giovedì 23 aprile 2026

Quotazione del rame di nuovo in volo grazie a un mix di fattori

All'inizio di quest'anno il mercato sembrava essersi preso una pausa dagli acquisti sui metalli. Molti avevano pronosticato la fine di un ciclo speculativo dopo che si erano sopiti i timori riguardo l'impatto dei dazi americani. Invece la quotazione del rame è tornata a correre senza freni. Colpa della guerra in Medio Oriente, ma non solo.

Cosa spinge la quotazione del rame

L'innesco per un nuovo impulso alla corsa della quotazione del rame è giunta dalla crisi in Medio Oriente, che ha scompaginato le carte che in quel momento erano in tavola. Il conflitto ha provocato un'immediata esplosione dei prezzi dell'energia, che sono un fattore fondamentale per l'estrazione e la raffinazione del metallo rosso. L'aumento delle bollette energetiche ha provocato l'effetto di restringere le attività produttive divenute costosissime, e il conseguente deficit di offerta ha fatto ripartire la corsa della quotazione del rame.

Un forte sostegno alle quotazioni giunge anche dalla Cina. Le manovre tattiche di reindirizzamento dei carichi verso gli Stati Uniti in vista di nuovi dazi hanno alimentato la corsa del prezzo.

Un nuovo superciclo

Nel giro di poche settimane, anche grazie ai nuovi timori di rincari dell'inflazione, la quotazione del rame è tornata oltre 6 dollari per libbra e ha ottenuto quattro settimane consecutive di guadagni. Questo scenario ha alimentato la strategia swing trading portata avanti da molti investitori.

Un deficit strutturale

Il problema di fondo resta comunque lo squilibrio di mercato. La quotazione del rame è destinata a rimanere alta a causa di una carenza strutturale sistemica, che si fa più grave a causa dell'aumento della domanda. La fame dell'intelligenza artificiale e dell'elettrificazione rischia di provocare un deficit di offerta stimato in 3 milioni di tonnellate entro il prossimo decennio. 

Purtroppo i progetti minerari sono pochi e soprattutto impiegano dei lustri per essere approvati e costruiti. La situazione di mercato quindi è destinata a rimanere molto nervosa, e chi ha puntato sulla rialzo della quotazione del rame può stare ancora tranquillo per un bel po'.

martedì 21 aprile 2026

Esportazioni, scatta l'allarme sulle conserve di pomodoro made in Italy

Uno dei prodotti di punta del nostro settore agroalimentare è senza dubbio il pomodoro. L'eccellenza ci viene riconosciuta in tutto il mondo, come dimostra il fatto che siamo leader nelle esportazioni di tutti i derivati di questa materia prima agricola. Eppure c'è un allarme che è scattato di recente.

I numeri sulle esportazioni

Come ha evidenziato Anicav, ossia l'associazione che riunisce le imprese produttrici di conserve alimentari vegetali, i numeri delle esportazioni di tutti i derivati del pomodoro hanno registrato un calo tanto in valore quanto in volume.

Complessivamente il valore del nostro export è sceso dell'8% rispetto al 2024, mentre i volumi di prodotto sono calati del 2%. Nonostante questo calo rimaniamo comunque in vetta alla classifica globale dell'export dei derivati. Se l'Europa si conferma il nostro principale mercato di sbocco, con il 60% in valore, gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco extraeuropeo con una quota del 7,5%.

L'impatto dei dazi americani

Sull'andamento del nostro export agroalimentare incidono in modo determinante i dazi americani introdotti da Trump con il Liberation Day. Oltre il 64% delle conserve alimentari, in maggioranza rappresentata da pelati, polpa e pomodorini, sono stati tra i prodotti più colpiti dalle tariffe USA (-7,1%). Il guaio è che si tratta dei prodotti a maggior valore aggiunto.

La concorrenza sleale

Un altro fattore che sta esercitando pressione sulle nostre esportazioni dei derivati di pomodoro è la concorrenza straniera, in particolar modo quella sleale. Il mercato infatti è sempre più inondato di prodotti che non rispettano standard di qualità, sicurezza e sostenibilità e che sono introdotti sui mercati a bassissimo prezzo.

Probabilmente questa è la minaccia più forte per la nostra industria delle conserve, perché la forbice di prezzo tra il nostro prodotto e quello dei competitors si sta allargando sempre di più, mettendo così a rischio le quote di mercato che sono state conquistate nel corso degli anni dalle nostre imprese.

mercoledì 15 aprile 2026

Industria dell'alluminio, la guerra in Medio Oriente può avere un impatto devastante

Ormai abbiamo imparato bene che il conflitto in Medio Oriente genera delle ripercussioni feroci sui prezzi dell'energia, a causa della blocco dello Stretto di Hormuz. Tuttavia gli effetti della guerra potrebbero essere devastanti anche per l'industria di alluminio, a causa dei recenti attacchi iraniani a due grandi complessi di raffinazione dell'area del Golfo.

La guerra minaccia l'industria dell'alluminio

Sul finire di marzo gli attacchi iraniani hanno messo nel mirino gli impianti del sito di Al Taweelah ad Abu Dhabi ed Aluminium Bahrain

A chi è poco pratico dell'industria dell'alluminio questi nomi non dicono niente, ma in realtà i danni significativi provocati a questi complessi di raffinazione rischiano di avere un impatto importante sulle prospettive industriali dei prossimi mesi. Del resto ci sono già segnali in tempo reale molto chiari di questo scenario.

La questione tecnica

A causa delle difficoltà di approvvigionamento legate al passaggio per lo Stretto di Hormuz, questi due impianti già avevano cominciato a tagliare una parte significativa della loro capacità produttiva. E non è poco, perché ognuno dei due è rappresenta circa il 2% dell'offerta globale di alluminio. Gli attacchi avvenuti alla fine di marzo hanno peggiorato la situazione, perché rischiano di innescare un calo strutturale prolungato dell'offerta di metallo.

Senza dilungarci troppo in tecnicismi, diciamo soltanto che l'interruzione prolungata di energia elettrica di fatto danneggiato irrimediabilmente il metallo fuso, e le celle elettrolitiche di alluminio una volta che si congelano richiedono la ricostruzione dell'intera Infrastrutture. Tradotto: il danno provocato può richiedere da 9 ai 12 mesi se non di più, perché non è una semplice manutenzione è proprio un rifacimento strutturale.

Le conseguenze per l'industria dell'alluminio.

Proprio questo scenario è quello che comporta le conseguenze peggiori per l'intero settore. La situazione dell'industria dell'alluminio era già completata di suo a causa di spread trading e premi fisici. Adesso però la situazione rischia di compromettere per lungo periodo la dinamica della domanda e dell'offerta, innescando così un forte aumento delle quotazioni del metallo, che può essere stimato in circa l'11%. Secondo alcune analisti la soglia dei 4 mila dollari per tonnellata non è quindi un'ipotesi da scartare.