mercoledì 20 maggio 2026

Investitori, Borse Ue positive trainate dalla fiducia sul tech

Si chiude con un bilancio positivo la giornata delle Borse d'Eurozona, grazie al sostegno del comparto tech (la trimestrale Nvidia è arrivata a mercati chiusi). La possibile svolta diplomatica sull’Iran arriva nel tardo pomeriggio e quindi non è stata "prezzata" dai listini europei, ma potrebbe incidere sull'umore degli investitori nelle prossime sessioni. 
Intanto sul fronte commerciale, l'UE ha chiuso l'atteso accordo sui dazi con gli Stati Uniti.

Il bilancio della giornata per gli investitori

Anche gli investitori di Piazza Affari vivono una giornata positiva. L’indice Ftse Mib chiude a +1,7% e interrompe la serie di tre ribassi consecutivi, iniziata venerdì scorso. Sulla stessa linea, balzo del FTSE Italia All-Share, che archivia la giornata a 51.798 punti. Su di giri il FTSE Italia Mid Cap (+1,63%); sulla stessa linea, effervescente il FTSE Italia Star (+1,61%).

Bene anche gli altri listini del Vecchio Continente. L'indice Dax tedesco che chiude a +1,3%, il Cac40 francese (+1,7%) e l’Ibex35 spagnolo (+2,2%). Positivo l’Euro Stoxx 50 che chiude a +2%. I principali indici azionari statunitensi chiudono nettamente in rialzo in vista degli utili Nvidia.

Titoli migliori e peggiori a Piazza Affari

A Piazza Affari il titolo migliore come è STMicroelectronics (+6,00%), seguito da Avio (+4,1%) e Intesa Sanpaolo (+2,8%). Bene anche le altre banche: Unicredit +2,6%, Banco Bpm +2,6%. Dopo il rally delle ultime settimane cade nuovamente Diasorin -2,8%. Scende l’energia sul calo del petrolio: Eni -1,3%, Saipem -1,7%.
Fuori dal paniere principale vola l’equity con Hensoldt +25%, mentre sprofonda Fidia -37,5%.

Gli altri mercati

Sul mercato forex il cambio euro/dollaro risale verso quota 1,163 e i segnali forex gratis adesso sono in bilico tra vendere e comprare. Fra le criptovalute, in salita il prezzo del Bitcoin che si attesta a quota 77.437 dollari.

Tra le materie prime  il WTI è sceso sotto i 100 dollari al barile per la prima volta da settimane, dopo che il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato alla stampa che i negoziati con l'Iran sono vicini alle fasi finali.  Tonfo del gas naturale europeo: -7,7% sotto i 48 euro per megawattora.
Sull’obbligazionario europeo, in discesa lo spread Btp/Bund che si attesta in area 73 punti base, col decennale italiano al 3,83%.

martedì 19 maggio 2026

Business dei matrimoni, gli italiani spendono sempre di più e fanno pure i debiti

C'è una tendenza in atto da un po' di tempo in Italia, quella di desiderare sempre di meno di sposarsi. Ma nonostante il numero di cerimonie in calo, il dei matrimoni è sempre più ricco nel nostro paese.

Quanto vale il business dei matrimoni

Secondo i dati pubblicati da Istat riferiti al 2024, il numero di matrimoni è sceso del 5,9% rispetto all'anno prima. Complessivamente sono stati celebrati poco più di 173mila eventi nuziali. Eppure il business dei matrimoni tira perché chi decide di compiere il grande passo è disposto a spendere. Spesso anche a indebitarsi pur di celebrare un giorno perfetto.

Perché i matrimoni sono in calo

Dietro la riduzione del numero di matrimoni ci sono diversi fattori. Due però sono quelli più rilevanti. Il primo è di natura demografica, perché essendoci meno giovani nel nostro paese è naturale che ci siano anche meno matrimoni. Il secondo invece è di natura culturale, nel senso che sempre più coppie decidono di andare a convivere senza celebrare il matrimonio formale. Il numero di coppie conviventi è quadruplicato nell'ultimo ventennio, passando da circa 440.000 a oltre 1,7 milioni.

Chi si sposa non bada a spese

Come detto, le coppie che decidono ancora di restare fedeli alle tradizioni e sposarsi sono anche più spendaccione che in passato. Secondo un'indagine effettuata da mUp Research, la spesa media per una coppia è di circa 13.700 euro. Chiaramente trattandosi di un importo medio ci sono delle forti variazioni da caso a caso. La spesa cambia in relazione al numero degli invitati, alla location prescelta e al livello di personalizzazione dell'evento.

Il business dei matrimoni tira ancora, al punto tale che in un contesto economico ancora complicato, pur di liberarsi un evento da sogno c'è chi decide di indebitarsi. La media del prestito per sposarsi è di circa 8800 euro, con una scadenza a 5 anni e una rata media di 175 euro al mese.
La maggior parte dei prestiti viene chiesta nel Sud Italia. Non stupisce questo dato, dal momento che il mezzogiorno è l'area dove il matrimonio continua ad avere un forte valore sociale e religioso. Inoltre il numero medio di invitati è più elevato che nel resto d'Italia, e questo rende il budget medio più alto.

martedì 12 maggio 2026

Prezzo del rame verso i massimi storici dopo il naufragio delle trattative di pace

Le speranze di un cessate il fuoco in Medio Oriente avevano alleviato le pressioni rialziste sul prezzo del rame e di altre materie prime. Ma il fallimento del piano di pace con l'Iran ha riportato di nuovo una spinta rialzista, così il metallo rosso ha raggiunto livelli prossimi ai massimi storici raggiunti a gennaio.

Cosa sostiene il prezzo del rame

Ci sono due driver che agiscono in senso rialzista sul prezzo del rame. Da una parte ci sono le preoccupazioni relative all'offerta, dal momento che il conflitto in corso in Medio Oriente ha quasi sospeso tutte le esportazioni di zolfo e acido solforico, due materie prime che vengono utilizzate nelle raffinerie. 

La Cina ha vietato le esportazioni di acido solforico da maggio, e questa carenza ha costretto il principale produttore di rame, il Cile, a ridurre la capacità e di conseguenza limitare l'offerta. Peraltro la produzione di rame in Cile era già diminuita di circa il 6% nei primi tre mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.

Inoltre il rally è stato alimentato dalle speculazioni sulla carenza di carburante in Perù, dove l'attività delle miniere dipende direttamente dalle forniture di gasolio, che la chiusura dello Stretto di Hormuz continua a impedire.

La spinta della domanda

A questi problemi si aggiungono poi quelli relativi alla domanda che rimane molto sostenuta, perché le aziende tecnologiche hanno bisogno di costruire sempre più data center. Il rame, grazie alla sua utilità nell'elettrificazione e nella tecnologia di rete, è il metallo più importante. Inoltre crescono gli investimenti nella modernizzazione della rete elettrica e nell'energie rinnovabili, altro fattore che stimola la domanda di questo metallo. 
Inoltre la domanda manifatturiera è stata sostenuta anche dalla robusta attività in Cina, dove il PMI è cresciuto al massimo degli ultimi cinque anni.

La corsa del prezzo

In questo scenario non stupisce che il prezzo del rame si mantenga vicino ai massimi storici che vennero toccati nel mese di gennaio. Parliamo di circa 14.000 dollari per tonnellata. Nel giro di poche settimane il prezzo è cresciuto di oltre mille dollari. Non parliamo di effetto slippage trading, ma di un aumento graduale e sostenuto. Settimana scorsa la quotazione è balzata di circa il 3%.

giovedì 7 maggio 2026

Prezzo delle sigarette, arriva la proposta di un maxi rincaro da 5 euro?

L'idea è quella che di fronte ad un rincaro-shock molti consumatori facciano marcia indietro. Il prezzo delle sigarette potrebbe diventare venta un tema caldo per il Parlamento, qualora venissero raggiunte le firme necessarie per depositare una legge di iniziativa Popolare.

L'idea di una stangata sul prezzo delle sigarette

Finora sono passati tre mesi dal lancio della campagna "5 euro contro il fumo", e sono state raccolte più di 40mila firme. Ne servono ancora 10mila per il deposito di una legge di iniziativa Popolare, per cui con ogni probabilità il risultato verrà raggiunto.

Secondo i promotori di questa campagna, l'aumento del prezzo delle sigarette potrebbe essere un deterrente importante per abbattere il numero di fumatori, perché concretizzerebbe una regola base della economia: prezzi più alti riducono la domanda.

Tutto ciò avviene mentre i produttori di tabacco italiani hanno assunto la presidenza di UNITAB EUROPA, consolidando la leadership sul piano produttivo. Il nostro paese infatti il primo produttore europeo di tabacco greggio.

I numeri sul fumo

Va detto che nel nostro Paese il numero dei fumatori negli ultimi anni è decisamente calato, ma soprattutto tra i giovani sta crescendo l'utilizzo delle sigarette elettroniche e dei dispositivi a tabacco con riscaldato. L'industria del tabacco utilizza sistemi di marketing ai quali i giovani sono particolarmente vulnerabili.Erano circa il 3,9% nel 2021 mentre oggi sono schizzati al 7,4% nel 2025. Tuttavia questi prodotti non stanno sostituendo del tutto il fumo tradizionale ma lo affiancano, realizzando così un uso combinato.

Il monito della Commissione Europea

Un recente analisi della Commissione Europea ha messo in evidenza che un giovane su cinque si avvicina ai prodotti a base di nicotina proprio con i dispositivi elettronici punto. Nel frattempo uno studio pubblicato su Carcinogenesis da ricercatori del Nuovo Galles mostra che l'associazione tra sigarette tradizionali ed elettroniche quadruplica addirittura il rischio di tumore ai polmoni rispetto al solo fumo tradizionale.

Perché sarebbe importante tagliare i consumi

L'aumento del prezzo delle sigarette, se dove abbattere l'utilizzo dei prodotti a base di nicotina, avrebbe un impatto enorme sulla salute e sul sistema sanitario nel nostro paese. Si stimano circa 10 milioni di fumatori e 93 mila decessi ogni anno legati al consumo di tabacco. Il fumo è ancora il principale fattore di rischio oncologico, oltre ad essere associato a patologie cardiovascolari e respiratorie.

Un beneficio lo avrebbero anche le casse dello Stato, perché se da un lato la riduzione dei consumi significherebbe anche minori entrate legate alle tasse, dall'altro l'aumento del prezzo potrebbe comportare entrate aggiuntive da destinare al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale.

lunedì 4 maggio 2026

Lavoro negli USA, nuovi dati in settimana. Ma il tema caldo resta la guerra

La possibilità che possa esserci un altro round di colloqui per raggiungere il cessate il fuoco nella guerra del Golfo sarà ancora il tema cruciale per i mercati nei prossimi giorni. A livello macro invece il clou saranno i nuovi dati sul lavoro negli Stati Uniti, mentre diverse banche centrali decideranno sui tassi di interesse.

Il Medio Oriente e i dati sul lavoro negli USA

Questa prima settimana di maggio continuerà ad essere focalizzata soprattutto sulla situazione nel Golfo. Ma come abbiamo detto, c'è anche un importante dato macro in arrivo: il report sul lavoro negli USA. Dal momento che la Federal Reserve si è mostrata divisa sull'opportunità ritoccare i tassi, questo dato macro assume un'importanza fondamentale per i mercati, perché può orientare la politica monetaria USA.

Oltre questo, ci sono altri dati in pubblicazione come l'indice preliminare di fiducia dei consumatori del Michigan, la bilancia commerciale e la vendita di nuove case. Fattori che potrebbero influenzare il dollaro, che di recente è sceso al minimo dell'ultimo mese.

Sempre dal mercato a stelle e strisce arriveranno importanti indicazioni sul fronte societario, vista la pubblicazione dei numerosi rapporti trimestrali. Spiccano quelli di Palantir, AMD, Pfizer, Disney e McDonald's. Pubblicazioni che muoveranno di sicuro anche le mani forti nel trading.

L'Europa e il resto del mondo

Dopo che la BCE è la Bank of England hanno mantenuto i tassi invariati, in Europa sono in arrivo le decisioni anche della Ricksbank svedese che della Norges Bank norvegese. Inoltre la BCE pubblicherà la sua relazione annuale del 2025.
Tra i dati macro chiave spiccano la bilancia commerciale della Germania e le vendite al dettaglio della Eurozona.

Gli eventi altrove

Volgendo lo sguardo altrove, è attesa la riunione di politica monetaria della Banca del Messico. In Cina i dati commerciali saranno in focus per i mercati, mentre in Giappone gli investitori potranno leggere i verbali della riunione di marzo della Bank of Japan.
Grande attesa per la riunione di politica monetaria della Reserve Bank of Australia, che dovrebbe aumentare il tasso di interesse di 25 punti base a causa dell'intensificarsi dei rischi inflazionistici.
In Nuova Zelanda saranno pubblicati i report sul lavoro.

mercoledì 29 aprile 2026

Costo alle stelle degli alimenti, questo è il timore più grande per gli italiani

Da quando si è riaccesa la tensione in Medio Oriente, abbiamo visto i prezzi dell'energia schizzare alle stelle e propagare il maggior costo anche agli altri prodotti, sia alimentari che non. Proprio i generi alimentari sono la maggior fonte di preoccupazione degli italiani, secondo un'indagine Eumetra.

Alimenti, energia e il problema del costo

L'indagine ha prodotto un risultato quasi plebiscitario riguardo al timore più diffuso in relazione alle tensioni geopolitiche in corso. L'aumento del costo dei beni alimentari viene indicato infatti dall'84% degli intervistati come la paura maggiore. Del resto non possiamo fare a meno di mangiare, e l'inflazione alimentare sta colpendo tutti i prodotti.

Ma sarebbe difficile anche vivere senza energia, e cos al secondo posto si collocano gli aumenti delle bollette di luce e gas, indicati dal 83% degli intervistati. C'è poi chi teme invece soprattutto il caro carburante: ben 6 italiani su 10 temono di incontrare difficoltà nel reperire carburante alle pompe, e questa preoccupazione è soprattutto sentita tra le donne.

Conseguenze sulla quotidianità

Il nuovo scenario geopolitico internazionale e le sue conseguenze sul costo stanno già provocando uno schema di adattamento flessibile da parte dei consumatori italiani. Giò il Centro Studi Confinudstria di recente ha sottolineato che i consumi sono in calo a causa della guerra
Il 40% ha dichiarato di aver ridotto l'utilizzo dell'auto, a causa del maggior costo del carburante. L'aumento del costo del cherosene e il rischio cancellazioni di voli ha spinto il 28% ha evitare di prenotare viaggi aerei per i prossimi mesi. 

Una discreta fetta, poco più di un quarto degli intervistati, preannuncia un utilizzo più parsimonioso del climatizzatore nelle ore calde. Tra gli altri comportamenti indotti dall'attuale scenario di crisi c'è anche la scelta di mete italiane per le vacanze estive, che siano raggiungibili in auto o treno, ed anche lo smart-working su base volontaria.

Conclusioni

L'attuale scenario conferma che gli italiani sono un popolo ben consapevole della realtà che lo circonda, oltre che fortemente disponibile ad adattare il suo comportamento allo scenario contingente. Tuttavia l'indagine mette in luce anche dei fattori di forte vulnerabilità dei cittadini italiani, soprattutto rispetto al costo e alla disponibilità dei beni essenziali.

giovedì 23 aprile 2026

Quotazione del rame di nuovo in volo grazie a un mix di fattori

All'inizio di quest'anno il mercato sembrava essersi preso una pausa dagli acquisti sui metalli. Molti avevano pronosticato la fine di un ciclo speculativo dopo che si erano sopiti i timori riguardo l'impatto dei dazi americani. Invece la quotazione del rame è tornata a correre senza freni. Colpa della guerra in Medio Oriente, ma non solo.

Cosa spinge la quotazione del rame

L'innesco per un nuovo impulso alla corsa della quotazione del rame è giunta dalla crisi in Medio Oriente, che ha scompaginato le carte che in quel momento erano in tavola. Il conflitto ha provocato un'immediata esplosione dei prezzi dell'energia, che sono un fattore fondamentale per l'estrazione e la raffinazione del metallo rosso. L'aumento delle bollette energetiche ha provocato l'effetto di restringere le attività produttive divenute costosissime, e il conseguente deficit di offerta ha fatto ripartire la corsa della quotazione del rame.

Un forte sostegno alle quotazioni giunge anche dalla Cina. Le manovre tattiche di reindirizzamento dei carichi verso gli Stati Uniti in vista di nuovi dazi hanno alimentato la corsa del prezzo.

Un nuovo superciclo

Nel giro di poche settimane, anche grazie ai nuovi timori di rincari dell'inflazione, la quotazione del rame è tornata oltre 6 dollari per libbra e ha ottenuto quattro settimane consecutive di guadagni. Questo scenario ha alimentato la strategia swing trading portata avanti da molti investitori.

Un deficit strutturale

Il problema di fondo resta comunque lo squilibrio di mercato. La quotazione del rame è destinata a rimanere alta a causa di una carenza strutturale sistemica, che si fa più grave a causa dell'aumento della domanda. La fame dell'intelligenza artificiale e dell'elettrificazione rischia di provocare un deficit di offerta stimato in 3 milioni di tonnellate entro il prossimo decennio. 

Purtroppo i progetti minerari sono pochi e soprattutto impiegano dei lustri per essere approvati e costruiti. La situazione di mercato quindi è destinata a rimanere molto nervosa, e chi ha puntato sulla rialzo della quotazione del rame può stare ancora tranquillo per un bel po'.

martedì 21 aprile 2026

Esportazioni, scatta l'allarme sulle conserve di pomodoro made in Italy

Uno dei prodotti di punta del nostro settore agroalimentare è senza dubbio il pomodoro. L'eccellenza ci viene riconosciuta in tutto il mondo, come dimostra il fatto che siamo leader nelle esportazioni di tutti i derivati di questa materia prima agricola. Eppure c'è un allarme che è scattato di recente.

I numeri sulle esportazioni

Come ha evidenziato Anicav, ossia l'associazione che riunisce le imprese produttrici di conserve alimentari vegetali, i numeri delle esportazioni di tutti i derivati del pomodoro hanno registrato un calo tanto in valore quanto in volume.

Complessivamente il valore del nostro export è sceso dell'8% rispetto al 2024, mentre i volumi di prodotto sono calati del 2%. Nonostante questo calo rimaniamo comunque in vetta alla classifica globale dell'export dei derivati. Se l'Europa si conferma il nostro principale mercato di sbocco, con il 60% in valore, gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco extraeuropeo con una quota del 7,5%.

L'impatto dei dazi americani

Sull'andamento del nostro export agroalimentare incidono in modo determinante i dazi americani introdotti da Trump con il Liberation Day. Oltre il 64% delle conserve alimentari, in maggioranza rappresentata da pelati, polpa e pomodorini, sono stati tra i prodotti più colpiti dalle tariffe USA (-7,1%). Il guaio è che si tratta dei prodotti a maggior valore aggiunto.

La concorrenza sleale

Un altro fattore che sta esercitando pressione sulle nostre esportazioni dei derivati di pomodoro è la concorrenza straniera, in particolar modo quella sleale. Il mercato infatti è sempre più inondato di prodotti che non rispettano standard di qualità, sicurezza e sostenibilità e che sono introdotti sui mercati a bassissimo prezzo.

Probabilmente questa è la minaccia più forte per la nostra industria delle conserve, perché la forbice di prezzo tra il nostro prodotto e quello dei competitors si sta allargando sempre di più, mettendo così a rischio le quote di mercato che sono state conquistate nel corso degli anni dalle nostre imprese.

mercoledì 15 aprile 2026

Industria dell'alluminio, la guerra in Medio Oriente può avere un impatto devastante

Ormai abbiamo imparato bene che il conflitto in Medio Oriente genera delle ripercussioni feroci sui prezzi dell'energia, a causa della blocco dello Stretto di Hormuz. Tuttavia gli effetti della guerra potrebbero essere devastanti anche per l'industria di alluminio, a causa dei recenti attacchi iraniani a due grandi complessi di raffinazione dell'area del Golfo.

La guerra minaccia l'industria dell'alluminio

Sul finire di marzo gli attacchi iraniani hanno messo nel mirino gli impianti del sito di Al Taweelah ad Abu Dhabi ed Aluminium Bahrain

A chi è poco pratico dell'industria dell'alluminio questi nomi non dicono niente, ma in realtà i danni significativi provocati a questi complessi di raffinazione rischiano di avere un impatto importante sulle prospettive industriali dei prossimi mesi. Del resto ci sono già segnali in tempo reale molto chiari di questo scenario.

La questione tecnica

A causa delle difficoltà di approvvigionamento legate al passaggio per lo Stretto di Hormuz, questi due impianti già avevano cominciato a tagliare una parte significativa della loro capacità produttiva. E non è poco, perché ognuno dei due è rappresenta circa il 2% dell'offerta globale di alluminio. Gli attacchi avvenuti alla fine di marzo hanno peggiorato la situazione, perché rischiano di innescare un calo strutturale prolungato dell'offerta di metallo.

Senza dilungarci troppo in tecnicismi, diciamo soltanto che l'interruzione prolungata di energia elettrica di fatto danneggiato irrimediabilmente il metallo fuso, e le celle elettrolitiche di alluminio una volta che si congelano richiedono la ricostruzione dell'intera Infrastrutture. Tradotto: il danno provocato può richiedere da 9 ai 12 mesi se non di più, perché non è una semplice manutenzione è proprio un rifacimento strutturale.

Le conseguenze per l'industria dell'alluminio.

Proprio questo scenario è quello che comporta le conseguenze peggiori per l'intero settore. La situazione dell'industria dell'alluminio era già completata di suo a causa di spread trading e premi fisici. Adesso però la situazione rischia di compromettere per lungo periodo la dinamica della domanda e dell'offerta, innescando così un forte aumento delle quotazioni del metallo, che può essere stimato in circa l'11%. Secondo alcune analisti la soglia dei 4 mila dollari per tonnellata non è quindi un'ipotesi da scartare.

lunedì 13 aprile 2026

Economia mondiale, la guerra in Iran cambia tutte le prospettive

Prima che scoppiasse il conflitto in Medio Oriente, le prospettive per l'economia mondiale erano incoraggianti. Lo scenario però adesso si è capovolto, tanto che - nella migliore delle ipotesi - si può sperare in una leggera frenata.

Le previsioni FMI sull'economia mondiale

Questo capovolgimento di scenario è stato illustrato nei giorni scorsi dal numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, che ha parlato in occasione delle riunioni di primavera a Washington.

Secondo la direttrice dell'Istituto, la crescita dell'economia mondiale sarebbe stata rivista al rialzo per i prossimi mesi, se non fosse nel frattempo intervenuto questo nuovo tragico scenario bellico che ha cambiato completamente le prospettive. Adesso lo scenario migliore prevede una revisione al ribasso della crescita, e probabilmente anche una richiesta supplementare di sostegno da parte dei paesi membri. Tale richiesta viene stimata in un intervallo che va dai 20 ai 50 miliardi di dollari (a seconda di quanto durerà ancora il conflitto).

Cicatrici lunghe da guarire

Secondo l'istituto, gli effetti di questo conflitto sono paragonabili a delle cicatrici che richiederanno moltissimo tempo per essere assorbite dall'economia mondiale. Per questo l'invito agli Stati membri è quello di affrontare la situazione con politiche di bilancio ordinate, evitando interventi precoci e aggressivi, e privilegiando invece un sostegno alla domanda molto calibrato. Il problema maggiore riguarda l'eccessivo debito pubblico che comprime i margini di manovra fiscale per gli Stati membri.

Rischio fame globale

A causa del conflitto c'è stato un fortissimo rincaro dei prezzi dell'energia, che provocherà una brusca accelerazione dell'inflazione per i prossimi mesi. La conseguenza è che milioni di persone che già si trovavano in situazioni di difficoltà economica vedranno ulteriormente aggravarsi questo quadro, e circa 45 milioni di persone potrebbero piombare in uno stato di insicurezza alimentare. Come sottolinea il FMI, il numero di individui che soffrono la fame potrebbe così salire a 360 milioni.

martedì 7 aprile 2026

Mercato petrolifero, l'OPEC+ interviene ma non basta

La situazione in Medio Oriente continua ad essere estremamente tesa, e di fronte a questo scenario così determinante per il mercato petrolifero il cartello dei produttori di greggio ha deciso di aumentare nuovamente le quote produzione.

Le nuove quote sul mercato petrolifero

A partire dal mese di maggio, i membri del cartello OPEC+ hanno deciso di attuare un adeguamento della produzione di 206.000 barili al giorno. È una mossa che replica quella decisa all'inizio di marzo, quando gli otto paesi aumentarono le proprie quote di produzione per il mese di aprile dello stesso importo. 

Il cartello ha sottolineato che ripristinare gli impianti energetici che sono stati danneggiati durante il conflitto in Medio Oriente è un processo costoso e richiederà molto tempo. Ciò potrebbe avere delle ripercussioni sul mercato petrolifero, aggravando le difficoltà di approvvigionamento mondiale di greggio.

Lo stretto al centro di tutto

Il ruolo cruciale in questo conflitto continua ad essere quello dello Stretto di Hormuz, che è strategico per il mercato petrolifero globale. Prima dello scoppio della guerra attraverso questa striscia passava circa un quinto del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto. La chiusura del transito ha spinto i prezzi del petrolio al rialzo, con il Brent che ha superato di nuovo quota 110 dollari per barile.
Inoltre le conseguenze della crisi energetica hanno provocato un effetto domino su altri pezzi e sulla volatilità dei mercati. In sostanza, Hormuz è il nuovo epicentro di una spirale inflativa. 

L'ultimatum di Trump

La crisi nella regione non sembra volgere al miglioramento, almeno nel brevissimo periodo. Anzi, tra poche ore scadrà l'ultimatum lanciato da Donald Trump affinché l'Iran riapra lo stretto di Hormuz. Il presidente statunitense ha minacciato attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane in caso di mancato accordo e di rimozione del blocco del traffico nello Stretto. 

Ma lo scenario non sembra essere al momento indirizzato verso questa prospettiva, tanto che i prezzi del petrolio stanno continuando a crescere. Ma ci ha conseguenze anche su altri mercati, perché ci sono le correlazioni tra valute e materie prime che incidono anche sull'andamento del dollaro.

mercoledì 1 aprile 2026

Mercato dell'auto elettrica, stiamo assistendo ad una grande frenata

Dove doveva rappresentare il futuro della mobilità, e magari sarà ancora così. Ma non adesso a quanto sembra, visto che il mercato dell'auto elettrica sta andando a marcia indietro. Numerosi player del settore infatti hanno deciso di lasciare la corsa all'elettrico nei prossimi mesi, perché questa avventura finora è stata un mezzo disastro.

Cosa accade al mercato dell'auto elettrica

La transizione verso un veicolo a batteria, che da tempo veniva indicata come un destino ineluttabile, è stata sostenuta con fortissimi incentivi pubblici. Finché ci sono stati quelli, il mercato dell'auto elettrica bene o male è andato avanti ed è cresciuto. Una volta che si sono chiusi i rubinetti dei finanziamenti statali, le vendite hanno iniziato a segnare una frenata, perché le auto elettriche sono troppo costose e ancora inaccessibili ai più.

Ma intanto gli investimenti sostenuti dalle aziende sono stati enormi e hanno lasciato dei buchi in bilancio che non potevano essere più ignorati. Ci si metta poi la feroce concorrenza cinese, le cui auto hanno raggiunto vendite record in Italia nel 2025.  

Elettrico, la lunga lista degli addii

Sono ben 12 i grandi costruttori di auto che hanno deciso così di fare retromarcia riducendo drasticamente il proprio impegno nel mercato dell'auto elettrica. Non possono essere loro a trainare la corsa verso l'economia sostenibile

Si va dai marchi iconici lusso come Ferrari, Bentley, Porsche ad altri Player di grande fama come Mercedes Benz, Stellantis, Ford, Volvo. L'ultima in ordine di tempo a inserire la retromarcia è stata la giapponese Honda, che ha annunciato la cancellazione di diversi modelli chiave della sua attesissima "serie 0", per destinare risorse del suo piano industriale verso i veicoli ibridi.

Il fattore emotivo

La strategia politica aziendale che aveva puntato forte sul mercato dell'auto elettrica si è dimostrata un vero flop. Oltre i dati numerici, anche un altro fattore stato sottovalutato colpevolmente, quello emotivo. Lo ha recentemente sottolineato il presidente di Lamborghini, evidenziando come nelle auto elettriche manchino alcuni aspetti, che emotivamente catturavano i guidatori come le vibrazioni le dinamiche di frenata, il.rombo del motore. Senza questi aspetti, guidare non è la stessa cosa.

giovedì 26 marzo 2026

Vendite massicce sull'oro, il gold vive il peggior crollo degli ultimi 15 anni

Si sapeva che la corsa frenetica dell'oro non poteva durare ancora a certi ritmi. Meno facile era immaginare una correzione così profonda, perché sul Gold Metal ci sono state vendite così massicce come non si vedeva da quindici anni a questa parte.

Cosa ha innescato le vendite

La cosa particolare è che l'attuale conflitto in Medio Oriente in teoria dovrebbe alimentare la corsa ai beni rifugio, e quindi spingere gli acquisti e non le vendite sull'oro. 

In realtà sono altri i fattori che hanno provocato il sell-off sul metallo pregiato, spingendo l'oscillatore stocastico trading (cos'è?) in ipervenduto. Un mix legato all'andamento dell'inflazione e al rialzo dei tassi di interesse, al rafforzamento del dollaro e alle vendite forzate sui futures.

Il problema dei tassi di interesse

Con il conflitto in Medio Oriente, e soprattutto con la chiusura dello stretto di Hormuz, il mondo della finanza ha cominciato a temere con forza una feroce crescita dell'inflazione. Di conseguenza sono aumentate le prospettive che le banche centrali cominceranno di nuovo ad alzare i tassi di interesse nelle prossime riunioni. Tassi di interesse più alti penalizzano l'oro, che è un bene che non produce rendimento.

Il rafforzamento del dollaro

Un altro elemento che provoca le vendite sull'oro è il forte rafforzamento del dollaro americano. L'escalation geopolitica ha favorito i flussi di denaro verso il biglietto verde, che viene percepito come bene rifugio alternativo. Questo comprime il valore relativo dell'oro che è denominato proprio in dollari.

Le vendite forzate sui futures

Un altro aspetto che sta penalizzando il lingotto è la liquidazione di posizioni lunghe da parte degli hedge fund piu grandi al mondo e dei Trader sistematici. Ciò ha amplificato il movimento ribassista del prezzo dell'oro, con una forte domanda di protezione al ribasso.

Il crollo delle quotazioni

Dal massimo storico di quasi 5200 dollari per oncia, toccato lo scorso 10 marzo, sono passati poco più di 15 giorni. Tanto è bastato però per assistere ad un crollo verticale del prezzo dell'oro. Le vendite hanno spinto le quotazioni del lingotto fin sotto 4.100 dollari per oncia nella seduta del 23 marzo, poi c'è stato un rimbalzo oltre 4.400 dollari. Resta però un bilancio estremamente negativo nelle ultime sedute, il peggiore degli ultimi 15 anni.

martedì 24 marzo 2026

Ricchezza, l'Italia è sesta come numero di miliardari

Nel nostro Paese continua a confermarsi una statistica che ci vede tra i primi posti al mondo. È quella dei Paperoni, ossia di individui la cui ricchezza supera diversi miliardi di euro. In questa particolare graduatoria siamo al sesto posto nel mondo.

La classifica di Forbes sulla ricchezza

Come accade periodicamente, la rivista Forbes ha stilato la graduatoria dei grandi patrimoni. Si scopre così che la ricchezza complessiva dei 90 miliardari presenti in Italia (16 in più rispetto all'anno precedente) è pi alta rispetto all'anno precedente. I nostri Paperoni infatti mettono assieme un patrimonio complessivo di circa 484 miliardi di dollari.

La crescita della ricchezza dei ricchi d'Italia è dovuta sia all'aumento degli individui che sono entrati in questa particolare classifica, sia alla rivalutazione dei loro patrimoni personali grazie soprattutto alle partecipazioni in diversi settori (tra i quali spicca la tecnologia).

La classifica dei Paperoni italiani

Il 2026 segna una novità importante per quanto riguarda la leadership dei Paperoni d'Italia. Infatti per la prima volta dal 2007 il primo posto non è occupato da un membro della famiglia Ferrero. Giovanni Ferrero infatti si piazza al secondo posto con una ricchezza di circa 45 miliardi di euro, mentre al vertice della graduatoria schizza Giancarlo Devasini, il co-fondatore di Tether

Proprio la nuova valutazione della società, salita a 184 miliardi di euro, è la ragione che ha propiziato il sorpasso in vetta. Il patrimonio di Devasini infatti è stimato in poco più di 89 miliardi di dollari, il che lo rende anche tra gli uomini più ricchi dell'intero pianeta secondo Forbes.

Le altre posizioni in classifica

Sul gradino più basso del podio della ricchezza si colloca Andrea Pignataro che ha un patrimonio di circa 39 miliardi di euro. Seguono Paolo Ardoino con 35 miliardi di euro e molto più indietro Francesco Gaetano Caltagirone, il cui patrimonio supera di poco i 10 miliardi di euro.

L'Italia e il resto del mondo

Il nostro paese si conferma uno di quelli con il maggior numero di ricchi del pianeta. Abbiamo superato paesi come Canada, Hong Kong e Brasile, ma rimaniamo comunque ad una certa distanza dai leader della classifica. Sono infatti inarrivabili gli Stati Uniti che vantano 989 miliardari, e la Cina che ne ha 539. Del resto è in questi due Paesi che ci sono le aziende più famose nel mondo. Al terzo posto c'è l'India con 229 miliardi, seguita da Germania con 212 e Russia con 147.

mercoledì 18 marzo 2026

Inflazione in rialzo, cambiano le prospettive delle banche centrali

Con con lo scoppio del conflitto in Medio Oriente è divampata la crisi energetica. Il prezzo del petrolio e del gas naturale di liquefatto sono andati in salita, e ciò riporta l'incubo dell'alta inflazione al tavolo delle decisioni delle banche centrali.

Chi ha paura dell'inflazione

In questa settimana una sfilza di istituti centrali si riunirà per decidere sui tassi di interesse. Nell'elenco ci sono la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, quella del Regno Unito, del Canada ed altre ancora. 

Per tutte il grosso problema adesso si chiama inflazione, perché l'impennata dei prezzi dell'energia innescata dalla guerra nel Golfo cambia completamente le prospettive future. A tal proposito, gli indicatori che anticipano il trend non sono per nulla incoraggianti.

Il mercato obbligazionario

I timori di surriscaldamento dell'inflazione a causa della forte spesa energetica hanno spinto gli investitori a vendere i titoli di Stato, facendo nuovamente crescere i loro rendimenti. Tutto questo avviene in un momento storico in cui molti Governi avevano deciso di incrementare le emissioni di titoli di debito pubblico per finanziare investimenti, spese per la difesa e politiche industriali.

Con quello che sta accadendo, il rendimento del Bund tedesco decennale è salito fin quasi al 3%, quello dei BTP decennali e intorno al 3, 7%, quello dei titoli di Stato americani è attorno al 3,7%, ma comunque ha guadagnato 35 punti base da quando è scoppiata la guerra.

Cosa cambia per le banche centrali

Con il passare dei giorni la speranza di un conflitto di durata breve si va affievolendo e aumentano i timori di contraccolpi feroci, soprattutto per quanto riguarda l'inflazione. Tutto ciò ha spinto i mercati a rivedere le proprie aspettative sul comportamento delle banche centrali.

La Fed potrebbe non effettuare più quei tagli dei tassi che ci si aspettavano quest'anno, mentre dalla BCE si aspettano un paio di aumenti. Tutto ciò ovviamente provocherà delle ripercussioni anche sul mercato valutario dove il dollaro ha da poco recuperato quota 100, spingendo molti trader ad adottare strategia heikin ashi scalping intraday.
Si tratta comunque di uno scenario in continuo divenire e dominato da una grande incertezza.

lunedì 16 marzo 2026

Costo in crescita per le uova di cioccolata, sarà una Pasqua più amara

Anche quest'anno dobbiamo prepararci in anticipo per festività Pasquali, comprando le famose uova di cioccolata che fanno felici soprattutto i più piccini. Tuttavia il costo segna ancora un incremento, nonostante il prezzo del cacao sia andato in discesa negli ultimi mesi.

Le uova aumentano ancora di costo

Secondo il Codacons, che ha analizzato l'andamento dei prezzi al dettaglio, le uova di Pasqua dovrebbero avere un costo di circa 6-10% superiore rispetto a quello che avevano lo scorso anno. Al chilo infatti il prezzo di un uovo di cioccolato di marca industriale può arrivare a superare nel 2026 i 77 euro, contro i 70 euro dello scorso anno.

Il prezzo medio di quelle artigianali varia tra i 30 e i 40 euro, mentre per le uova gourmet si arriva a superare anche i 100 euro a pezzo. 

Cacao e uova di cioccolata

Come detto, la cosa che fa arrabbiare è il fatto che il rincaro delle uova di cioccolato avviene in concomitanza di un calo del prezzo del cacao. La materia prima infatti ha cominciato a scendere di prezzo della parte finale del 2025. Rispetto al picco di 11.000 dollari a tonnellata raggiunto nel 2024 e in parte del 2025, la quotazione del cacao è scesa addirittura del 65%.

La ragione di questo calo è nelle condizioni climatiche particolarmente favorevoli che ci sono stati in alcuni paesi produttori come Ghana, Costa d'Avorio ed Ecuador. La quotazione del cacao è scesa così sui 2800 dollari per tonnellata, che pur rappresentando un livello di costo alto rispetto al passato, è molto più basso rispetto a quello dello scorso anno e di due anni fa.

La guerra e le speculazioni

C'è però un fattore che ha cambiato le cose negli ultimi tempi: la guerra in Medio Oriente. Il conflitto crea una turbativa alla catena logistica di approvvigionamento, condizionando i trasporti e quindi i costi per i paesi importatori come Europa e Asia. 

Ma in realtà quello che incide maggiormente sul prezzo finale delle uova di cioccolato è la componente speculativa legata all'imminente festività. In sostanza le aziende produttrici cercano di guadagnare di più, anche se alla base non hanno dovuto sostenere i costi maggiori. Le associazioni dei consumatori fanno notare la necessità di limitare questi comportamenti, visto che negli ultimi quattro anni a causa dell'inflazione le famiglie italiane hanno perso circa il 10% del loro potere di acquisto.

martedì 10 marzo 2026

Inflazione, il rischio aumento spingerà la BCE alla cautela

La guerra in Medio Oriente complica il percorso della BCE riguardo ai tassi di interesse. Il problema fondamentale è che si materializza all'orizzonte il rischio sempre più concreto di una recrudescenza dell'inflazione. Del resto anche le stime preliminari di febbraio non sono state incoraggianti.

Gli ultimi dati sull'inflazione

Secondo quanto pubblicato da Eurostat (l'istituto di statistica europeo), nel mese di febbraio l'inflazione al consumo della Eurozona è cresciuta del 1,9% su base annua. Il mese scorso era all'1,7% (dati Pocket Option link). 

Questo aumento sorprende negativamente anche gli esperti di mercato. Il fatto positivo è che rimaniamo comunque al di sotto dell'obiettivo del 2%, fissato dalla Eurotower. Tuttavia l'inflazione core, ossia depurata dagli componenti più volatili, rimane oltre l'obiettivo attestandosi a 2,4%.

Lo shock petrolifero

La BCE da tempo ha sposato la linea della cautela riguardo ai tassi di interesse, e lo farà a maggior ragione in questo momento. Lo scoppio della guerra in Medio Oriente provoca degli shock all'approvvigionamento petrolifero - dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz - che potrebbero indirizzare in modo feroce le tendenze future dell'inflazione.

Del resto abbiamo appena visto un forte incremento dei prezzi del petrolio ed un ancora più robusto aumento dei prezzi del gas GNL. Ciò ha scatenato gli speculatori, che hanno sfruttato i broker per scalping per investire su questi sbalzi feroci.  

Cosa farà la Eurotower a marzo

In questo contesto, quando il 19 marzo ci sarà il prossimo meeting di politica monetaria a Francoforte, sembra estremamente improbabile immaginare che la BCE cambi qualcosa. La Eurotower continua a camminare su una corda tesa che deve bilanciare le esigenze di stimolare l'economia senza però provocare un aumento dell'inflazione. Lo scoppio della guerra in Medio Oriente è un fattore che non potrà essere ignorato e sicuramente aumenterà ancora di più il livello di cautela dell'Istituto guidato da Christine Lagarde.
Semmai, quello che ci si può chiedere è se questo nuovo scenario bellico non cambi i tempi per un eventuale stretta monetaria.

giovedì 5 marzo 2026

Consumi di biologico in crescita, ma la produzione non avanza

C'è un paradosso che sta riguardando il settore dell'alimentazione biologica. A livello europeo i consumi di biologico stanno crescendo, eppure nonostante questa spinta che arriva dal lato dei consumatori non c'è un adeguata espansione delle superfici agricole destinate alla coltivazione bio.

I numeri sui consumi di biologico

Secondo un report di Fibl e Ifoam (la più ampia organizzazione internazionale dell'agricoltura bio), nel 2024 le vendite al dettaglio di prodotti biologici hanno sfiorato i 50 miliardi nei 27 stati dell'Unione Europea. Ciò significa che l'incremento dei consumi rispetto all'anno precedente è stato del 3,6%. 

Hanno in particolar modo brillato Germania, Francia e Italia dove le vendite al dettaglio di prodotti biologici sono stati rispettivamente 17 miliardi di euro, 12, 2 miliardi e 5, 2 miliardi. L'interesse verso il biologico è confermato dal numero di piccole e medie imprese che vi si dedicano.

Per quanto invece riguarda i consumi di biologico pro capite, la leader europea e la Svizzera dove si registra una spesa media di 481 euro all'anno per abitante, e dove le vendite di prodotti biologici sono il 12,3% del totale delle vendite alimentari (primato a livello mondiale).

La superficie destinata al bio

Dai numeri sembrerebbe quindi che la spinta dei consumi di biologico possa giustificare ampiamente un incremento delle aree destinate alla produzione di questi cibi. E invece non è così.

Nonostante l'Europa rimanga caratterizzata da un'ampia superficie destinata al Bio, circa 18,1 milioni di ettari (l'11% del totale delle superfici coltivabili). Nell'ultimo anno infatti la crescita delle superfici destinate all'agricoltura biologica è stata pressoché impercettibile. Addirittura, se consideriamo l'intero vecchio continente, c'è stata una lieve flessione.

La discrepanza che merita un intervento

Questo scenario evidenzia una discrepanza chiara tra le preferenze dei cittadini, che stanno orientando sempre più i loro consumi verso il biologico, e la risposta che viene data a questo bisogno. Serve che l'incremento delle vendite di prodotti bio viaggi di pari passo con l'aumento delle produzioni. Per questo motivo occorrono delle strategie a livello comunitario che sostengano lo sviluppo agro-ecologico.

lunedì 2 marzo 2026

Mercati finanziari, al centro della scena c'è la questione Mediorientale

Gli ultimi eventi geopolitici sono destinati a cambiare il focus dei mercati finanziari nel prossimo futuro. L'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, con l'uccisione di Khamenei, avrà ripercussioni importanti anche sul fronte economico.

Il club dei mercati finanziari

La scelta delle autorità iraniane di chiudere il passaggio dello Stretto di Hormuz ha già provocato l'impennata delle quotazioni petrolifere. Il prezzo di Brent e WTI è salito ben oltre 70 dollari per barile, mandando in ipercomprato stocastico lento veloce full. Ma l'entità e la durata di tale aumento dipenderà dall'evoluzione degli scenari nei prossimi giorni.

Secondo alcuni osservatori, se questo scenario dovesse andare avanti per diverso tempo, il petrolio potrebbe arrivare anche a 100 dollari e innescare conseguenze pesanti sull'inflazione, e quindi sulle mosse delle banche centrali.

Il calendario degli eventi macro

Al di là delle questioni geopolitiche, la settimana sarà caratterizzata anche da numerosi rilasci macroeconomici. Negli Stati Uniti ci sono gli indici PMI e le vendite al dettaglio, ma anche il report sull'occupazione di febbraio. Proprio alcuni dati macro di recente hanno ridimensionato le previsioni di un prossimo taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, fermando così la corsa del dollaro verso quota 98.

Il vecchio continente

I mercati finanziari aspettano aggiornamenti importanti sull'inflazione in Europa. L'indice dei prezzi al consumo è previsto al 1,7%, mentre l'inflazione di fondo dovrebbe essere al 2,1%, leggermente sopra l'obiettivo della BCE (Banca centrale europea). Sono attese in Europa anche le vendite al dettaglio e il Pil finale.
Nel Regno Unito i mercati guarderanno alla dichiarazione di primavera del cancelliere dello scacchiere Rachel Reeves, in calendario martedì.

Il resto del mondo

Appuntamento importante in Cina, dove i mercati finanziari si concentreranno sulle riunioni annuali che serviranno a definire gli obiettivi economici chiave del paese. Numerosi appuntamenti macroeconomici sono in calendario in Australia, mentre la banca della Malesia dovrebbe annunciare la decisione di politica monetaria. In Brasile gli investitori monitoreranno il PIL del quarto trimestre.

mercoledì 25 febbraio 2026

Retribuzioni, è dura la vita del neolaureato italiano

Quando si riesce a raggiungere l'ambito titolo di studio per potersi tuffare nel mondo del lavoro, l'entusiasmo dei giovani italiani si intiepidisce di fronte alle retribuzioni. Quelle medie all'ingresso del mondo del lavoro per i nostri neolaureati, sebbene in crescita, rimangono ben distanti rispetto al resto d'Europa.

Il divario Italia Europa sulle retribuzioni

La fotografia della situazione è stata scattata nel report Total Remuneration Survey 2025, realizzato da Mercer esaminando le politiche di ingresso circa le retribuzioni di 735 grandi e medie aziende che sono attive sul territorio italiano. Sono imprese che hanno un fatturato medio di 830 milioni e complessivamente contano più di 1400 dipendenti. Aziende che sono quindi solide e strutturate.

Ebbene, nel 2025 le retribuzioni medie dei neolaureati al primo impiego sono state circa 32.000 euro lordi. Rispetto all'anno precedente c'è una lieve crescita (erano 30.500 euro) mentre rispetto al 2022 l'incremento è stato del 7%. Sebbene questo aumento rappresenta un segnale molto positivo, che mette in luce l'interesse delle aziende a dare attenzione ai talenti di casa nostra, ma resta il fatto che il divario rispetto alle retribuzioni all'ingresso che si registrano nel resto d'Europa rimane ampio.

Fanalini di coda

Le imprese italiane sotto questo aspetto si trovano sul fondo della classifica in Europa. I nostri neolaureati hanno retribuzioni superiori soltanto a quelli della Spagna e della Polonia, dove però le dinamiche di crescita degli stipendi stanno accelerando. In Polonia addirittura la crescita è stata del 41% in tre anni, e di questo passo ci vorrà davvero poco per superarci.

Se guardiamo ai vertici della classifica vengono i brividi. Le retribuzioni all'ingresso in Svizzera sono in media 90 mila euro annui. Praticamente il triplo di quelle italiane. Austria e Germania hanno 57 mila euro di stipendi all'ingresso e sono pari merito sul secondo gradino del podio. 

Un capitolo a parte meriterebbe poi la questione del gender gap uomo donna, che da noi continua ad essere un altro fattore che fa indignare.

La fuga

Di fronte a questi numeri bisogna interrogarsi e far scattare il campanello d'allarme, perché contribuiscono ad alimentare la mobilità internazionale dei nostri giovani qualificati. C'è poi un altro aspetto da evidenziare oltre a quello riguardante le retribuzioni basse. Si tratta della carenza di strategie dedicate ai neolaureati. Soltanto un'azienda su 6 ha una politica specifica per questa categoria di giovani lavoratori virgola è soltanto un terzo offre dei percorsi di carriera specifici.

giovedì 19 febbraio 2026

Banca centrale USA, si riducono le aspettative di altri tagli dei tassi

Continua a prevalere la linea della prudenza all'interno del board della Fed. E' quanto emerge dai verbali della riunione di politica monetaria che si è svolta a fine gennaio (pubblicati nella giornata di mercoledì). Al termine di quel meeting, la banca centrale USA decise di mantenere i tassi di interesse invariati.

Cosa pensano i membri della banca centrale

Quasi tutti i membri del Federal Open Market Committee della Federal Reserve hanno votato a favore di quella decisione che lascia il costo del denaro nell'intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%. Soltanto due governatori (Waller e Miran) avrebbero voluto una riduzione di un quarto di punto percentuale. 

Dai verbali emerge invece che una vasta maggioranza dei partecipanti ha una visione meno aperta riguardo possibili ulteriori sforbiciate al costo del denaro da parte della banca centrale USA, almeno in un'ottica di breve termine. 

La questione tassi di interesse

La Federal Reserve aveva tagliato i tassi di interesse per tre volte consecutive per 25 punti base. La scelta di non ritoccare ulteriormente il costo del denaro, così come si legge nei verbali, dipende dal miglioramento delle prospettive di crescita economica e del mercato del lavoro.

Se dopo la riunione della banca centrale USA c'era stato un ulteriore indebolimento del dollaro sul mercato valutario, con il Dollar Index che scivolo sotto quota 97, dopo la pubblicazione dei verbali, visto l'atteggiamento più aggressivo della Fed, la valuta a stelle e strisce verso quota 97,7 anche se rimane chiusa dentro un pattern rettangolo trading.

I timori relativi all'inflazione

I funzionari della board di politica monetaria della banca centrale USA hanno evidenziato nuove preoccupazioni riguardo l'andamento dell'inflazione, tanto che diversi membri hanno addirittura paventato l'ipotesi che in futuro la FED potrebbe dover di nuovo aumentare i tassi di interesse, qualora l'inflazione continuasse a viaggiare sopra l'obiettivo.

Va detto che dopo la riunione di politica monetaria di fine gennaio, nuovi dati macroeconomici hanno evidenziato un'accelerazione della crescita, una stabilizzazione del mercato del lavoro e una frenata dell'inflazione. Ciò significa che qualche membro della Fed potrebbe essere più aperto adesso a nuovi tagli ai tassi di interesse.

martedì 17 febbraio 2026

Produzione di olio italiano sotto minaccia dell'import a basso prezzo

Uno dei problemi che l'industria olivicola italiana sta affrontando da anni è la crescita dei costi per la produzione di olio. E' cresciuto il costo della manodopera, quello della gestione degli uliveti, della raccolta manuale, ma soprattutto sono cresciuti i costi energetici. Tutti fattori che pesano sul settore, dove si lavora con margini sempre più ridotti per i produttori.
La beffa è che l'Italia consuma tantissimo olio, e quindi i nostri produttori avrebbero un mercato estremamente ricco in cui attingere, ma riusciamo a produrre meno (300 mila tonnellate) di quanto ne consumiamo (circa 800mila tonnellate).

La concorrenza tunisina

Quello che preoccupa maggiormente però è l'effetto di una concorrenza a basso costo (ed anche a bassissima qualità) di olio proveniente dall'estero, in special modo dalla Tunisia.

L'allarme è stato lanciato di recente da Coldiretti, secondo la quale nei primi dieci mesi del 2025 l'import di olio tunisino nel nostro paese è cresciuto di circa il 40%. Questo massiccio arrivo di prodotto dall'estero è una minaccia forte per la produzione di olio italiano, perché finisce per deprimere i prezzi interni e di conseguenza anche il potere contrattuale degli olivicoltori italiani. Se l'intera filiera si indebolisce, molti potrebbero decidere di non farne più parte.

Una battaglia durissima

Il punto è che l'olio tunisino entra sul nostro mercato ad un costo di circa 3,50 per kg. La produzione di olio italiano non riuscirebbe neanche a compensare tutti i costi a questo prezzo. L'alternativa è ridurre la qualità del prodotto oppure gli investimenti futuri. In un senso o nell'altro le conseguenze per la filiera olivicola italiana sarebbero devastanti.

Va aggiunto che la concorrenza tunisina non è l'unica con cui bisogna fronteggiarsi, perché c'è stata una ripresa della produzione Mediterranea dopo due anni di siccità e cali produttivi in Grecia e Spagna ed altri paesi del bacino del Mediterraneo. E intanto le vendite all'estero risentono dei dazi, nonostante il 2025 sia stato un anno record per l'export agroalimentare italiano.

Fare squadra

Questa situazione rischia di mettere in ginocchio la produzione di olio italiano, perché l'enorme import dall'estero viene sfruttato come leva per comprimere i listini interni. In altre parole, l’abbondanza di prodotto importato diventa uno strumento negoziale che spinge verso il basso il valore riconosciuto all’olio italiano, anche quando si tratta di extravergine di alta qualità.

mercoledì 11 febbraio 2026

Mercato valutario, gli esperti pronosticano tempi duri per la sterlina

Sono giorni particolari per la sterlina britannica, che è finita sotto pressione sul mercato valutario sia contro l'euro che contro il dollaro. Secondo alcuni osservatori, questa pressione è destinata a continuare a causa di ciò che accade sul mercato delle opzioni.

I driver del pound sul mercato valutario

Settimana scorsa la Bank of England si è riunita in meeting, al termine del quale i tassi di interesse sono rimasti invariati. Tuttavia la decisione è stata assunta con uno scarto minimo, visto che quattro membri avrebbero voluto un taglio al tasso di interesse per dare uno stimolo alla crescita economica.

Sempre settimana scorsa si è scatenata una turbolenza politica attorno al primo ministro Starmer, dopo la nomina Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti. Quest'ultimo ha avuto stretti rapporti di amicizia con Jeffrey Epstein, il finanziere americano pedofilo morto suicida in carcere nel 2019. Il caos ha portato alle dimissioni del suo capo di gabinetto, e secondo alcuni deputati laburisti anche Starmer potrebbe cadere.

Sul mercato

Nel frattempo il premio per la protezione contro un deprezzamento della sterlina rispetto all'euro per il mese successivo è cresciuto in maniera notevole, raggiungendo il livello più alto da fino a novembre. Il 5 febbraio scorso gli scambi di opzioni sulla coppia euro-sterlina hanno raggiunto il picco annuale. Peraltro i flussi degli hedge funds maggiori al mondo sulla coppia euro-sterlina sono stati unidirezionali, con puntate sul rialzo della coppia.

Sterlina in difficoltà da tempo

Va detto che lo scenario attuale sembra la continuazione di quello visto nell'anno passato, quando la stellina fu caratterizzata da una forte debolezza. Nel 2025 infatti la valuta britannica ha perso oltre il 5% rispetto all'Euro e all'orizzonte non ci sono indicatori di inversione trend. Secondo gli analisti di Goldman Sachs anche l'anno in corso potrebbe segnare un deprezzamento della Sterlina nell'ordine del 6% rispetto all'Euro. Gli esperti di Nomura invece vedono un calo del 3% entro fine aprile.

Uno degli argomenti più caldi per il mercato valutario riguarda la politica britannica, alla quale la sterlina è particolarmente sensibile. Se dovesse esserci un cambio di leadership nel paese, la volatilità potrebbe aumentare notevolmente sul Pound.

lunedì 9 febbraio 2026

Dati macroeconomici e indicatori: cosa sono e a cosa servono?

Quando uno Stato deve prendere delle decisioni su come indirizzare la sua attività per favorire la crescita dell'economia, trova uno strumento indispensabile nei dati macroeconomici e gli indicatori macroeconomici.
I più famosi sono senza dubbio il Prodotto Interno Lordo, il tasso di inflazione e quello di disoccupazione, ma il panorama è molto ampio e prende in esame tutti gli aspetti di un'economia.

Cosa sono dati macroeconomici e indicatori?

Come possiamo definire dati macroeconomici e indicatori di un'economia? Sono statistiche o letture di dati che riflettono la situazione economica di un particolare Paese, regione o settore. Attraverso questi dati si riesce a mettere sotto una lente di ingrandimento il comportamento degli aggregati, dalle famiglie alle imprese fino allo Stato, per vedere cosa sta funzionando e cosa si deve migliorare.

Va sottolineato che alcuni dati macroeconomici non fotografano una situazione effettiva, ma stimano attese e previsioni di un particolare aggregato (cioè sono rivolti al futuro). Si tratta di sondaggi effettuati presso determinate categorie, molto seguiti perché si ritiene che diano un’indicazione sulla fase del ciclo economico che stiamo attraversando.

A cosa servono dati macroeconomici e indicatori?

L'utilizzo principale di dati macroeconomici e indicatori è da parte di analisti e governi, che grazie ad essi riescono a valutare lo stato di salute presente e futuro dell’economia e dei mercati finanziari.
Proprio per avere un monitoraggio continuo di questi aspetti, gli aggiornamenti dei dati macro avviene a cadenza periodica regolare: settimanale, mensile o trimestrale. La diffusione può riguardare le cosiddette “letture preliminari”, che poi vengono confermate o corrette dalle “letture finali”:

Chi raccoglie questi dati?

La raccolta dei dati macroeconomici e lo sviluppo degli indicatori è un'attività svolta da appositi uffici di studio, ricerca e statistica, di carattere sia nazionale che internazionale.
Per esempio, in Italia abbiamo l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) che ci aggiorna periodicamente su PIL, inflazione, occupazione, deficit, debito, commercio internazionale e via dicendo.

Quali sono i dati macroeconomici più importanti?

Tra i dati macroeconomici e gli indicatori più importanti, come abbiamo detto quelli più famosi sono il Prodotto Interno Lordo, il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione.
Ma sono estremamente importanti i dati sulla produzione industriale, import export e bilancia commerciale, gli investimenti, i consumi, la forza e stabilità della valuta e l'andamento dei salari reali (ossia il rapporto tra retribuzioni e inflazione). E ancora: l'indice di fiducia dei consumatori, degli investitori e delle imprese, i prezzi degli immobili e del settore immobiliare, ecc.

Dato macro nominale e reale

Va precisato che uno stesso dato macroeconomico può essere espresso in due modi: in valore "nominale" quando si esprime in termini assoluti, in valore "reale" quando il dato corretto per gli effetti dell’inflazione.
Per esempio, in termini nominali 100 euro del 2009 possono essere equivalenti a 90 euro del 2019, nel senso che se nel 2009 quei 100 euro bastavano a comprare diversi beni, nel 2019 non bastano più perché l'inflazione se n'è mangiati 10.

Dato congiunturale e tendenziale

C'è un'altra distinzione importante da fare, quella tra dato congiunturale e tendenziale. Il primo misura la variazione in termini assoluti o percentuali rispetto al periodo precedente (per esempio, febbraio rispetto a gennaio). Il dato tendenziale invece misura la variazione in termini assoluti o percentuali, in confronto con lo stesso periodo dell’anno prima (per esempio, marzo 2019 rispetto a marzo 2018).

martedì 3 febbraio 2026

Costo del denaro, l'Australia comincia un ciclo di strette

Al termine della riunione di politica monetaria di inizio febbraio, la Reserve Bank of Australia (RBA) ha deciso di alzare il costo del denaro di 25 punti base, portandolo così al 3, 85%. Si tratta di una decisione che era stata ampiamente attesa dagli esperti di mercato, nonché del primo aumento dei tassi di interesse da novembre 2023.

La decisione sul costo del denaro

La Reserve Bank of Australia è la prima grande banca centrale mondiale a passare dal ciclo di allentamento post-Covid ad un ciclo restrittivo. La decisione di alzare il costo del denaro, presa all'unanimità dai membri del consiglio direttivo, nasce dalla ripresa significativa registrata dall'inflazione nella seconda metà del 2025

Sebbene non abbia raggiunto il picco che toccò nel 2022, rimane un fattore di preoccupazione per i membri del consiglio direttivo della Reserve Bank of Australia.

Il problema inflazione

I membri del board ritengono che parte dell'incremento dei prezzi sia legato alle maggiori pressioni sulla capacità produttiva e che - in base agli indicatori che anticipano il trend - l'inflazione rimarrà probabilmente oltre l'obiettivo fissato dalla banca per un certo periodo di tempo

Inoltre la RBA evidenzia che le condizioni del mercato del lavoro sono leggermente tese.
Le previsioni di inflazione di base da parte della RBA sono state aumentate dal 2,7% al 3,2% per l'anno in corso. Secondo alcuni esperti ciò alimenta le probabilità che l'istituto centrale possa intervenire nuovamente alzando il costo del denaro in futuro.

La reazione dei mercati

Le previsioni più aggressive riguardo l'andamento dell'inflazione e le possibili mosse sul tasso di interesse hanno dato supporto al Dollaro Australiano sul mercato valutario. Il cambio Aud/Usd si è nuovamente affacciato oltre la soglia di 0,7 con un forte rialzo rispetto al collega americano (fonte quotazioni Pocket Option link).

Intanto il rendimento di titoli di Stato 10 anni è cresciuto al 4, 86%, il livello più alto da novembre 2023, dopo che la Banca Centrale ha alzato il costo del denaro. La borsa australiana invece è riuscita a porre fine ad una serie negativa di quattro sessioni consecutive.