giovedì 29 gennaio 2026

Lavoro, allarme inattivi in Italia sono a quota 12,4 milioni

I numeri sull'occupazione in Italia sembrano raccontare un quadro più incoraggiante negli ultimi mesi. La narrazione infatti racconta che ci sono più posti di lavoro, una disoccupazione in deciso calo e dei contratti più stabili. Tuttavia c'è anche il rovescio della medaglia, ossia l'aumento vertiginoso degli inattivi.

Le persone che non cercano lavoro

Gli inattivi sono quegli individui che pur essendo in età lavorativa non hanno alcuna occupazione e neanche la cercano. La loro situazione rappresenta una delle componenti più problematiche del mercato occupazionale italiana, perché sono una spia della sfiducia e dell'esclusione sociale.

Secondo gli ultimi dati del Centro Studi di Unimpresa il numero di inattivi in Italia è cresciuto a 12,4 milioni, ossia il 33% del totale della forza lavoro presente nel nostro paese.

Gli inattivi e gli occupati

La cosa preoccupante è che questo numero così alto di inattivi non è diminuito neanche con la crescita dell'occupazione (il tasso ha raggiunto il 62,6%, ossia il nuovo massimo storico). Tra settembre 2022 e novembre 2025 sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro mentre il numero di occupati è cresciuto da 23,1 a 24,1 milioni di persone. Eppure parallelamente il numero di soggetti inattivi è rimasto stabile. Significa che nel sistema produttivo italiano c'è una folta platea degli individui che è rimasta fuori dal circuito del lavoro.

Conseguenze

La presenza di un numero così corposo di soggetti che non hanno un lavoro neppure lo cercano si traduce anche in una serie di conseguenze economiche importanti. Anzitutto c'è una minore base contributiva, di conseguenza ci sono anche minori entrate fiscali

Inoltre una platea così nutrita di persone che non entrano nel circuito lavorativo alimenta la pressione sul nostro welfare (ad esempio, il popolo dei Neet ci costa circa 16 miliardi). Un alto numero di inattivi rallenta poi la crescita del prodotto interno lordo e ostacola il dinamismo sociale. In sostanza le conseguenze di un numero così elevato di inattivi sono importanti tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

domenica 25 gennaio 2026

Investitori, ci aspetta una settimana molto intensa sui mercati

Il mese di gennaio si conclude con una settimana densa di appuntamenti per gli investitori. Nel calendario spicca la prima riunione del 2026 della Federal Reserve, ma gli appuntamenti sia economici che geopolitici sono tanti.

Negli Stati Uniti c'è il clou per gli investitori

Come abbiamo detto, l'appuntamento più rilevante per i mercati finanziari è la prima riunione del 2026 della banca centrale USA. La Federal Reserve concluderà la sua due giorni di meeting mercoledì. I trader si aspettano che lascerà invariato il tasso sui fondi federali nella forbice compresa tra il 3,5% e il 3,75%, dopo il taglio dei tassi fatto a dicembre.

Ma gli Stati Uniti sono il fulcro dell'interesse degli investitori anche le numerose società che in settimana alzeranno il velo sui conti trimestrali. Spiccano Apple, Meta, Microsoft, IBM e Tesla.

Le vicende economiche si intrecciano poi a quelle politiche, visto che Trump ha riportato il nervosismo tra gli investitori con le sue minacce su diversi fronti. Tutto ciò potrebbe incidere sull'andamento del dollaro, che nei giorni scorsi è precipitato sui minimi di tre mesi.

Gli appuntamenti in Europa

Il calendario degli eventi finanziari in Europa avrà come appuntamento chiave la pubblicazione del dato sul Pil del IV trimestre per l'Eurozona, che si prevede in crescita dello 0,3%. Anche i dati sull'inflazione verranno monitorati dagli investitori, mentre l'Euro sta riconquistando terreno sul dollaro (si veda anche l'andamento dell'acceleration deceleration indicator).
Nel continente inoltre ci sarà la riunione di politica monetaria della Riksbank svedese, che dovrebbe mantenere i tassi di interesse invariati.

Il resto del mondo

Anche nelle altre zone del mondo ci sono appuntamenti importanti per gli investitori. Si riuniranno le banche centrali di Canada e Brasile, mentre in Cina l'attenzione sarà rivolta ai dati sugli utili industriali di dicembre, insieme alle letture ufficiali degli indici PMI manifatturieri e non.
In Giappone Occhio ai dati sull'inflazione di Tokyo. In Australia gli investitori conosceranno il report sull'inflazione al consumo del mese di dicembre.

mercoledì 21 gennaio 2026

Aziende, la fusione da cui è nata Stellantis non ha prodotto gli esiti sperati

Era il 19 gennaio 2021 quando alla borsa di New York debuttò ufficialmente il gruppo Stellantis. Nasceva dalla fusione di due aziende leader di mercato come Fiat Chrysler e PSA. Il gruppo italo-francese sarebbe dovuto essere un colosso efficiente e crescente, ma a 5 anni di distanza quelle premesse non sono state rispettate.

I numeri contano per le aziende

C'è un numero che più di tutti evidenzia il fatto che la fusione da cui è nata Stellantis non ha convinto. E' il 40% di perdita del valore del titolo a Wall Street. Più o meno identica è anche la perdita sul listino italiano. 

Nessuno può dire come sarebbero andate singolarmente le aziende coinvolte nella fusione, ma di sicuro possiamo dire che Fiat Chrysler e PSA insieme non sono andate molto lontano.

Dall'euforia alla delusione

Eppure quel progetto aveva raccolto un pieno di entusiasmo e di fiducia da parte dei mercati. Si immaginavano grosse sinergie industriali e una maggiore efficienza operativa grazie alla fusione. Del resto i numeri alla nascita erano imponenti. Le due aziende che si fondevano avevano oltre 8,7 milioni di veicoli venduti ogni anno, una presenza industriale a livello globale e un portafoglio di marchi tra i più ampi del settore.

Il 2024 hanno drammatico

C'è un momento preciso in cui chi aveva investito nelle aziende che poi si sono fuse tra loro si è pentito di aver dato fiducia al nuovo gruppo industriale. E' il giorno in cui è stato presentato il piano industriale "Dare Forward 2030", che fu fortemente voluto dall'ex amministratore delegato Carlos Tavares. Quel piano era molto ambizioso ma ben presto si è scontrato con forti difficoltà operative e con un'industria dell'auto sempre più in difficoltà.

Tutto questo ha progressivamente eroso la fiducia degli investitori, fino all'improvvisa uscita di scena dell'amministratore delegato. Sotto la guida del nuovo Ceo Antonio Filosa, che ha assunto la carica l'estate scorsa, il gruppo Stellantis sta cercando di riconquistare la fiducia di investitori e mercati. Magari con un grande Capital Markets Day atteso nella prima metà dell'anno.

giovedì 15 gennaio 2026

Investimenti online, Il sogno di ricchezza per molti non diventerà mai realtà

Il desiderio che spinge molti piccoli risparmiatori a diventare dei trader, ossia fare investimenti online per conto proprio, è conquistare una ricchezza che però nella quasi totalità dei casi non arriverà mai.

Il difficile mondo degli investimenti online

La platea degli investitori online fai da te è molto eterogenea e comprende studenti, casalinghe, piccoli imprenditori, impiegati, artigiani. Sfortunatamente siamo bombardati di inserti pubblicitari da parte di sedicenti guru degli investimenti online, che propongono delle ricette per conquistare la ricchezza. La loro forse, ma di sicuro non quella di chi cade nel tranello. 

Dietro questo accattivante messaggio ci sono spesso corsi a pagamento oppure la promessa di potenti algoritmi o delle strategie raffinate (che magari puntare sull'ausilio di strumenti come l'intelligenza artificiale) per essere sempre o quasi vincenti. Tutta fuffa.

Tempo e denaro

La realtà degli investimenti online è qualcosa di completamente diverso, perché è un vero e proprio lavoro assimilabile a quello di un imprenditore, visto che il rischio è soltanto di chi decide di intraprendere questa strada, e non esiste alcuna certezza di agire in modo efficace. 

Pensare di diventare ricchi o comunque di guadagnarsi una seconda entrata supplementare attraverso brevi e sporadiche sessioni di trading è follia. I mercati vanno seguiti o comunque tenuti sempre d'occhio, e per farlo occorre studiare, studiare e ancora studiare. Bisogna conoscere come funzionano i mercati finanziari, e conoscere anche gli strumenti tecnici del trading online. Ad esempio i supporti, le resistenze, i trend, i concetti di lap gap trading.

Il fattore denaro

Un secondo aspetto importante è il capitale investito. Sognare di diventare ricchi cominciando da poche migliaia di euro se non addirittura di meno è fuori dalla realtà. Pensiamo che se uno partisse con 100mila euro, che sono veramente tanti, per guadagnarsi una rendita da 1.500 euro al mese dovrebbe realizzare una performance del 18% annuo

Chi conosce gli investimenti online sa che è estremamente difficile. Magari una volta ti può andare bene, ma la giostra non gira sempre nel senso sperato. Immaginiamo adesso se uno decidesse di partire con un capitale addirittura minore. Dovrebbe realizzare delle performance da vero indovino.

lunedì 12 gennaio 2026

Produzione di olio d'oliva, l'Italia sta per essere scalzata dalla Tunisia

Uno dei prodotti di eccellenza dell'enogastronomia italiana è l'olio d'oliva. Finora siamo sempre stati al secondo posto al mondo per produzione di olio d'oliva, dietro soltanto la Spagna. Eppure questo scenario potrebbe cambiare presto.

La Tunisia e la super-produzione di olio d'oliva

Secondo il prestigioso quotidiano Financial Times, il nostro posto sul secondo gradino più alto del podio sta per essere preso dalla Tunisia. Le stime infatti indicano che durante la campagna del 2025-2026 la produzione di olio d'oliva tunisina dovrebbe giungere fra 380mila e 400mila tonnellate. Ma alcune proiezioni si spingono addirittura a 500mila.

Questi numeri sono destinati a cambiare la struttura e gli equilibri del mercato olivicolo mondiale. E ci farebbero retrocedere al terzo posto tra i maggiori produttori di olio d'oliva.

I fattori favorevoli

La corsa produttiva della Tunisia è il frutto di una serie di fattori. Anzitutto quello climatico che è stato decisamente benevolo. La campagna olearia tunisina ha infatti beneficiato di piogge regolari rispetto a quelle che si sono avute nei paesi produttori del Mediterraneo, che sono stati penalizzati da periodi di siccità e fenomeni temporalisti improvvisi.
In secondo luogo l'impennata del prezzo dell'olio d'oliva, che all'inizio del 2024 ha toccato i diecimila dollari per tonnellata, ha rappresentato un incentivo estremamente importante alla produzione.

Ma l'elemento più importante è la struttura del settore olivicolo tunisino, che può beneficiare di una delle più ampie superfici al mondo, circa due milioni di ettari coltivati e 107 milioni di alberi. In questo modo la Tunisia può beneficiare velocemente di quelle annate che sono cariche, amplificando l'effetto delle stagioni favorevoli.

Un problema per l'Italia

La concorrenza dell'olio tunisino è un bel problema per l'Italia. Unaprol e Coldiretti ritengono che ci sia una distorsione di mercato e che le importazioni a basso costo di olio tunisino finirà per danneggiare enormemente gli agricoltori italiani. Il colpo di grazia è stato aver favorito l'ingresso nel paese di olio tunisino a dazi Zero spingendo ulteriormente i prezzi verso il basso e comprimendo i margini degli olivicoltori italiani.

giovedì 8 gennaio 2026

Mercato del rame, si viaggia verso un grosso deficit di offerta

La dinamica tra domanda e offerta sul mercato del rame è in squilibrio. E questo scenario potrebbe condurre a a un deficit duraturo nei prossimi anni, forse già a partire da quest'anno. Ci significa che il prezzo del metallo rosso potrebbe crescere ancora.

Cosa succede sul mercato del rame 

Il problema essenziale è che sul mercato del rame la domanda sta crescendo più velocemente dell'offerta. Negli ultimi mesi, il settore ha vissuto una serie di interruzioni nelle estrazioni minerarie. In Congo, ad esempio, l'attività sismica ha causato l'allagamento del complesso Kamoa-Kakula. In Cile c'è stato un crollo nella miniera El Teniente. In Indonesia una frana ha danneggiato la seconda miniera di rame più grande al mondo, Grasberg.

Oltre ai problemi riguardanti le miniere già esistenti, un altro problema è che la costruzione di nuove miniere e l'espansione di progetti esistenti sono lente e costose (Il tempo medio dalla scoperta di un giacimento alla produzione supera i 15 anni).

I problemi sul fronte commerciale hanno aggiunto ulteriore pressione, visto che il timore che Trump possa imporre dazi sul metallo rosso raffinato hanno innescato un accumulo di riserve negli Stati Uniti e svuotato gli impianti di stoccaggio in altri paesi.

Cosa accade dal lato della domanda?

Sul fronte della domanda invece le prospettive sono di tutt'altro genere. Nel breve termine, il mercato del rame è frenato dalla debolezza della Cina che è il maggiore consumatore del metallo rosso. A causa della crisi immobiliare, la richiesta di tubi e cavi è precipitata, mentre il calo dei consumi ha ridotto la produzione di elettrodomestici ed elettronica.
Ma se questo è lo scenario nel breve periodo, nel lungo il quadro appare diverso. Secondo le stime di BloombergNEF, la richiesta globale sul mercato del rame potrebbe crescere di oltre un terzo entro il 2035.

A guidare la richiesta sarà la proliferazione di data center basati sull'intelligenza artificiale. Si tratta di strutture che richiedono una quantità di rame significativamente maggiore rispetto a quelle tradizionali (possono consumare fino a quattro volte più rame rispetto a quelli tradizionali).

Il prezzo del metallo rosso

Anche se il riciclo dei rottami metallici è in crescita, parliamo ancora di volumi insufficienti a compensare il divario tra offerta e domanda. Di conseguenza, i prezzi del rame sul London Metal Exchange hanno raggiunto nuovi massimi storici, superando i 13.000 dollari per tonnellata, dopo aver fatto breakout da un diamante Diamond trading. A New York i futures sul metallo rosso sono a circa 5,8 dollari per libbra, dopo aver toccato nuovi massimi storici a inizio settimana.

lunedì 5 gennaio 2026

Mercato oleario italiano schiacciato dalla concorrenza estera di bassa qualità

La concorrenza straniera continua a fare molto male ad uno dei prodotti di eccellenza italiani, l'olio d'oliva, il cui prezzo è precipitato a livello più basso degli ultimi tre anni gettando il mercato oleario in una grande difficoltà.

Il grave problema per il mercato oleario

olioAll'inizio di dicembre la quotazione all'ingrosso dell'olio extravergine di oliva made in Italy è scesa sotto la soglia dei €7 come non succedeva da tre anni. In appena due settimane ha perso circa 3 euro al kg.

I prezzi possono non dire molto a chi non conosce bene il mercato oleario, ma chiunque può capire la gravità della situazione se pensa al fatto che i costi di produzione nelle principali regioni olivicole italiane (Puglia, Calabria Sicilia e Toscana) oscillano tra 8 e 10 euro al kg. In pratica produrre olio extravergine di oliva non solo non rende più, ma molti produttori vendono in perdita.

Qual è la dinamica tra domanda e offerta

Lo scivolone continuo dei prezzi dell'olio extravergine di oliva non è legato a normali oscillazioni nel rapporto tra domanda e offerta sul mercato oleario, bensì è la conseguenza di una forte distorsione generata da una concorrenza straniera feroce

Spesso ad essa si accompagnano anche comportamenti non propriamente leciti, come dimostra il maxi sequestro di 14.000 litri di olio EVO che non riportavano alcuna indicazione di origine, creando non solo un possibile danno al consumatore che viene ingannato ma anche al produttore italiano.

Arrivi record dalla Grecia

Gli arrivi continui di olio extravergine d'oliva da altri Paesi è stato messo sotto i riflettori da Unaprol e Coldiretti, che hanno parlato di veri e propri trafficanti di olio d'oliva, che sfruttano le lacune normative europee per immettere sul mercato oleario prodotto a bassissimo costo, spacciandolo come italiano o comunque come extravergine di qualità.

Gli arrivi in Italia sono cresciuti a dismisura soprattutto dalla Grecia, paese dal quale l'importazione di olio è cresciuto del 139% nei primi otto mesi del 2025. Si tratta di un prodotto che giunge sul mercato a prezzi compresi tra 4 e 4,2 euro al kg, ossia a metà del costo di produzione degli produttori italiani.