L'ultimo giorno di negoziazioni sui mercati finanziari è stato caratterizzato soprattutto dall'annuncio dell'accordo tra Londra e Bruxelles riguardo alla Brexit. Questo consentirà alle operazioni di avanzare al secondo step. La sterlina, dopo averne beneficiato in un primo momento, successivamente si è di nuovo arenata. Ma andiamo per ordine.
Gli accordi e i benefici per la sterlina
Gli accordi raggiunti tra Londra e Bruxelles riguardano soprattutto la questione irlandese. La May ha dovuto fare più di un passo indietro ed accettare gran parte delle richieste europee. Questo è stato il prezzo da pagare per andare avanti sulle trattative riguardanti gli altri nodi rimanenti. Questa notizia aveva dato una grossa spinta alla sterlina, che aveva raggiunto il massimo di 6 mesi contro l'euro (EurGbp è una delle coppie più scambiate forex).
Il freno
Poi però è successo qualcos'altro. La May vorrebbe ottenere un periodo “ponte” di due anni per arrivare alla separazione dalla UE. Questo permetterebbe alle aziende per riorganizzarsi, potendo decidere di continuare ad investire in UK o di trasferirsi altrove. Per questo la seconda fase dei negoziati si annuncia più complessa della prima. Dalla UE però arriva un freno: le trattative riprenderanno verso primavera 2018, e comunque sarà dura raggiungere un'intesa prima del 2019.
Questo ha gettato acqua sul fuoco dell'entusiasmo iniziale. Di conseguenza la sterlina ha fatto di nuovo marcia indietro nel Forex. Il cross eur-gbp quota 08792 (+0,6%) sulle piattaforma dei nostri broker (qui trovi la guida Broker stp o ecn differenze).
Secondo diversi analisti la rimozione del blocco "negoziati" dovrebbe consentire alla sterlina di andare ad apprezzarsi nei confronti dell'euro nel medio termine. Questo anche tenendo conto del fatto che la BCE non ha intenzione di spostare i tassi verso l'alto nel 2018, dal momento che l'inflazione si trova ad un livello basso.
Dopo tanta attesa e tante discussioni, la UE ha approvato la lista dei paesi considerati paradisi del fisco. La famosa black list. Ci sono voluti circa due anni, ma alla fine i Ventotto hanno approvato l'elenco nel corso di una riunione a Bruxelles. La lista comprende 17 paesi, riguardo ai quali non mancano certo dibattiti. Secondo alcuni infatti ci sono delle incongruenze nella scelta dei paesi della lista nera.
Anzitutto vediamo l'elenco: Samoa, Bahrein, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Macao, Isole
Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Saint Lucia, Samoa, Trinidad
e Tobago, Tunisia ed Emirati Arabi Uniti. Questi sarebbero quindi i paesi che secondo la UE non fanno abbastanza per reprimere i programmi di elusione offshore.
I paradisi del fisco
Per arrivare a comporre l'elenco sono stati seguiti tre principi. Il primo è la trasparenza fiscale, il secondo la tassazione equilibrata e infine l'applicazione delle norme dell'Ocse sul trasferimento dei profitti da un paese all'altro. Va detto che inizialmente questo elenco arrivava a ben 92 voci, ma molti paesi proprio per i timori di finire nel listone si sono dati da fare promettendo misure di trasparenza.Un esempio è la Svizzera (ma anche le isole Cayman, Bahamas, Jersey o Guernesey).
Il problema però non si esaurisce alla sola complicazione della lista, perché adesso c'è il dubbio di come utilizzarla. I Ventotto sono infatti divisi riguardo l'ipotesi di adottare delle sanzioni contro i paesi europei che hanno rapporti con quelli della black list.
Il problema è che non ci sono soltanto paesi già "sospettati" di essere paradisi fiscali, come Macao o le isole Marshall. Ci sono infatti anche paesi con cui l'Unione ha firmato generosi accordi commerciali, come ad esempio la Corea del Sud. Oppure paesi con i quali l'Unione intrattiene profondi legali politici come la Tunisia. Oppure paesi importantissimi dal punto di vista geopolitico come gli Emirati Arabi Uniti.
In Italia c'è un patrimonio immobiliare molto ricco... per lo stato. Dalle tasse su immobili infatti ogni anno l'erario incassa circa 40 miliardi di euro. E anche se rispetto al 2015 il gettito è leggermente diminuito (di 3,7 miliardi) per via dell'eliminazione della TASI sull'abitazione principale, rimane comunque una bella cifra. L'ha evidenziato il centro studi della
CGIA (Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre).
Il conto delle tasse su immobili
Ma come si arriva a questo importo? Anzitutto ci sono 9,1 miliardi di euro di gettito generati dagli immobili redditivi (quindi Irpef, Ires, imposta di registro/bollo e cedolare
secca). A questo vanno sommati i 9,9 miliardi che giungono dai trasferimenti di immobili (Iva,
imposta di registro/bollo, imposta ipotecaria/catastale, imposta sulle
successioni e sulle donazioni). La fetta più consistente (21,2 miliardi) arriva però dalla tassazione diretta per il possesso dell'immobile (Imu, imposta di scopo e Tasi).
I problemi connessi alle tasse
La CGIA evidenzia che il sistema di prelievo riferito ai beni immobili crea dei grossi problemi. Poco tempo fa acquistare una abitazione o un immobile strumentale
veniva vissuto come un investimento, mentre adesso le tasse stanno trasformando tutto in un incubo per i proprietari. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio il carico fiscale è diventato enorme.
Ad esempio, il passaggio dall'Ici
all'Imu ha di fatto raddoppiato il prelievo fiscale. Negli ultimi 6 anni infatti si è passati da un gettito erariale di 4,9 miliardi a ben 9,7
miliardi.
Inoltre molti proprietari di seconde o terze case e di immobili ad uso
economico sono sconfortati dnon soltanto dal carico fiscale, ma pure dalle modalità di pagarle. Spesso infatti l'apparato burocratico che attanaglia queste
operazioni le rende pesanti da affrontare. La Banca Mondiale ha evidenziato che per pagare
le tasse in Italia sono necessarie 238 ore all'anno. Praticamente un mese lavorativo.