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mercoledì 16 marzo 2022

Banche, sofferenze in crescita a gennaio (+3 miliardi)

Il nuovo rapporto mensile ABI evidenzia un dato che - anche se non turba eccessivamente - è comunque emblematico delle difficoltà che viviamo. Le sofferenze delle banche italiane sono nuovamente cresciute a gennaio.

I numeri della sofferenza delle banche

Gli ultimi dati riguardo all'andamento dei prestiti in sofferenza dicono che durante il mese di gennaio c'è stato un balzo di ben 3 miliardi di euro delle sofferenze nette, ossia quelle calcolate al netto di svalutazioni e accantonamenti fatti dalle banche con risorse proprie. Il totale delle sofferenze sale così a 18,2 miliardi.  

Tuttavia questo livello rimane inferiore rispetto al dato registrato l'anno scorso. A gennaio 2021 infatti le sofferenze delle banche sfioravano i 20 miliardi. Ancora di più erano a gennaio 2020, quando furono 26,3 miliardi di euro.

Il motivo per cui non bisogna preoccuparsi eccessivamente di questi dati si comprende se confrontiamo l'attuale livello delle sofferenze delle banche, con quello che c'era a novembre 2015 ossia il mese record con 70,7 miliardi di sofferenze. Le banche italiane sono riuscite a sforbiciare loro crediti problematici di quasi il 80%.

Rapporto sofferenza impieghi

L'associazione delle banche italiane evidenzia inoltre che il rapporto tra sofferenze nette e impieghi totali è poco sopra il punto percentuale a gennaio. Era 0,87% a dicembre 2021, era 1,14% a gennaio 2021, era 1,55% a gennaio 2020 ed era addirittura a 4,89% a novembre 2015.

Andamento dei prestiti

Per quanto riguarda l'andamento dei prestiti, durante il mese di febbraio c'è stato un incremento delle richieste da parte di imprese e famiglie pari al 2,3% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. In particolar modo sono aumentate le richieste da parte delle famiglie verso le banche, +4% su base annua. I prestiti alle imprese registrano invece un aumento dello 0,9% su base annua.

La raccolta

Va evidenziato che la raccolta complessiva  (depositi da clientela residente e obbligazioni) a febbraio ha segnato una crescita del +3,3% su base annua.
I depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati, nello stesso mese, di circa 79 miliardi di euro rispetto ad un anno prima (variazione pari a +4,5% su base annuale), mentre la raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, è scesa, negli ultimi 12 mesi, di circa 12,9 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -6,0%).

Lo spread

Lo spread fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie rimane in Italia assai basso. A febbraio 2022 risulta di 171 punti base (come nel mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

mercoledì 16 maggio 2018

Banche Italiane, le prossime sfide si chiamano UTP

Le banche italiane hanno fatto grossi passi in avanti per quanto riguarda i NPL - non performing loans - ovvero i crediti in sofferenza. Ma c'è un'altra quota di crediti che potrebbe in futuro generare grossi problemi. Si tratta dei crediti UTP, ovvero gli "unlike to pay". Si tratta di quei crediti che non hanno raggiunto ancora il grado di sofferenza dei NPL, ma che in futuro potrebbero diventarlo. Crediti di difficile riscossione, molto spesso garantiti da immobili, il cui grado di deterioramento è meno grave delle sofferenze. Crediti che devono essere sanati altrimenti diverranno sofferenze in futuro.

Un altro bel problema per le banche italiane

Per adesso non sono ancora una priorità nell'agenda delle banche italiane, ma presto ptorebbero diventarlo e finiti nel mirino della Vigilanza bancaria europea, proprio come successo per i NPL. Secondo un recente studio, nei bilanci dei nostri istituti alla fine del 2017 ammontavano a 94 miliardi lordi. A causa delle svalutazioni quei miliardi diventano 66. Significa cioè che in valore superano l'importo delle sofferenze nette, i famigerati non performing loans, che si fermano a quota 64 miliardi.

E' fuori di dubbio che i crediti incagliati sono l'anticamera delle sofferenze vere e proprie. In questo senso altri dati sono allarmanti. Oltre la metà degli accordi intrapresi tra banche italiane e aziende debitrici (per lo più si tratta di piccoli imprenditori) non è ancora stato concluso, mentre addirittura il 40% di quelli che sono stati firmati, nel giro di quattro anni hanno finito per chiudersi malissimo con il fallimento o la liquidazione del debitore.

Il problema di questo tipo di situazioni è che non possono essere gestite allo stesso modo dei NPL. Nel caso degli Utp infatti si agisce su un rapporto ancora vivo, nel quale la banca non può tirare troppo la corda perché rischia di far soccombere il debitore e quindi trasformare gli Utp in NPL, facendosi in definitiva del male da sola. Il rapporto che deve instaurarsi è quindi molto simile a quello consulenziale, perché deve essere finalizzato a far riemergere l'azienda. Vanno coinvolti anche avvocati, urbanisti, talvolta ingegneri e di sicuro relationship manager. Ma sono pronte la banche italiane per questa nuova sfida?

giovedì 28 dicembre 2017

Banche, i titoli tossici sono un rischio almeno quanto i crediti in sofferenza


Non ci sono solo i crediti in sofferenza a creare preoccupazioni alle banche europee. L'ammontare dei crediti "illiquidi" (titoli tossici) è altrettanto allarmante. Parliamo di circa 6800 miliardi di euro tra attivi e passivi, ovvero 12 volte l'importo dei crediti in sofferenza. Quando si parla di titoli illiquidi si fa riferimento a quelli che non essendo quotati sui mercati regolamentati, hanno difficoltà di smobilizzo.

Cosa sono i titoli tossici


Essi vengono catalogati in bilancio al «Livello 2» e «Livello 3», e comunque sono un rischio importante per un istituto di credito. Potrebbero infatti essere soggetti a shock di prezzo e creare problemi ai bilanci delle banche che li detengono.

Quando parliamo di titoli di «Livello 2» facciamo riferimento a titoli che non hanno prezzi certi sul mercato ma hanno titoli simili quotati o comunque qualche indicazione diretta o indiretta che permetta di determinare un prezzo. Discorso più aleatorio per i titoli di «Livello 3», che non hanno alcun punto di riferimento, neppure indiretto, sul mercato. Il loro valore quindi è abbastanza arbitrario. Al punto che la stessa Bankitalia sottolinea che "Le banche sono incentivate ad usare questa discrezionalità a proprio vantaggio".

Il rischio connesso


Secondo i calcoli di Bankitalia, basterebbe una riduzione del loro valore di circa il 5% per ridurre in media il capitale di migliore qualità (Cet1) delle 18 banche europee più esposte di 350 punti base. Parliamo di un effetto che sembra contenuto e invece rappresenta una potenziale bomba. Bankitalia considera peraltro questa possibilità come "un’ipotesi tutt'altro che irrealistica".

Per questo motivo l'istituto centrale italiano evidenzia che focalizzarsi solo sui crediti deteriorati, come fanno le autorità di Vigilanza, sia un errore. Bisognerebbe accendere un faro più forte anche su questi titoli. Anche perché - sottolinea Bankitalia - il rischio di valutazione dei titoli di «livello 2» e 3 è simile a quello dei crediti deteriorati.