mercoledì 29 aprile 2026

Costo alle stelle degli alimenti, questo è il timore più grande per gli italiani

Da quando si è riaccesa la tensione in Medio Oriente, abbiamo visto i prezzi dell'energia schizzare alle stelle e propagare il maggior costo anche agli altri prodotti, sia alimentari che non. Proprio i generi alimentari sono la maggior fonte di preoccupazione degli italiani, secondo un'indagine Eumetra.

Alimenti, energia e il problema del costo

L'indagine ha prodotto un risultato quasi plebiscitario riguardo al timore più diffuso in relazione alle tensioni geopolitiche in corso. L'aumento del costo dei beni alimentari viene indicato infatti dall'84% degli intervistati come la paura maggiore. Del resto non possiamo fare a meno di mangiare, e l'inflazione alimentare sta colpendo tutti i prodotti.

Ma sarebbe difficile anche vivere senza energia, e cos al secondo posto si collocano gli aumenti delle bollette di luce e gas, indicati dal 83% degli intervistati. C'è poi chi teme invece soprattutto il caro carburante: ben 6 italiani su 10 temono di incontrare difficoltà nel reperire carburante alle pompe, e questa preoccupazione è soprattutto sentita tra le donne.

Conseguenze sulla quotidianità

Il nuovo scenario geopolitico internazionale e le sue conseguenze sul costo stanno già provocando uno schema di adattamento flessibile da parte dei consumatori italiani. Giò il Centro Studi Confinudstria di recente ha sottolineato che i consumi sono in calo a causa della guerra
Il 40% ha dichiarato di aver ridotto l'utilizzo dell'auto, a causa del maggior costo del carburante. L'aumento del costo del cherosene e il rischio cancellazioni di voli ha spinto il 28% ha evitare di prenotare viaggi aerei per i prossimi mesi. 

Una discreta fetta, poco più di un quarto degli intervistati, preannuncia un utilizzo più parsimonioso del climatizzatore nelle ore calde. Tra gli altri comportamenti indotti dall'attuale scenario di crisi c'è anche la scelta di mete italiane per le vacanze estive, che siano raggiungibili in auto o treno, ed anche lo smart-working su base volontaria.

Conclusioni

L'attuale scenario conferma che gli italiani sono un popolo ben consapevole della realtà che lo circonda, oltre che fortemente disponibile ad adattare il suo comportamento allo scenario contingente. Tuttavia l'indagine mette in luce anche dei fattori di forte vulnerabilità dei cittadini italiani, soprattutto rispetto al costo e alla disponibilità dei beni essenziali.

giovedì 23 aprile 2026

Quotazione del rame di nuovo in volo grazie a un mix di fattori

All'inizio di quest'anno il mercato sembrava essersi preso una pausa dagli acquisti sui metalli. Molti avevano pronosticato la fine di un ciclo speculativo dopo che si erano sopiti i timori riguardo l'impatto dei dazi americani. Invece la quotazione del rame è tornata a correre senza freni. Colpa della guerra in Medio Oriente, ma non solo.

Cosa spinge la quotazione del rame

L'innesco per un nuovo impulso alla corsa della quotazione del rame è giunta dalla crisi in Medio Oriente, che ha scompaginato le carte che in quel momento erano in tavola. Il conflitto ha provocato un'immediata esplosione dei prezzi dell'energia, che sono un fattore fondamentale per l'estrazione e la raffinazione del metallo rosso. L'aumento delle bollette energetiche ha provocato l'effetto di restringere le attività produttive divenute costosissime, e il conseguente deficit di offerta ha fatto ripartire la corsa della quotazione del rame.

Un forte sostegno alle quotazioni giunge anche dalla Cina. Le manovre tattiche di reindirizzamento dei carichi verso gli Stati Uniti in vista di nuovi dazi hanno alimentato la corsa del prezzo.

Un nuovo superciclo

Nel giro di poche settimane, anche grazie ai nuovi timori di rincari dell'inflazione, la quotazione del rame è tornata oltre 6 dollari per libbra e ha ottenuto quattro settimane consecutive di guadagni. Questo scenario ha alimentato la strategia swing trading portata avanti da molti investitori.

Un deficit strutturale

Il problema di fondo resta comunque lo squilibrio di mercato. La quotazione del rame è destinata a rimanere alta a causa di una carenza strutturale sistemica, che si fa più grave a causa dell'aumento della domanda. La fame dell'intelligenza artificiale e dell'elettrificazione rischia di provocare un deficit di offerta stimato in 3 milioni di tonnellate entro il prossimo decennio. 

Purtroppo i progetti minerari sono pochi e soprattutto impiegano dei lustri per essere approvati e costruiti. La situazione di mercato quindi è destinata a rimanere molto nervosa, e chi ha puntato sulla rialzo della quotazione del rame può stare ancora tranquillo per un bel po'.

martedì 21 aprile 2026

Esportazioni, scatta l'allarme sulle conserve di pomodoro made in Italy

Uno dei prodotti di punta del nostro settore agroalimentare è senza dubbio il pomodoro. L'eccellenza ci viene riconosciuta in tutto il mondo, come dimostra il fatto che siamo leader nelle esportazioni di tutti i derivati di questa materia prima agricola. Eppure c'è un allarme che è scattato di recente.

I numeri sulle esportazioni

Come ha evidenziato Anicav, ossia l'associazione che riunisce le imprese produttrici di conserve alimentari vegetali, i numeri delle esportazioni di tutti i derivati del pomodoro hanno registrato un calo tanto in valore quanto in volume.

Complessivamente il valore del nostro export è sceso dell'8% rispetto al 2024, mentre i volumi di prodotto sono calati del 2%. Nonostante questo calo rimaniamo comunque in vetta alla classifica globale dell'export dei derivati. Se l'Europa si conferma il nostro principale mercato di sbocco, con il 60% in valore, gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco extraeuropeo con una quota del 7,5%.

L'impatto dei dazi americani

Sull'andamento del nostro export agroalimentare incidono in modo determinante i dazi americani introdotti da Trump con il Liberation Day. Oltre il 64% delle conserve alimentari, in maggioranza rappresentata da pelati, polpa e pomodorini, sono stati tra i prodotti più colpiti dalle tariffe USA (-7,1%). Il guaio è che si tratta dei prodotti a maggior valore aggiunto.

La concorrenza sleale

Un altro fattore che sta esercitando pressione sulle nostre esportazioni dei derivati di pomodoro è la concorrenza straniera, in particolar modo quella sleale. Il mercato infatti è sempre più inondato di prodotti che non rispettano standard di qualità, sicurezza e sostenibilità e che sono introdotti sui mercati a bassissimo prezzo.

Probabilmente questa è la minaccia più forte per la nostra industria delle conserve, perché la forbice di prezzo tra il nostro prodotto e quello dei competitors si sta allargando sempre di più, mettendo così a rischio le quote di mercato che sono state conquistate nel corso degli anni dalle nostre imprese.

mercoledì 15 aprile 2026

Industria dell'alluminio, la guerra in Medio Oriente può avere un impatto devastante

Ormai abbiamo imparato bene che il conflitto in Medio Oriente genera delle ripercussioni feroci sui prezzi dell'energia, a causa della blocco dello Stretto di Hormuz. Tuttavia gli effetti della guerra potrebbero essere devastanti anche per l'industria di alluminio, a causa dei recenti attacchi iraniani a due grandi complessi di raffinazione dell'area del Golfo.

La guerra minaccia l'industria dell'alluminio

Sul finire di marzo gli attacchi iraniani hanno messo nel mirino gli impianti del sito di Al Taweelah ad Abu Dhabi ed Aluminium Bahrain

A chi è poco pratico dell'industria dell'alluminio questi nomi non dicono niente, ma in realtà i danni significativi provocati a questi complessi di raffinazione rischiano di avere un impatto importante sulle prospettive industriali dei prossimi mesi. Del resto ci sono già segnali in tempo reale molto chiari di questo scenario.

La questione tecnica

A causa delle difficoltà di approvvigionamento legate al passaggio per lo Stretto di Hormuz, questi due impianti già avevano cominciato a tagliare una parte significativa della loro capacità produttiva. E non è poco, perché ognuno dei due è rappresenta circa il 2% dell'offerta globale di alluminio. Gli attacchi avvenuti alla fine di marzo hanno peggiorato la situazione, perché rischiano di innescare un calo strutturale prolungato dell'offerta di metallo.

Senza dilungarci troppo in tecnicismi, diciamo soltanto che l'interruzione prolungata di energia elettrica di fatto danneggiato irrimediabilmente il metallo fuso, e le celle elettrolitiche di alluminio una volta che si congelano richiedono la ricostruzione dell'intera Infrastrutture. Tradotto: il danno provocato può richiedere da 9 ai 12 mesi se non di più, perché non è una semplice manutenzione è proprio un rifacimento strutturale.

Le conseguenze per l'industria dell'alluminio.

Proprio questo scenario è quello che comporta le conseguenze peggiori per l'intero settore. La situazione dell'industria dell'alluminio era già completata di suo a causa di spread trading e premi fisici. Adesso però la situazione rischia di compromettere per lungo periodo la dinamica della domanda e dell'offerta, innescando così un forte aumento delle quotazioni del metallo, che può essere stimato in circa l'11%. Secondo alcune analisti la soglia dei 4 mila dollari per tonnellata non è quindi un'ipotesi da scartare.

lunedì 13 aprile 2026

Economia mondiale, la guerra in Iran cambia tutte le prospettive

Prima che scoppiasse il conflitto in Medio Oriente, le prospettive per l'economia mondiale erano incoraggianti. Lo scenario però adesso si è capovolto, tanto che - nella migliore delle ipotesi - si può sperare in una leggera frenata.

Le previsioni FMI sull'economia mondiale

Questo capovolgimento di scenario è stato illustrato nei giorni scorsi dal numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, che ha parlato in occasione delle riunioni di primavera a Washington.

Secondo la direttrice dell'Istituto, la crescita dell'economia mondiale sarebbe stata rivista al rialzo per i prossimi mesi, se non fosse nel frattempo intervenuto questo nuovo tragico scenario bellico che ha cambiato completamente le prospettive. Adesso lo scenario migliore prevede una revisione al ribasso della crescita, e probabilmente anche una richiesta supplementare di sostegno da parte dei paesi membri. Tale richiesta viene stimata in un intervallo che va dai 20 ai 50 miliardi di dollari (a seconda di quanto durerà ancora il conflitto).

Cicatrici lunghe da guarire

Secondo l'istituto, gli effetti di questo conflitto sono paragonabili a delle cicatrici che richiederanno moltissimo tempo per essere assorbite dall'economia mondiale. Per questo l'invito agli Stati membri è quello di affrontare la situazione con politiche di bilancio ordinate, evitando interventi precoci e aggressivi, e privilegiando invece un sostegno alla domanda molto calibrato. Il problema maggiore riguarda l'eccessivo debito pubblico che comprime i margini di manovra fiscale per gli Stati membri.

Rischio fame globale

A causa del conflitto c'è stato un fortissimo rincaro dei prezzi dell'energia, che provocherà una brusca accelerazione dell'inflazione per i prossimi mesi. La conseguenza è che milioni di persone che già si trovavano in situazioni di difficoltà economica vedranno ulteriormente aggravarsi questo quadro, e circa 45 milioni di persone potrebbero piombare in uno stato di insicurezza alimentare. Come sottolinea il FMI, il numero di individui che soffrono la fame potrebbe così salire a 360 milioni.

martedì 7 aprile 2026

Mercato petrolifero, l'OPEC+ interviene ma non basta

La situazione in Medio Oriente continua ad essere estremamente tesa, e di fronte a questo scenario così determinante per il mercato petrolifero il cartello dei produttori di greggio ha deciso di aumentare nuovamente le quote produzione.

Le nuove quote sul mercato petrolifero

A partire dal mese di maggio, i membri del cartello OPEC+ hanno deciso di attuare un adeguamento della produzione di 206.000 barili al giorno. È una mossa che replica quella decisa all'inizio di marzo, quando gli otto paesi aumentarono le proprie quote di produzione per il mese di aprile dello stesso importo. 

Il cartello ha sottolineato che ripristinare gli impianti energetici che sono stati danneggiati durante il conflitto in Medio Oriente è un processo costoso e richiederà molto tempo. Ciò potrebbe avere delle ripercussioni sul mercato petrolifero, aggravando le difficoltà di approvvigionamento mondiale di greggio.

Lo stretto al centro di tutto

Il ruolo cruciale in questo conflitto continua ad essere quello dello Stretto di Hormuz, che è strategico per il mercato petrolifero globale. Prima dello scoppio della guerra attraverso questa striscia passava circa un quinto del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto. La chiusura del transito ha spinto i prezzi del petrolio al rialzo, con il Brent che ha superato di nuovo quota 110 dollari per barile.
Inoltre le conseguenze della crisi energetica hanno provocato un effetto domino su altri pezzi e sulla volatilità dei mercati. In sostanza, Hormuz è il nuovo epicentro di una spirale inflativa. 

L'ultimatum di Trump

La crisi nella regione non sembra volgere al miglioramento, almeno nel brevissimo periodo. Anzi, tra poche ore scadrà l'ultimatum lanciato da Donald Trump affinché l'Iran riapra lo stretto di Hormuz. Il presidente statunitense ha minacciato attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane in caso di mancato accordo e di rimozione del blocco del traffico nello Stretto. 

Ma lo scenario non sembra essere al momento indirizzato verso questa prospettiva, tanto che i prezzi del petrolio stanno continuando a crescere. Ma ci ha conseguenze anche su altri mercati, perché ci sono le correlazioni tra valute e materie prime che incidono anche sull'andamento del dollaro.

mercoledì 1 aprile 2026

Mercato dell'auto elettrica, stiamo assistendo ad una grande frenata

Dove doveva rappresentare il futuro della mobilità, e magari sarà ancora così. Ma non adesso a quanto sembra, visto che il mercato dell'auto elettrica sta andando a marcia indietro. Numerosi player del settore infatti hanno deciso di lasciare la corsa all'elettrico nei prossimi mesi, perché questa avventura finora è stata un mezzo disastro.

Cosa accade al mercato dell'auto elettrica

La transizione verso un veicolo a batteria, che da tempo veniva indicata come un destino ineluttabile, è stata sostenuta con fortissimi incentivi pubblici. Finché ci sono stati quelli, il mercato dell'auto elettrica bene o male è andato avanti ed è cresciuto. Una volta che si sono chiusi i rubinetti dei finanziamenti statali, le vendite hanno iniziato a segnare una frenata, perché le auto elettriche sono troppo costose e ancora inaccessibili ai più.

Ma intanto gli investimenti sostenuti dalle aziende sono stati enormi e hanno lasciato dei buchi in bilancio che non potevano essere più ignorati. Ci si metta poi la feroce concorrenza cinese, le cui auto hanno raggiunto vendite record in Italia nel 2025.  

Elettrico, la lunga lista degli addii

Sono ben 12 i grandi costruttori di auto che hanno deciso così di fare retromarcia riducendo drasticamente il proprio impegno nel mercato dell'auto elettrica. Non possono essere loro a trainare la corsa verso l'economia sostenibile

Si va dai marchi iconici lusso come Ferrari, Bentley, Porsche ad altri Player di grande fama come Mercedes Benz, Stellantis, Ford, Volvo. L'ultima in ordine di tempo a inserire la retromarcia è stata la giapponese Honda, che ha annunciato la cancellazione di diversi modelli chiave della sua attesissima "serie 0", per destinare risorse del suo piano industriale verso i veicoli ibridi.

Il fattore emotivo

La strategia politica aziendale che aveva puntato forte sul mercato dell'auto elettrica si è dimostrata un vero flop. Oltre i dati numerici, anche un altro fattore stato sottovalutato colpevolmente, quello emotivo. Lo ha recentemente sottolineato il presidente di Lamborghini, evidenziando come nelle auto elettriche manchino alcuni aspetti, che emotivamente catturavano i guidatori come le vibrazioni le dinamiche di frenata, il.rombo del motore. Senza questi aspetti, guidare non è la stessa cosa.