTC, è comunque un fattore importante.

Lo scenario post-halving

Nelle scorse settimane la criptovaluta principale del panorama è stata interessata da un halving, ovvero un dimezzamento. Lo scorso 12 maggio infatti, il premio per i miner è stato dimezzato per la terza volta (a partire dal blocco 630000), fino a un premio di 6,25 BTC. Un evento che ha catalizzato l'attenzione dei mercati, ma che in definitiva non ha avuto grandi scossoni per Bitcoin. Non c'è stato alcun movimento anomalo, e ormai la volatilità è tornata ai livelli pre-Covid19. Chi conosce il calcolo indicatore RSI forex, non ha visto movimenti anomali neanche di questo strumento.

Clima di fiducia attorno alle crypto

In generale, il settore delle criptovalute ha resistito alla tempesta di panico che ha avuto luogo a marzo, con la fase acuta del Covid. Adesso sembrano pronte a beneficiare di una vasta gamma di interessi istituzionali in crescita. Non a caso molti investitori al dettaglio cercano il trading con bonus senza deposito iniziale, proprio per cominciare a tradare il BTC.

E' interessante osservare anche un altro aspetto, ovvero la crescita della fiducia verso le criptovalute in Europa. Due terzi degli europei intervistati dall'exchange di criptovalute bitFlyer Europe, ritiene che il mondo della digital currencies continuerà a vivere almeno fino al 2030.

lunedì 1 giugno 2020

Mutui subprime, si riaffaccia il timore di una crisi come quella del 2008

Il ciclone Covid ha colpito con violenza anche l'economia americana, che fino a pochi mesi fa si beava di una grande solidità e galoppava verso la piena occupazione. Ma adesso che tutto è cambiato, l'entusiasmo di inizio anno ha lasciato il posto al timore che possa ripetersi la crisi vista nel 2008, anche riguardo ai mutui subprime.

Torna l'incubo dei mutui subprime

La pandemia ha colpito l'economia americana in modo durissimo. Il sistema bancario americano, dopo essere stato travolto dalla grave crisi del 2008, è stato molto più attento a evitare analoghi errori. Sono stati ponderati molto meglio i rischi nella concessione dei finanziamenti. Per questo la botta da Covid finora è stata assorbita benone. Il problema però è che gli USA hanno adesso riscoperto la disoccupazione di massa, arrivata a toccare il 14.7% e destinata a peggiorare ancora.

Un terzo delle famiglie a rischio insolvenza

Cosa c'entra la disoccupazione con i mutui subprime? C'entra eccome, perché la salute economica di famiglie - oltre quella delle istituzioni finanziarie - è drammaticamente peggiorata. Anche quelle che fino a febbraio scorso erano considerate finanziariamente solide, sono sprofondate nella crisi. La botta subita a causa del lockdown, in pratica ha mandato in fumo i parametri in base ai quali erano stati concessi i mutui, spingendone almeno un terzo del totale nella zona rischio. Il riferimento è a quelli già considerati tripla B, che hanno “guadagnato” l’aggiunta di outlook negativo.

Il tampone messo dalla FED

Un terzo delle famiglie forse non riuscirà a far fronte ai propri impegni debitori. Per questo motivo - come ha sottolineato l’agenzia di rating Moody’s - è cresciuto il rischio che scoppi una bolla dei mutui subprime come quella del 2008. Anche se per il momento c'è il sostegno della FED che col suo bazooka a munizioni illimitate mantiene la situazione sospesa, la cosa non potrà durare in eterno. La situazione potrebbe quindi sfuggire di mano, mettendo la politica nella condizione di agire in fretta per scongiurare il ripetersi di una Lehman Brother. La FED infatti prima o dopo dovrà fermarsi, perché altrimenti correrebbe il rischio di danneggiare in modo irreparabile la stabilità stessa della valuta americana.

mercoledì 27 maggio 2020

Mercato del petrolio, le compagnie USA hanno perso un bel po' di interesse

Il mercato del petrolio sta cercando di riorganizzarsi dopo lo shock seguito alla pandemia. Il crollo della domanda innescato dalle misure di lockdown, unito al cronico problema dell'offerta, aveva spinto i prezzi in ribasso a livelli mai visti. Addirittura il WTI era sceso sotto zero a metà aprile. Lo scenario però adesso si sta nuovamente trasformando.

La situazione sul mercato del petrolio

La buona notizia per il mercato del petrolio è il progressivo allentamento delle misure di blocco alle attività produttive. Praticamente in tutto il mondo si sta lentamente tornando alla normalità. La domanda di oro nero sta così risalendo verso i livelli pre-Covid. Nel frattempo, i tagli voluti dall'OPEC+ , pari a 9,7 milioni di barili, hanno ridotto anche il lato dell'offerta. Si spiega così l'ascesa dei prezzi di Brent e WTI oltre il livello dei 30 dollari al barile, generando un Wolfe Wave pattern di inversione sui prezzi.

Gli USA meno attratti dall'oro nero

Ma c'è anche dell'altro all'orizzonte. Dagli Stati Uniti arriva una inversione di tendenza riguardo alla corsa al petrolio. Il calo della produzione- che pure era ipotizzabile visto il tracollo del WTI - è stato infatti più rapido e deciso del previsto. Al punto tale che la riduzione complessiva a stelle e strisce potrebbe essere maggiore di quella concordata in seno all'OPEC+ per Russia e Arabia Saudita. Washington infatti ha già perso circa 2 milioni di barili al giorno, e secondo molti potrebbe scendere fino al doppio.

Calano investimenti e trivelle

La ritirata dallo shale oil è chiara. Alcune delle aziende più famose al mondo americane del mercato del petrolio hanno tagliato gli investimenti della metà, e secondo diversi analisti si tratta di tagli "irreversibili" e non temporanei. Del resto un segnale chiaro è il fatto che, malgrado la ripresa del WTI oltre i 30 dollari, non c'è stata alcuna reazione da parte dei produttori. Anzi, il numero delle trivelle continua a calare da dieci settimane. Nel corso di questo lasso di tempo è sceso di quasi due terzi, a 683 unità secondo Backer Hughes: il minimo da luglio 2009.

lunedì 25 maggio 2020

Presiti o sovvenzioni? La battaglia sul Recovery Fund tra i Paesi UE entra nel vivo

L'economia italiana si aggrappa al piano per il Recovery fund, che la Commissione UE presenterà mercoledì. In ballo per il nostro Paese ci sono fondi che potrebbero avvicinarsi ai 100 miliardi di euro. Non si sa in che misura a fondo perduto e in quanta parte come prestiti.

La battaglia su prestiti e sovvenzioni

Il Recovery fund sarà lo strumento più importante per tamponare gli effetti terribili del Coronavirus sull'economia italiana e sull'economia dell'Eurozona. C'è una proposta sul piatto, quella formulata da Francia-Germania, per sovvenzioni (non prestiti) da 500 miliardi. In una bozza precedente si fermava a 320 miliardi di euro. Ma questa ipotesi ha trovato un grosso ostacolo in alcuni paesi del Nord (Olanda, Danimarca e Svezia) e nell'Austria. Acconsentono agli aiuti ai vari Paesi, ma per lo più in forma di prestiti a condizioni favorevoli in cambio di “un forte impegno a riforme e al quadro di regole fiscali”. Nel dettaglio i 4 frugali propongono di istituire un “Emergency Recovery Fund” della durata limitata a due anni.

Il ruolo delicato della Commissione UE

La Commissione, che aveva anticipato la possibilità di un fondo da 1.000 miliardi, in parte costituto da prestiti e in parte da sovvenzioni, sarà una brutta gatta da pelare. Dal momento che il piano si deve finanziare soprattutto con risorse proprie europee, quindi con i contributi degli Stati, l'esistenza di una forte scontro interno non agevola il compito. Per la presidente Ursula von der Leyen i margini sono risicatissimi. Dovrà cercare un equilibrio che possa convincere tutti ad appoggiare una proposta di compromesso. 

Nord contro Sud

A poco sono serviti finora gli appelli e gli inviti ai Paesi nordici. S'è cercato di convincerli che la loro intransigenza è una forma di autolesionismo: se l'Europa va a fondo, vanno a fondo anche loro che ne fanno parte. I Paesi del Nord sono molto diffidenti soprattutto riguardo al modo in cui i Paesi del Sud potranno spendere eventuali aiuti a fondo perduto. Specialmente Austria e Olanda vogliono condizioni stringenti.

L'Italia invece vorrebbe avere ampio margine di elasticità. Anzi il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha parlato di "prestiti a «fondo perduto, temporalità di medio periodo e senza rigide condizionalità". In mezzo c'è la Commissione, che per poter dare qualcosa in più sarà costretta a prevedere dei paletti sempre più rigidi. Di sicuro ci saranno delle condizionalità forti sulla destinazione degli investimenti. Niente al di fuori della crisi da coronavirus.

mercoledì 20 maggio 2020

Banca centrale svizzera alle prese col problema cambio: il franco svizzero è troppo forte

Il rapporto tra la Banca nazionale Svizzera e la sua valuta è da sempre molto delicato. L'istituto centrale è infatti impegnato in una costante battaglia per tenere il cambio del franco all'interno di uno stretto range, tanto contro l'euro che contro il dollaro. Ma lo scoppio della pandemia ha reso difficile questo compito.

La battaglia della Banca centrale svizzera

La crisi economica globale innescata dal Covid, ha infatti modificato l'orientamento degli investitori. Questi ultimi infatti si sono spinti verso i beni rifugio, come appunto il franco svizzero. Da diverse settimane quindi il CHF è particolarmente forte, e di conseguenza la Banca nazionale svizzera (BNS) è al lavoro per contenere l’apprezzamento (qui invece ci sono le previsioni euro lira turca dollaro). Peraltro l'istituto elvetico non è neppure esente da altri problemi, visto che ha subito una perdita di 38,2 miliardi di franchi nel primo trimestre, proprio a causa della turbolenza sui mercati finanziari. Infatti le sue posizioni in valuta estera hanno subito una perdita di 41,2 miliardi.

Il franco troppo forte

Nonostante la parziale contrazione registrata negli ultimi giorni, frutto del rinnovato appetito al rischio che ha fatto seguito all'allentamento dei lockdown, il franco rimane particolarmente forte rispetto a tutte le principali divise, come si può vedere sulle app trading con bonus senza deposito. Questo tiene sull'allerta a BNS.

Averi a vista a livelli record

Va precisato che la Banca centrale elvetica non comunica mai apertamente se sta operando sul mercato in un determinato momento, e tantomeno in che modo. Di sicuro tra le opzioni per contenere l’apprezzamento, vi è quella di vendere. Un dato però lo abbiamo. Gli averi a vista delle banche svizzere presso la BNS sono arrivati a 673 miliardi di franchi. Si tratta di numeri mai visti, aumentati per la 18esima settimana di seguito. Questo aumento è dovuto anche alla liquidità che la BNS sta fornendo al sistema bancario per la concessione di crediti alle aziende, così da stimolare l'economia. Ma nonostante i suoi sforzi, il cambio per adesso rimane molto elevato, con inevitabili conseguenze per le esportazioni.

lunedì 18 maggio 2020

Crisi economica, il fondo UE per combattere il Covid in ostaggio di 5 Paesi

Il maggiore ostacolo al Recovery Fund (che ora si chiama Recovery Initiative) è un gruppetto piccolo di paesi che hanno un peso piccolo - dal punto di vista economico e demografico - nella UE. Vogliono che il sostegno comunitario per combattere la crisi economica sia il più ridotto possibile. Mentre altri Paesi colpiti in modo durissimo dalla pandemia (come l'Italia), spingono invece per ottenere un sostegno maggiore possibile dalla UE.

Le diverse vedute sulla lotta alla crisi economica

Il gruppetto ostativo è composto da Olanda, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia. Sono elencate in ordine di intransigenza. Da questi Paesi sono partiti i maggiori veti per rendere meno corposo possibile il Recovery Initiative. Se li mettiamo assieme, non riescono a raggiungere la popolazione dell'Italia. Sempre se considerati assieme, non rappresentano neppure un decimo della UE. E sono a malapena un sesto del suo reddito.

Ma si sono messi di traverso, armati di profonda intransigenza, e dopo essere riusciti a tenere il Recovery Initiative sotto i 1000 miliardi, stanno pure sfilacciando il tessuto che era già stato cucito. Il tutto mentre la UE fa i conti con una recessione record.

La battaglia delle cifre

I cinque Paesi nordici sono impegnati a ridurre l'importo del pacchetto europeo per combattere la crisi economica. Vogliono che alla fine non superi i 350 miliardi di euro. Un terzo di quello che i paesi più colpiti invece spingevano inizialmente per avere (quei mille miliardi di aiuti che la Germania sta dando alle proprie imprese). Tra questi Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro. Adesso il compromesso si aggirerà sui 700-800. Tuttavia questo è quello che verrà inserito nella proposta di von der Leyen, sapendo che dovrà essere ritoccato al ribasso proprio per colpa dell'ostracismo dei Paesi nordici.

Il nuovo piano di aiuti dovrebbe essere illustrato dalla von der Leyen a fine maggio, poi ci saranno negoziati al ribasso fra governi il mese prossimo. Serviranno almeno due vertici dei leader dei Paesi, di cui il primo il 18 giugno. Da Roma e Parigi sono già iniziate le operazioni di pressioni sulla von der Leyen, affinché non presenti una proposta troppo timida, sapendo che l'importo di questo piano verrà negoziato al ribasso durante i negoziati di giugno.

giovedì 14 maggio 2020

Mercato del greggio in ripresa, ma sul futuro pesano ancora tante incertezze

Nonostante i piccoli recenti spiragli di luce, il mercato del greggio continua ad essere avvolto da dubbi e incertezze. Dopo il tracollo dei prezzi durante il mese scorso, l'OPEC s'è data da fare per contrastare l'enorme surplus che s'è creato. Colpa di un'offerta cronicamente troppo alta, e di una domanda che è improvvisamente precipitata a causa del Covid.

La ripresa del mercato del greggio

Come detto però, negli ultimi 15 giorni il mercato del greggio è tornato ad avere un po' di respiro. La risalita delle quotazioni prosegue, sia pure a fasi alterne. Si sta sentendo da una parte lo sforzo dei produttori, che ad aprile hanno concordato un maxi taglio di 9,7 milioni di barili al giorno. Dall'altro si sente l'effetto della progressiva ripresa delle economie, dopo l'allentamento delle misure di lockdown. L'ultimo slancio di ottimismo lo hanno dato i report sulle scorte di petrolio negli USA, che sono inaspettatamente scese per la prima volta in 15 settimane.

Sul mercato questa situazione si riflette nei prezzi in aumento. Il Brent è infatti tornato a varcare la soglia dei 30 dollari, mentre il WTI ha rimesso il muso oltre quota 25. I parametri Supertrend indicatore dicono inoltre che la spinta al rialzo dovrebbe proseguire ancora.

Consiglio: il mercato del greggio è fortemente connesso a quello delle valute. Per cui chi vuole negoziare l'oro nero, farebbe bene a studiare anche le tecniche di trading intraday forex.

Quanti problemi ci sono ancora

Tuttavia, i problemi sotto tutt'altro che risolti. Il quadro complessivo del mercato è ancora incerto. I tagli concordati dall'OPEC+, benché corposi non sono sufficienti a compensare l'enorme crollo della domanda. Secondo Goldman Sachs il calo provocato dalla pandemia è di circa 16 milioni di bpd. I tagli record dell'OPEC+ arrivano solo a 9,7 milioni. Lo stesso cartello dei Paesi produttori ha detto di aspettarsi un calo complessivo nel 2020, pari a 9,07 milioni di barili al giorno. In sostanza, questo ammontare di tagli bisognerebbe prorogarlo fino a fine anno per vedere dei seri benefici.

Il tutto passa poi per la ripresa economica. Powell - il numero uno della FED - ha avvertito che gli USA vivranno un "periodo prolungato" di debole crescita economica. Insomma il rilancio delle economie mondiali (e quindi la richiesta di carburante al mercato del greggio) sarà un processo lento e faticoso. Aspettiamoci quindi ancora diversi mesi di pressione sui prezzi dell'oro nero.