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martedì 1 settembre 2026

Pagamenti, in Italia il digitale è più che raddoppiato negli ultimi anni

Gli italiani sfruttano sempre di più gli strumenti digitali per regolare le loro transazioni. Tra il 2018 e il 2025 infatti è più che raddoppiato il numero di pagamenti che hanno sfruttato strumenti alternativi al denaro contante.

Lo studio di Bankitalia sui pagamenti

bancaLa fotografia della situazione è stata realizzata da uno studio di Banca d'Italia, che ha evidenziato come i pagamenti digitali abbiano oltrepassato la soglia dei 16 miliardi.
Secondo le rilevazioni del nostro istituto centrale, su tutto il territorio nazionale c'è stata una forte crescita dei pagamenti effettuati con carta. Tuttavia la maggiore crescita è stata registrata nelle regioni del Centro-Sud, con un incremento pro capite di circa il 55% nel periodo che va dal 2022 al 2025.

Al Centro il numero di operazioni pro-capite effettuate con carta è stato 194, appena 15 in più rispetto ai dati del Nord-Ovest e 22 in più rispetto ai dati del Nord-Est. Molto indietro invece il Mezzogiorno con 124 operazioni pro capite.

Bonifici sempre più digitali

Un aspetto interessante è che nel 2025 il numero di bonifici effettuati tramite i canali digitali ha raggiunto addirittura la percentuale dell'85% sul totale. Il ricorso allo sportello bancario, incluse anche le disposizioni tramite l'ATM, è sempre più marginale. Peraltro le nuove regole alle banche sui bonifici in vigore da ottobre scorso hanno agevolato ulteriormente questo scenario.

Il ruolo importante della pandemia

Una forte accelerazione nell'utilizzo dei pagamenti digitali si deve al periodo pandemico. La stessa Banca d'Italia evidenzia che il processo di crescita dell'adozione di strumenti digitali di pagamento ha avuto una intensificazione durante il periodo in cui vigevano le misure restrittive alla mobilità delle persone e alle attività produttive e commerciali, durante il periodo del Covid-19. Ciò ha favorito una maggiore diffusione delle forme di pagamento alternative al denaro contante (che gli italiani continuano a usare in prevalenza), la cui semplicità e immediatezza è stata poi determinante affinché quell'utilizzo si consolidasse anche negli anni successivi.

mercoledì 17 agosto 2022

Debito pubblico, nuovo record a giugno. In sei mesi è salito del 2% a 2.766 miliardi

Non è certo un record invidiabile quello che ha registrato l'Italia. I nostri conti pubblici hanno infatti evidenziato un debito pubblico che è salito a 2.766,4 miliardi, nuovo primato storico.
Lo ha evidenziato il Supplemento Finanza Pubblica del bollettino della Banca d’Italia.

I numeri sul debito pubblico

Il nuovo record è stato raggiunto a causa dell'aumento di 11,2 miliardi che c'è stato nel mese di giugno

Questa crescita è legata all'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (4,9 miliardi, a 86,2), al fabbisogno (4,2 miliardi) e all’effetto complessivo di scarti e premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (2,2 miliardi).
Il debito pubblico italiano dall'inizio dall’inizio dell’anno è cresciuto di circa 52 miliardi, ossia l'1,9%.

I conti di Amministrazioni ed Enti

Chi ha contribuito ad incrementare questa montagna di debito pubblico?
Principalmente le Amministrazioni centrali, dove l'incremento mensile di giugno è stato di 12,5 miliardi. Le Amministrazioni locali invece hanno ridotto la loro esposizione debitoria di 1,3 miliardi. rimane praticamente fermo invece il debito degli Enti di previdenza.
La Banca d’Italia detiene la maggior parte del debito, circa il 25,8%. La scadenza media è stabile a 7,7 anni.

Spese ed entrate

La spinta al debito pubblico è arrivata soprattutto per via delle iniziative di sostegno a imprese e famiglie partite col Covid e proseguite con la guerra in Ucraina e la crisi energetica.

Allo stesso tempo, però, le entrate dello Stato stanno andando bene perché - come hanno già dimostrato i dati sul Pil - la crescita dell'economia è stata più forte e resiliente del previsto, e i prezzi in aumento hanno anche contribuito a portare maggior gettito.
Nel primo semestre dell'anno infatti le entrate tributarie sono state pari a 218,1 miliardi, in aumento dell'11,9 per cento (23,2 miliardi) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

martedì 26 luglio 2022

Redditi, l'indagine di Bankitalia evidenza un aumento delle disuguaglianze

L'ultima indagine effettuata dalla nostra banca centrale Nazionale sull'andamento dei redditi delle famiglie italiane, ha evidenziato che il livello attuale è nettamente inferiore rispetto a quello del 2006.

La dinamica del reddito

tasseQuello che ha inciso sull'andamento dei redditi negli ultimi 16 anni sono evidentemente le 3 recessioni che hanno colpito il nostro Paese. Eppure dal 2016 al 2020 c'è stato un balzo in avanti del reddito equivalente (ossia calcolato a prezzi costanti è corretto per confrontare tra loro nuclei con diversa composizione). Infatti è aumentato del 3,7%. Ma se il livello viene confrontato con quello che c'era nel 2006, risulta quasi del 8% inferiore.

Crescono le disuguaglianze

Un dato preoccupante, che ha sottolineato la Banca d'Italia, riguarda l'ampliamento delle disuguaglianze. La metà meno ricca delle famiglie possedeva appena l'8% del patrimonio netto complessivo. La metà di quest'ultimo invece era nelle mani di un gruppo assai ristretto, composto dal 7% più ricco del paese.

Questo andamento risente anche di una doppia tendenza. Da un lato il calo del valore delle proprietà immobiliari, che sono quelle più importanti delle famiglie meno abbienti. Dall'altro l'aumento delle attività finanziarie, che sono invece gli asset più gettonati tra le persone ricche.
Tutto ciò ha spinto la ricchezza media posseduta dal %% dei più facoltosi verso crescita del 20% rispetto al 2016.

Indebitamento e precarietà finanziaria

Oltre ad un divario dei redditi medi e delle ricchezze, l'analisi di Bankitalia evidenzia anche la crescita delle famiglie indebitate. La quota sul totale è infatti salita al 24,7%, rispetto al 21,3% del 2016. Una buona parte dell'aumento è legato sia all'acquisto delle abitazioni, sia a finalità di consumo.

Il dato positivo invece riguarda le famiglie vulnerabili sotto il profilo finanziario. Si tratta dei  nuclei con un reddito equivalente inferiore a quello mediano e una spesa annua per il servizio del debito superiore al 30% del reddito. Sono infatti diminuite del 4 % ed oggi sono soltanto il 2% dell'intera popolazione.

mercoledì 2 marzo 2022

Banche, le misure straordinare anti-Covid stanno per finire

Mentre le banche maggiori hanno vissuto una giornata nera in Borsa, come conseguenza degli avvenimenti che sono in corso in Ucraina, Bankitalia si appresta a rimuovere alcune misure che vennero introdotte durante la prima crisi Covid nel 2020, per consentire alle banche non significative di avere maggiore flessibilità.

Cosa cambia per le banche

Le misure che vennero introdotte all'epoca, riguardavano le banche direttamente vigilate non significative e gli intermediari non bancari

Quegli interventi furono necessari per superare le esigenze straordinarie legate alla crisi sanitaria. Ma ormai i presupposti di quelle misure non sussistono più, così nelle prossime settimane - con scadenze diversificate - la banca d'Italia eviterà di estenderle ulteriormente.

Quali sono le misure che cesseranno

Da metà marzo verrà fermata la misura relativa alla liquidità delle banche. Si tratta di un provvedimento che ha consentito alle banche non significative di continuare a lavorare pur avendo un LCR (coefficiente di copertura della liquidità) inferiore al 100%.

Dal 31 marzo invece, alcune esposizioni verso le banche centrali non dovranno più essere escluse dalla misura dell'esposizione complessiva, che viene utilizzata per il calcolo del coefficiente di leva finanziaria.

Infine, la misura relativa al buffer di capitale non verrà estesa oltre fine anno. Questo provvedimento aveva consentito alle banche meno significative e agli intermediari non bancari di operare al di sotto del CCB del requisito di secondo pilastro P2G.

L'avviso di Bankitalia

La rimozione di tali misure straordinarie, non vuol dire però che la situazione sia del tutto rilassata. La Banca d'Italia ha infatti precisato che continuerà a verificare che le politiche di distribuzione dei dividendi siano improntate alla prudenza. Infatti permane ancora "incertezza riguardo l'evoluzione delle prospettive macroeconomiche".

mercoledì 28 luglio 2021

Banche, via libera ai dividendi da Bankitalia anche per gli istituti non significativi

Grazie ai continui segnali di miglioramento dell'economia, la Banca d'Italia ha deciso di allinearsi alla BCE, rimuovendo i limiti alla distribuzione dei dividendi e al riacquisto azioni da parte degli istituti italiani non significativi (ossia le banche che sono sotto la sua diretta vigilanza).

Semaforo verde per le banche

A spingere Bankitalia verso questo passo sono le ultime proiezioni macroeconomiche, che forniscono un quadro più ottimistico riguardo all’economia.
Per questo motivo è adesso possibile fare un passo indietro rispetto alle misure restrittive, e tornare ai criteri del processo SERP per la valutazione del capitale, dei piani di distribuzione dei dividendi e dei programmi di riacquisto di azioni. Tutto analogamente a quanto fatto dalla Bce per le banche significative.

Il processo Srep (Supervisory review and evaluation process), è quel sistema di revisione e valutazione prudenziale della solidità degli istituti. Si attua sintetizzando i risultati emersi dall’analisi degli istituti di vigilanza per un dato anno, e viene utilizzato per indicare alla banca le azioni da intraprendere.

Gli avvertimenti alle banche

A partire dalla fine di settembre, le banche non significative potranno quindi tornare a distribuire dividendi e procedere al riacquisto di azioni proprie sul mercato.
Ma Bankitalia avverte di conservare una certa prudenza nell'intraprendere tali azioni. In special modo, invita le banche a considerare attentamente la sostenibilità del loro modello di business.
Un altro aspetto che devono tenere in considerazione è il rischio che, allo scadere delle misure di sostegno introdotte in risposta alla pandemia Covid-19, possano verificarsi ulteriori perdite tali da impattare sulle relative traiettorie patrimoniali.

La Raccomandazione sui dividendi e sulle politiche di remunerazione rimane in vigore fino al 30 settembre 2021, quindi con riferimento ai dividendi, le prossime decisioni dovranno essere assunte nel quarto trimestre del 2021.

venerdì 23 ottobre 2020

Banche, l'allarme di Visco: "Il Covid potrebbe avere conseguenze molto pesanti sul sistema"

La crisi da Covid potrebbe far cadere qualche banca. A dirlo non è uno qualunque, ma il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. In occasione della seconda conferenza Baffi Carefin, il numero uno dell'istituto centrale ha preannunciato uno scenario molto complesso per le nostre banche. Al punto di non escludere per alcuni istituti conseguenze pesanti.

L'effetto del Covid sulle banche

Non c'era alcun dubbio che la pandemia, con tutte le gravissime conseguenze economiche che ha portato, avrebbe avuto effetti pesanti anche sulle nostre banche. Come evidenzia il governatore, ci sarà un probabile aumento delle perdite sui crediti, e questa rappresenta "una questione cruciale". Le perdite su crediti dovrebbero concretizzarsi nei prossimi mesi, e proprio di fronte a questa prospettiva, "diverse banche hanno già iniziato ad aumentare sostanzialmente i propri accantonamenti".

Equilibrio delicato

Per questo Visco si rivolge ai responsabili politici, avvertendoli che dovranno proseguire nella strada dei prestiti agevolati alle aziende in difficoltà. Infatti il contesto rimane ancora molto incerto, e una rimozione anticipata dei prestiti provocherebbe ulteriori rischi. Per questo "si richiede una cauta estensione delle misure in scadenza", ha sottolineato il banchiere centrale.
Si sottolinea la parola "cauta". Infatti la crisi ci ha messi in un vicolo stretto: da una parte è necessario continuare a sostenere l'economia, ma dall'altra occorre anche anche evitare di destabilizzare le banche. Anche il credito di manica larga potrebbe essere molto dannoso, e portare ad "allocazioni indesiderate del credito verso imprese non redditizie".

Il tema dei Npl

Un altro tema caldo affrontato da Visco riguarda la gestione delle sofferenze da parte dell'Unione europea (In Europa è in discussione un possibile alleggerimento delle regole sugli Npl, verso le quali ci sono molti pareri critici). In tal senso, il governatore auspica la partecipazione di investitori privati alle badbank  focalizzate sulla gestione degli Npl.

mercoledì 15 maggio 2019

Debito pubblico, sorpresa positiva: a marzo è sceso di 4,4 miliardi

L'ultimo dato relativo al debito pubblico italiano riserva una sorpresa positiva. A marzo infatti è sceso di oltre 4 miliardi di euro, in larga parte grazie allo svuotamento del conto corrente del Tesoro.

La nuova misura del debito pubblico

Complessivamente il nostro debito è sceso a 2.358,8 miliardi. Una misura che almeno per adesso allontana lo spettro di un ulteriore incremento del record, che era stato raggiunto appena a febbraio scorso. Nonostante la flessione l'ammontare del debito pubblico dell'Italia resta comunque altissimo e ai massimi dello storico, e tuttavia rappresenta un piccolo e momentaneo spiraglio di luce in un momento di oggettiva difficoltà per la nostra economia.

La misura del nuovo debito pubblico italiano è stata comunicata dalla Banca d'Italia, all'interno del suo Bollettino statistico mensile "Finanza pubblica, fabbisogno e debito". In esso viene precisato che il fabbisogno a marzo è stato pari a 20,2 miliardi di euro, ma è stato più che compensato dalla flessione che hanno registrato le disponibilità liquide del Tesoro, che sono scese a quota 22,4 miliardi di euro. Circa 2,3 miliardi di debito pubblico sono stati cancellati grazie a una serie di elementi tra cui la variazione de tassi di cambio, la rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione e gli scarti e i premi all'emissione e al rimborso.

Singoli settore ed entrate tributarie

A livello di singoli settori, il risultato più importante è stato quello delle Amministrazioni centrali, dove il debito ha registrato alla fine del mese di marzo un calo di 4,0 miliardi. Quello delle Amministrazioni locali è sceso di 0,4 miliardi, mentre è rimasto stabile il debito degli Enti di previdenza.

Bankitalia ha inoltre reso noto il nuovo dato sulle entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato a marzo. L'indicatore è salito a quota 28,7 miliardi, +0,8 per cento rispetto a marzo 2018. Considerando tutto il primo trimestre 2019, invece, le entrare tributarie contabilizzate sono ammontate a 92,2 miliardi con un rialzo dello 0,6 per cento nel confronto con il primo trimestre 2018.

giovedì 9 maggio 2019

Ricchezza, per le famiglie italiane è pari a 8,4 volte il reddito

Secondo un dato diffuso da uno studio congiunto Istat-Bankitalia, la ricchezza netta delle famiglie italiane supera di 8,4 volte il reddito disponibile (al lordo degli ammortamenti).

Ricchezza pro-capite delle famiglie

Il rapporto tra ricchezza netta delle famiglie italiane e reddito disponibile, risulta molto più elevato nel nostro paese rispetto a quanto si registra in Francia, Inghilterra e Canada, anche se nel periodo il divario si è notevolmente ridotto. Negli ultimi anni, infatti, l’indicatore è gradualmente sceso dal picco raggiunto nel 2013, con un andamento opposto a quello osservato per gli altri paesi.

Inoltre la ricchezza media delle famiglie italiane risulta essere più alta di quella delle famiglie tedesche, alla fine del 2017. A generare questo dato potrebbero influire diverse variabili, tra cui anche la tendenza delle famiglie italiane a immobilizzare la ricchezza. Emerge infatti che sono soprattutto le abitazioni a costituire il patrimonio delle famiglie, visto che circa la metà della ricchezza lorda deriva da lì, con un valore di 5.246 miliardi di euro. Il "mattone" ha quindi costituito la principale forma di investimento delle famiglie.

Indebitamento e attività finanziarie

In Italia, inoltre, le famiglie sono meno indebitate che in altri Paesi. Infatti il totale delle passività delle famiglie italiane è stato pari a 926 miliardi di euro. E' aumentata inoltre la ricchezza netta delle famiglie italiane, che alla fine del 2017 è stata pari a 9.743 miliardi di euro. E' cresciuta leggermente anche la ricchezza netta valutata ai valori correnti (+1%) dopo un triennio di continuo calo.

Questa inversione di tendenza riflette l'aumento delle attività finanziarie, che sono state pari a 156 miliardi di euro (+3,7%), che ha ampiamente compensato la riduzione di 45 miliardi di euro (-0,7%) delle attività reali, in diminuzione dal 2012, e l'aumento delle passività finanziarie di 13 miliardi di euro (+1,4%). Tuttavia, l'incidenza delle attività finanziarie sulla ricchezza netta delle famiglie è risultata inferiore a quella registrata in altre economie.

martedì 15 gennaio 2019

Debito pubblico, nuovo record storico a novembre: 2345 miliardi

Tocca nuovi record il debito pubblico italiano, che continua a crescere mese dopo mese. Secondo l'ultima rilevazione di Banca d'Italia, a novembre le amministrazioni pubbliche hanno accumulato 10,2 miliardi di debiti in più rispetto al mese precedente, portando così la cifra complessiva a 2.345,3 miliardi (a novembre 2017 era pari a 2.263 miliardi). Si tratta del nuovo record assoluto, che supera quello precedente registrato a luglio 2018.

I dati sul debito pubblico

Nel Supplemento al Bollettino Statistico "Finanza pubblica, fabbisogno e debito", si evidenzia che questo incremento di debito è servito a finanziare il fabbisogno del mese (5,8 miliardi) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (3,3 miliardi, a 51,9). La Banca d'Italia ha pure precisato che l'effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e in ultimo la variazione dei tassi di cambio hanno determinato a novembre un incremento del debito pubblico italiano di 1,2 miliardi di euro.

Se si esamina la ripartizione del debito pubblico per sottosettori, si evidenza come quest'aumento del debito sia stato sostanzialmente provocato dalle amministrazioni centrali. Il debito delle amministrazioni locali e quello degli enti di previdenza infatti sono rimasti pressoché invariati.

Le entrate tributarie

Nello stesso documento di via Nazionale, oltre all'aggiornamento sul debito pubblico vengono anche forniti i nuovi dati sulle entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato. A novembre tasse e imposte sono state pari a 39 miliardi, con un aumento dell'8,7% anno su anno. Banca d'Italia ha precisato che l'aumento riflette anche il versamento dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni, che la legge di bilancio per il 2018 aveva posticipato da maggio a novembre. Nei primi undici mesi del 2018 le entrate tributarie sono state pari a 378,7 miliardi, registrando un incremento dell'1% rispetto al dato del 2017.

lunedì 22 ottobre 2018

Moneta Unica, l'addio dell'Italia aprirebbe uno scenario cupo

Le forti tensioni tra Roma e Bruxelles hanno fatto riemergere con vigore il rischio di una Italexit, ovvero dell'uscita del nostro paese dalla moneta unica. Ipotesi peraltro resa un po' più concreta dall’ultimo declassamento di Moody’s, che ha abbassato il rating italiano a Baa3 (lo stesso livello di Ungheria e Romania e l’ultimo gradino prima del livello spazzatura).

L'addio alla moneta unica

Anche se l'uscita dalla moneta unica rimane molto improbabile, sta comunque spingendo molti risparmiatori italiani a spostare i loro capitali all’estero. Il motivo? Se dovesse mai esserci, sarebbero proprio i cittadini a pagare il conto più salato. Anche gli investitori stranieri stanno abbandonando l’Italia. Secondo il Financial Times, soltanto durante il mese di agosto c'è stata una fuga di capitali dall'Italia per 18 miliardi di euro.

Se l’Italia dovesse un giorno giungere davvero all'addio della moneta unica, si tornerebbe alla lira. Bankitalia riprenderebbe sovranità monetaria e presumibilmente il Tesoro potrebbe tornare a stampare moneta, inflazionando il debito e svalutando la moneta allo scopo di ridurre il proprio debito in lire. Tuttavia, questo meccanismo finirà per renderci tutti più poveri, e anche se una bella fetta del debito si ridurrà perché convertibile in Lira, l'altra fetta sarà in moneta forte (euro). In più la Banca d’Italia dovrà rimborsare in tempi rapidi i consistenti debiti contratti in questi anni con la Bce, che non concederà certo sconti e dilazioni. Al quadro dovrà aggiungersi anche il probabile assalto della gente alle banche per ritirare i propri risparmi, un po’ come successo in Grecia nel 2015. Il settore bancario sarebbe sottoposto a fortissime pressioni.

Più incerti, ma comunque negativo, l'effetto sull'inflazione. Tornare alla Lira probabilmente la renderà instabile e imprevedibile, e questa incertezza finirebbe per penalizzare gli investimenti e in definitiva la produzione di reddito a livello nazionale. Il Paese, in sintesi, rallenterebbe la sua crescita.

Non sarà come la Brexit

A chi fa paragoni con quanto accade nel Regno Unito, bisogna ricordare che gli inglesi non hanno mai fatto parte dell’unione monetaria. Hanno sempre conservato la loro valuta e la loro autonomia in tema di politica monetaria. E la cosa cambia drasticamente lo scenario. Per non parlare del fatto che la rottura con la UE potrebbe creare un terremoto politico e sociale, con il rischio di spianare la strada a governi autoritari che promettono di fermare l’instabilità.

martedì 27 febbraio 2018

Banche, al Sud bruciati 7mila posti di lavoro in pochi anni

Sono numeri pesantissimi quelli che emergono da una indagine della First Cisl Nazionale riguardo le banche. Al Sud sono circa 7mila i posti di lavoro andati persi negli ultimi 8 anni, dal 2009 al 2017. Il report dell'ufficio studi di una delle sigle sindacali del settore bancario ha lasciato sbigottiti gli autori stessi, che non si aspettavano numeri così drammatici. Lo studio è stato realizzato elaborando i dati di Bankitalia sul numero degli esuberi nelle banche. Il fatto sorprendente è che parliamo di uscite volontarie, che sono coperte dal Fondo di solidarietà nazionale.

I dati sulle banche

Se a livello Nazionale l'occupazione nelle banche è scesa da 330mila unità (nel 2009) al di sotto delle 294mila, al Sud i numeri sono terribili. Come percentuale si sfiora una perdita di 12,4% dei lavoratori del sistema, mentre la media nazionale è al 9,3%. A rendere il tutto ancora più eclatante è il fatto che nel Sud Italia il numero di istituti di credito, sportelli e dipendenti era già più basso che nel resto del paese. Eppure la maggior parte degli esuberi si è registrata in questa area. E poi va aggiunto anche un ulteriore aspetto, ovvero che la disoccupazione giovanile al Sud e nelle isole è oltre il 42%.

Sorprende anche il fatto che le peggiori vicissitudini delle banche sono state vissute non nel mezzogiorno, bensì al Nord. Pensiamo al fallimento delle Popolari venete, alle difficoltà delle Casse di Rimini e Cesena. Al Sud invece il mondo delle banche non è stato toccato da alcuna situazione grave, malgrado alcune situazioni difficili ci siano state (il dissesto di CariChieti, le ripercussioni della crisi delle ex Popolari su Banca Nuova).

Perché allora è il Sud a uscire peggio dai piani di ristrutturazione? Secondo molti è per assenza di strutture direttive autonome sul territorio. Del resto Banco di Napoli verrà incorporato in Intesa Sanpaolo, Banco di Sicilia è già stato integrato in Unicredit. La mancanza di grandi strutture autonome nel Mezzogiorno rende questa area una specie di grande filiale di istituti che hanno direzione altrove.

venerdì 3 novembre 2017

Economia: la crisi fa più male al Sud, PIL -11,9% in otto anni

La crisi dell'economia ha colpito tutto il mondo, ma da paese a paese con intensità differente. E anche all'interno dei singoli paesi le difficoltà si sono avvertire in modo differente tra Nord e Sud. L'Italia non fa eccezione. Secondo le rilevazioni di Bankitalia infatti, la crisi economica ha acuito il divario tra le nostre regioni anche in base alla presenza (o meno) di aree con una spiccata vitalità industriale. In pratica chi ha saputo riprendersi prima e cogliere il miglioramento della congiuntura è andata benone, chi invece non ce l'ha fatta è stata duramente colpita.

I dati sull'economia

I dati contenuti nel bollettino “Economie delle Regioni” realizzato dalla Banca d’Italia si basa sull'analisi fino al 2015, e individua 369 aree incrociando dove le performance aziendali sono mostrate positive nell’ultimo triennio.
Il risultato è che il 65% di queste aree manifatturiere vitali sono concentrare nel Nord, e inoltre ben distribuite su tutto il territorio. Al Sud invece sono molte di meno e con una distribuzione molto rarefatta, a macchia di leopardo. In pratica nel Meridione ci sono poche oasi felici sparse qui e là. E sono completamente assenti in ben 4 regioni: Molise Calabria, Sicilia e Sardegna.

Nel Meridione chi fa meglio è legato soprattutto al comparto alimentare, mentre salendo su per lo stivale le realtà più efficienti sono legate ai settori tecnologici intermedi: le produzioni chimiche, le apparecchiature elettriche e i trasporti, le lavorazioni dei metalli e la raffinazione.

Un altro dato inquietante riguarda il Prodotto Interno Lordo, che secondo questa analisi in Bankitalia è sceso del 11,9% al Sud tra il 2007 e il 2015, contro il -6,7 del Centro Nord e il 5,7 o 5,9% del Nord-Ovest e del Nord-Est. Una delle ragioni di tale divario è la differenza di produttività, che al Sud è più bassa di oltre il 20% rispetto al resto del Paese. Al Centro Nord si utilizza molta più forza lavoro qualificata.

giovedì 10 novembre 2016

Bankitalia: crescono i depositi, i presiti delle banche invece non decollano

Continua l'impennata dei depositi bancari, che hanno continuato a crescere negli ultimi mesi e confermano questa tendenza al rialzo, secondo gli ultimi dati rilevati dall'indagine di Bankitalia sulle "Principali voci dei bilanci bancari".

I dati di Bankitalia

bancaI depositi crescono in modo molto più rapido rispetto a quanto fanno i prestiti. Secondo i dati Bankitalia, la raccolta ottenuta in questo modo infatti è salita del 3,6% a settembre, dopo aver registrato un incremento del 4,1% durante il mese di agosto.
Riguardo alle altre voci invece, la raccolta obbligazionaria è calata del 10,1%, anche in questo caso seguendo un trend al ribasso che va avanti già da un po'.

Ancora pochi prestiti

Per quanto riguarda invece i prestiti, purtroppo malgrado le esortazioni da parte della BCE e del Governo, le banche continuano a non erogarne abbastanza. Il dato infatti rivela una crescita estremamente moderata, pari allo 0,9%,che comunque rappresenta una accelerazione rispetto al +0,7% di agosto.

Tassi di interesse e bilanci

Per quel che concerne i tassi di interesse, anche a settembre si è registrato un calo. I mutui costano in media 2,33% (comprensivi delle spese accessorie), in discesa rispetto all'ultimo dato di 2,52%. I crediti al consumo passando all'8,12% dal precedente valore di 8,24%.
I bilanci delle banche segnano nel complesso un calo dei prestiti in sofferenza (-1,7%), secondo il supplemento "Moneta e Banche" pubblicato da Bankitalia. Tuttavia il loro tasso di crescita rimane stabile al 12,1%, se escludiamo cartolarizzazioni.

martedì 4 ottobre 2016

Banche, si prevedono grossi tagli all'occupazione

Il mondo delle Banche italiane si prepara ad una bella sforbiciata. Lo fa capire Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, parlando questa mattina a Roma. «Il problema numero uno delle banche italiane è la bassa redditività», ha detto Rossi che peraltro non è che scopra l'acqua calda. Quel che dice in seguito fa però intendere che la riorganizzazione del settore avrà forti ripercussioni sull'occupazione.

300mila dipendenti sull'uscio delle banche

bancaCi sono già oltre 300mila dipendenti bancari destinati a ridursi notevolmente, ma occorrerà un intervento deciso per il quale potrebbe anche esserci un provvedimento legislativo ad hoc.
«Occorre accelerare la razionalizzazione delle strutture organizzative centrali e della rete delle dipendenze sul territorio», ha aggiunto Rossi «in modo da riassorbire l’eccesso di capacità produttiva che si è determinato in questi lunghi anni di crisi».

Pochi giorni fa l'Adusbef aveva accusato le accusa di essere costose e poco affidabili.

Che cosa accadrà ai lavoratori in esubero

Ma cosa ne sarà degli esuberi? «Si potranno utilizzare gli ammortizzatori sociali, il pensionamento anticipato finanziato dal fondo di solidarietà del settore, ma se dovesse occorrere allora ci potrebbero essere interventi ad hoc», ha aggiunto.
Secondo Rossi al fine di recuperare redditività, ci saranno aggregazioni e fusioni. Un po' come disse anche Draghi qualche settimana fa. «Le banche italiane - aggiunge Rossi - devono recuperare l’agilità, fare esercizio fisico e perdere peso».

Bisognerà riflettere seriamente su questa situazione - anche se adesso per le banche i primi nodi da sciogliere sono Mps e le good bank - perché c'èin ballo il futuro di migliaia di lavoratori.

lunedì 3 ottobre 2016

Trading: Unicredit alle prese col nodo aumento di capitale

Il quadro che c'è attorno a Unicredit ancora non ha dei contorni ben definiti. Il neo amministratore delegato Mustier s'è trovato con più di qualche ostacolo da superare, e il contesto generale del settore bancario non facilita certo la situazione. Il nuovo manager ha spostato finora delle pedine importanti ai vertici aziendali, ed ha avviato delle cessioni. Ma adesso la cosa più imminente è mettere mano al progetto di ricapitalizzazione, che secondo gli analisti va concretizzato entro primavera.

Unicredit sotto i riflettori degli appassionati di Trading

unicreditRiguardo l'ammontare dell'aumento di capitale, ci sono diversi punti di vista. Alcuni analisti ritengono che servirà di almeno 8 miliardi di euro, ma il londinese Financial Times giunge a prospettare la necessità che si tocchi la doppia cifra, minimo 10 miliardi. Tutto ciò avviene mentre Adusbef accusa le banche italiane di essere costose e poco affidabili.

Intanto Unicredit ha ceduto una quota di Finecobank, Pekao e prossimamente anche Pioneer. Da queste operazioni conta di ottenere una cifra compresa di oltre 5 miliardi, che ridurrà di conseguenza l'importo della nuova iniezione di capitale.

Le azioni della banca in Borsa

Dal punto di vista dei mercati, in ogni caso settembre è stato un pessimo mese. Il titolo Unicredit ha perso il 10.15%, secondo i dati di broker opzioni binarie No ESMA.

Summit a Roma dal Ministro dell'eocnomia

Riguardo alla situazione dell'intero comparto bancario, oggi i vertici di Unicredit saranno a Roma dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan per fare il punto sulla crisi del sistema. Ci sarà anche il presidente di Bankitalia, Ignazio Visco, e pure i vertici di Intesa e Ubi, e quelli dell'Abi, l'associazione bancaria, del Fondo Atlante e delle casse di risparmio dell'Acri.
L'incontro è la prima occasione dopo l'estate per una riflessione sul risanamento del sistema bancario, ma probabilmente si parlerà anche della cessione delle quattro "good bank" nate dalle ceneri di Etruria, Banca Marche e delle casse di Chieti e Ferrara.