martedì 7 novembre 2017

Benzina: calano i consumi ma i prezzi restano su per colpa delle accise


Calano i consumi di benzina, ma aumentano i prezzi. E qui da noi in Italia continuano ad essere tra i più cari d'Europa. Ecco l'immagine del sistema di trasporto del nostro paese, dove nel corso di 12 mesi i consumi di prodotti petroliferi sono scesi del 6,2%. Ancor più marcato è il calo dei rifornimenti alla pompa, scesi dell'8,7% rispetto a un anno fa. Una piccola parte di questo calo è dovuto alla crescita globale delle auto ibride (3,1% delle nuove immatricolazioni), elettriche (0,1%), GPL e metano (6,5% e 1,5%).

Il prezzo della benzina


Quello che invece continua a crescere è il prezzo della benzina. Se in Europa la media è di circa 1,228 euro al litro, in Italia saliamo di oltre il 25% arrivando a 1,521 euro al litro. Dei prezzi più elevati si registrano solo in quelle economie nordiche dove c'è maggiore ricchezza pro capite: Norvegia, Islanda, Danimarca e Paesi Bassi. Se il dato sul prezzo viene rapportato anche al reddito medio pro capite, allora schizziamo in vetta.

Ad incidere in modo pesante sul prezzo della benzina sono le tasse. C'è un numero di accise in vita da decenni (per motivazioni che ormai non hanno neppure più luogo di esistere, come la guerra in Etiopia o la ricostruzione post-terremoto in Irpinia) che rimangono costanti anche quando il costo della materia prima cala. Per questo motivo anche quando il petrolio è sceso fin verso i 35 dollari al barile, il prezzo della benzina non è sceso mai oltre una certa soglia (1,450 circa).

E allora si comprende bene quel che è successo a Cagliari, dove una catena di Sant'Antonio ha informato la gente che in via Is Maglias si poteva fare benzina e diesel a 1 euro. Al distributore Tamoil infatti per diverse ore è rimasto in vigore il vantaggiosissimo prezzo. Risultato: code lunghissime di automobilisti che non si volevano far scappare l'occasione. Con buona pace del gestore, che quando si è accorto dell'errore è corso a staccare tutto, ma ormai il danno era fatto.



venerdì 3 novembre 2017

Economia: la crisi fa più male al Sud, PIL -11,9% in otto anni

La crisi dell'economia ha colpito tutto il mondo, ma da paese a paese con intensità differente. E anche all'interno dei singoli paesi le difficoltà si sono avvertire in modo differente tra Nord e Sud. L'Italia non fa eccezione. Secondo le rilevazioni di Bankitalia infatti, la crisi economica ha acuito il divario tra le nostre regioni anche in base alla presenza (o meno) di aree con una spiccata vitalità industriale. In pratica chi ha saputo riprendersi prima e cogliere il miglioramento della congiuntura è andata benone, chi invece non ce l'ha fatta è stata duramente colpita.

I dati sull'economia

I dati contenuti nel bollettino “Economie delle Regioni” realizzato dalla Banca d’Italia si basa sull'analisi fino al 2015, e individua 369 aree incrociando dove le performance aziendali sono mostrate positive nell’ultimo triennio.
Il risultato è che il 65% di queste aree manifatturiere vitali sono concentrare nel Nord, e inoltre ben distribuite su tutto il territorio. Al Sud invece sono molte di meno e con una distribuzione molto rarefatta, a macchia di leopardo. In pratica nel Meridione ci sono poche oasi felici sparse qui e là. E sono completamente assenti in ben 4 regioni: Molise Calabria, Sicilia e Sardegna.

Nel Meridione chi fa meglio è legato soprattutto al comparto alimentare, mentre salendo su per lo stivale le realtà più efficienti sono legate ai settori tecnologici intermedi: le produzioni chimiche, le apparecchiature elettriche e i trasporti, le lavorazioni dei metalli e la raffinazione.

Un altro dato inquietante riguarda il Prodotto Interno Lordo, che secondo questa analisi in Bankitalia è sceso del 11,9% al Sud tra il 2007 e il 2015, contro il -6,7 del Centro Nord e il 5,7 o 5,9% del Nord-Ovest e del Nord-Est. Una delle ragioni di tale divario è la differenza di produttività, che al Sud è più bassa di oltre il 20% rispetto al resto del Paese. Al Centro Nord si utilizza molta più forza lavoro qualificata.

mercoledì 1 novembre 2017

Occupazione: 75mila posti a rischio a causa della Brexit

La Brexit potrebbe avere delle ripercussioni enormi sull'occupazione britannica. L'allarme lo ha lanciato la stessa Bank of England, che parla di ben 75 mila posti di lavoro che sarebbero a rischio nel solo settore finanziario. Un quadro che peraltro potrebbe anche essere rivisto in peggio, nel caso in cui non si riuscirà a trovare un accordo per la Brexit. L'ipotesi del "no deal", ossia l’uscita di Londra dall’Unione europea senza un accordo complessivo che faccia da ammortizzatore, infatti alzerebbe questa stima. Ma è chiaro che pure nel caso in cui un accordo venga trovato, occorre vedere i termini per capire se l'impatto sarà così forte oppure no.

Nel frattempo la sterlina continua ad andare su e giù proprio in ragione dell'evoluzione dei negoziati. Su una delle migliori app trading con bonus abbiamo visto quando il pound è salito dopo che il capo negoziatore UE ha ipotizzato un'accelerata dei negoziati.

Brexit e occupazione

La Banca centrale inglese ha chiesto a diversi istituti e fondi d’investimento di predisporre un piano d’emergenza per fronteggiare una Brexit estrema. In questo caso infatti si dovrebbe tornare all'impianto normativo del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, per regolare gli scambi tra Gran Bretagna ed Europa. Ciò significherebbe che le banche inglesi non avrebbero più la licenza per operare sul Continente, e quindi dovrebbero per forza aprire corpose succursali in territorio Ue.

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Va detto che gli istituti invece secondo una loro previsione hanno fissato a 10mila il rischio di perdita forza lavoro a causa del Brexit. Secondo la BoE quella cifra invece si realizzerebbe già nel solo primo giorno della Brexit in caso di no deal. Va altresì precisato che molti si sono azzardati a fare previsioni in merito, con risultati altalenanti. Si può però dire che nessuno scende sotto i 10mila, così come la previsione BoE pare essere quella più pessimistica. La forbice concreta quindi è fra 10 mila e 75 mila posti di lavoro persi.
Ad ogni modo, questo non sembra mettere a rischio il posto di Londra come più grande centro finanziario europeo, come inizialmente previsto.