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mercoledì 25 febbraio 2026

Retribuzioni, è dura la vita del neolaureato italiano

Quando si riesce a raggiungere l'ambito titolo di studio per potersi tuffare nel mondo del lavoro, l'entusiasmo dei giovani italiani si intiepidisce di fronte alle retribuzioni. Quelle medie all'ingresso del mondo del lavoro per i nostri neolaureati, sebbene in crescita, rimangono ben distanti rispetto al resto d'Europa.

Il divario Italia Europa sulle retribuzioni

La fotografia della situazione è stata scattata nel report Total Remuneration Survey 2025, realizzato da Mercer esaminando le politiche di ingresso circa le retribuzioni di 735 grandi e medie aziende che sono attive sul territorio italiano. Sono imprese che hanno un fatturato medio di 830 milioni e complessivamente contano più di 1400 dipendenti. Aziende che sono quindi solide e strutturate.

Ebbene, nel 2025 le retribuzioni medie dei neolaureati al primo impiego sono state circa 32.000 euro lordi. Rispetto all'anno precedente c'è una lieve crescita (erano 30.500 euro) mentre rispetto al 2022 l'incremento è stato del 7%. Sebbene questo aumento rappresenta un segnale molto positivo, che mette in luce l'interesse delle aziende a dare attenzione ai talenti di casa nostra, ma resta il fatto che il divario rispetto alle retribuzioni all'ingresso che si registrano nel resto d'Europa rimane ampio.

Fanalini di coda

Le imprese italiane sotto questo aspetto si trovano sul fondo della classifica in Europa. I nostri neolaureati hanno retribuzioni superiori soltanto a quelli della Spagna e della Polonia, dove però le dinamiche di crescita degli stipendi stanno accelerando. In Polonia addirittura la crescita è stata del 41% in tre anni, e di questo passo ci vorrà davvero poco per superarci.

Se guardiamo ai vertici della classifica vengono i brividi. Le retribuzioni all'ingresso in Svizzera sono in media 90 mila euro annui. Praticamente il triplo di quelle italiane. Austria e Germania hanno 57 mila euro di stipendi all'ingresso e sono pari merito sul secondo gradino del podio. 

Un capitolo a parte meriterebbe poi la questione del gender gap uomo donna, che da noi continua ad essere un altro fattore che fa indignare.

La fuga

Di fronte a questi numeri bisogna interrogarsi e far scattare il campanello d'allarme, perché contribuiscono ad alimentare la mobilità internazionale dei nostri giovani qualificati. C'è poi un altro aspetto da evidenziare oltre a quello riguardante le retribuzioni basse. Si tratta della carenza di strategie dedicate ai neolaureati. Soltanto un'azienda su 6 ha una politica specifica per questa categoria di giovani lavoratori virgola è soltanto un terzo offre dei percorsi di carriera specifici.

martedì 29 luglio 2025

Lavoro, supera i 44 anni l'età media degli occupati italiani

Le conseguenze dell'invecchiamento demografico sono sempre più evidenti sul mercato del lavoro italiano. L'età media dei dipendenti infatti cresce ancora e arriva a 44,2 anni, ossia oltre due anni in più rispetto all'età media che c'era nel 2019 (pari a 42 anni).

Dato preoccupante sul lavoro

E' quanto viene messo in evidenza da un'analisi condotta da Confesercenti sulla base dei dati forniti da INPS, Istat e camerali. I numeri riguardo all'età media di chi ha un lavoro nel nostro paese evidenziano una tendenza preoccupante che è frutto di due concause. Da una parte c'è il calo del numero dei giovani al lavoro, dall'altra invece la crescita forte degli over 50.

Sempre meno giovani al lavoro

Lo scenario più preoccupante riguarda l'andamento dell'occupazione giovanile. Dal 2004 al 2024 le persone in età compresa tra i 15 e 34 anni che hanno un lavoro sono calati di oltre due milioni. C'è stato un calo anche nella fascia compresa tra 35 e 49 anni, con un milione di lavoratori in meno. Allo stesso tempo c'è stato un vero e proprio boom degli over 50, che nell'ultimo ventennio sono cresciuti di quasi 5 milioni. In questo numero va sottolineato la presenza di un milione di lavoratori già pensionati, soprattutto autonomi e professionisti.

Le difficoltà dei giovani

Il calo dei giovani si spiega soprattutto con l'allungamento dei percorsi di studio, che fanno affacciare sul mercato del lavoro in età sempre più matura. Peraltro molto spesso questo ingresso è reso difficile dalla maggiore diffusione dei contratti cosiddetti pirata, ossia quelli al ribasso rispetto ai contratti collettivi più rappresentativi. Fenomeni che finiscono anche per scoraggiare la ricerca di un lavoro. Al tempo stesso l'invecchiamento della popolazione in età lavorativa deriva anche dall'innalzamento dei requisiti pensionistici.

Al Sud età media anche oltre i 50 anni

Dal punto di vista geografico, la più alta età media di chi ha un lavoro si registra al centro Italia, dove si toccano i 44,6 anni. Leggermente più indietro è il nord, con 44,4 anni. Al Sud si sfiorano i 44 anni. Come si vede il fenomeno è abbastanza trasversale lungo tutto lo stivale italiano. A livello regionale, l'Umbria è quella con l'età media più alta del lavoro, ben 54,1 anni. Superano i 50 anni anche molte regioni del Sud Italia.

martedì 28 febbraio 2023

Imprese e giovani, l'unico slancio arriva dal settore agricolo

Per i giovani italiani l'apertura di una propria azienda è sempre stato un percorso a ostacoli, anche molto costoso. L'unica luce nell'intero panorama arriva dal settore agricolo, dove le imprese gestite da under 35 continuano a crescere.

Agricoltura e imprese

A fornire i dati sulla situazione delle imprese guidate da giovani in Italia è stata Coldiretti. Emerge allora che ogni giorno del 2022 sono nate mediamente 17 nuove imprese agricole condotte da giovani. Si tratta dell'unico settore in cui l'imprenditoria giovanile è riuscita a migliorare rispetto al decennio precedente.

L'incremento di questo periodo infatti è dell'1%, mentre in altri settori si registra un calo del 13%. In alcuni casi la caduta è stata anche superiore al 25%, come nel caso del settore tessile (-28%).

Il ritorno alla terra

Per i giovani italiani si tratta di un ritorno alle origini, quando erano i loro nonni a dedicarsi alla terra, alla coltivazione e dall'allevamento. Intanto però il panorama di opzioni si è arricchito, comprendendo anche l'attività di agriturismo, le vendite dirette, lo sviluppo di bioenergie e dell'economia green.
Nell'ultimo decennio su questa tendenza hanno inciso probabilmente le crisi economiche, lo scoppio della pandemia e della guerra.

La fotografia delle imprese giovanili

Quasi un giovane imprenditore agricolo su 5 è laureato. Più di un'impresa su tre è molto informatizzata, mentre una su quattro ha realizzato delle innovazioni nell'ultimo triennio.
In sostanza la presenza dei giovani nell'ambito agricolo ha in qualche modo rivoluzionato l'intero mestiere. Va aggiunto che i risultati sono ottimi, visto che il fatturato risulta più elevato del 75% della media degli altri settori, e con il 50% in media di occupati in più rispetto all'imprenditoria giovanile negli altri settori.

L'ostacolo

Va detto che neppure le imprese agricole sfuggono alle difficoltà che sono tipiche dell'accesso ad ogni attività per i giovani. Il prezzo medio di un ettaro di terreno agricolo sfiora il 21 mila euro, ma si può arrivare alla iperbolica cifra di 1,5 milioni di euro per i vigneti dei grandi vini del Nord.
Si tratta di prezzi medi, anche se bisogna sottolineare le grosse differenze tra i singoli territori. Tra gli 8.800 media nelle isole e i 29.000 euro c'è infatti una grandissima differenza.

venerdì 11 maggio 2018

Lavoro, raddoppiano i giovani in fuga verso l'estero

L'Italia investe circa i 4% del proprio PIL per il ciclo di istruzione dei propri cittadini, ma l'assenza di lavoro ha spinto sempre più laureati a fuggire all'estero. Negli ultimi anni è addirittura raddoppiata la quota di giovani che preferisce cercare lontano dall'Italia la propria strada. Al di là dell'aspetto economico, il danno è soprattutto a livello culturale visto che la "fuga di cervelli" spegne il motore dell'innovazione. Il capitale umano maggiormente qualificato, quello che potrebbe essere motore di innovazione e portatore di creatività, viene di fatto bruciato.

La fuga per il lavoro

Secondo i dati dell'Istat, dal 2012 al 2016 (ultimo rapporto aggiornato disponibile), il saldo migratorio dei giovani laureati italiani (25-39 anni) è passato da 5mila a 10mila. La cosa più grave è che in questo lasso di tempo le condizioni economiche del paese sono migliorate, anche sotto io profilo del lavoro, visto che hanno cominciato a vedersi i primi segnali di ripresa economica (seppure lieve). Ma a questo non è corrisposto una inversione del fenomeno, che anzi ha continuato a crescere.

Tutto questo si traduce in una cosa: sui 69 miliardi di euro che l'Italia spende per "allevare" i propri giovani, una fetta servirà ad arricchire i paesi stranieri. La capacità del Paese di trattenere i talenti si è quindi ridotta ulteriormente, e la perdita di giovani altamente qualificati continua. Peraltro questo trend negativo è trasversale a tutto il Paese. Tutte le regioni hanno infatti un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale.

I dati peggiori sono al Sud, dove il saldo negativo è tra il -4 e il -7 per mille. Peraltro nel Mezzogiorno il quadro è ancora più fosco, dal momento che alle migrazioni verso l'estero occorre sommare pure quelle verso altre regioni d’Italia. Complessivamente si giunge fino ad arrivare a un tasso migratorio tra -26 e -28 per mille.