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martedì 21 aprile 2026

Esportazioni, scatta l'allarme sulle conserve di pomodoro made in Italy

Uno dei prodotti di punta del nostro settore agroalimentare è senza dubbio il pomodoro. L'eccellenza ci viene riconosciuta in tutto il mondo, come dimostra il fatto che siamo leader nelle esportazioni di tutti i derivati di questa materia prima agricola. Eppure c'è un allarme che è scattato di recente.

I numeri sulle esportazioni

Come ha evidenziato Anicav, ossia l'associazione che riunisce le imprese produttrici di conserve alimentari vegetali, i numeri delle esportazioni di tutti i derivati del pomodoro hanno registrato un calo tanto in valore quanto in volume.

Complessivamente il valore del nostro export è sceso dell'8% rispetto al 2024, mentre i volumi di prodotto sono calati del 2%. Nonostante questo calo rimaniamo comunque in vetta alla classifica globale dell'export dei derivati. Se l'Europa si conferma il nostro principale mercato di sbocco, con il 60% in valore, gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco extraeuropeo con una quota del 7,5%.

L'impatto dei dazi americani

Sull'andamento del nostro export agroalimentare incidono in modo determinante i dazi americani introdotti da Trump con il Liberation Day. Oltre il 64% delle conserve alimentari, in maggioranza rappresentata da pelati, polpa e pomodorini, sono stati tra i prodotti più colpiti dalle tariffe USA (-7,1%). Il guaio è che si tratta dei prodotti a maggior valore aggiunto.

La concorrenza sleale

Un altro fattore che sta esercitando pressione sulle nostre esportazioni dei derivati di pomodoro è la concorrenza straniera, in particolar modo quella sleale. Il mercato infatti è sempre più inondato di prodotti che non rispettano standard di qualità, sicurezza e sostenibilità e che sono introdotti sui mercati a bassissimo prezzo.

Probabilmente questa è la minaccia più forte per la nostra industria delle conserve, perché la forbice di prezzo tra il nostro prodotto e quello dei competitors si sta allargando sempre di più, mettendo così a rischio le quote di mercato che sono state conquistate nel corso degli anni dalle nostre imprese.

domenica 24 agosto 2025

Costo dei dazi USA per l'Italia, una vera stangata su vino e olio

Finalmente gli USA e l'UE sono riuscite a raggiungere un accordo sulle tariffe commerciali. Per lo più saranno dazi al 15%, che non è poco ma neppure quanto si temeva fino a poche settimane fa. Il guaio è che alcuni settori patiranno un costo molto alto, perché gli USA sono il principale mercato di sbocco. 

Un miliardo di costo

Il grido d'allarme è stato lanciato da Coldiretti, e riguarda i nostri prodotti agroalimentari. A causa dei dazi americani il settore subirà un costo di circa 1 miliardo di euro (o meglio, un mancato guadagno), e verrà colpita l'intera filiera del cibo Made in Italy. I prodotti più colpiti saranno vino, olio, pasta e comparto suinicolo.

Anche se i negoziati tra USA e UE proseguiranno dopo l'accordo, per vedere di spuntare qualche esenzione o una minore portare delle tariffe, è improbabile che  si riuscirà a ottenere l'esclusione dei prodotti agroalimentari di eccellenza dalla lista dei dazi.

Vino e olio i prodotti più colpiti

Facendo due conti, il danno è davvero pesante. Gli Stati Uniti infatti rappresentano il principale mercato extra-Ue per l'agroalimentare italiano. Il nostro export negli USA nel 2024 ha sfiorato gli 8 miliardi di euro. A causa dei dazi, il costo maggiore lo patirà il vino italiano, perché l'impatto dei dazi americani sarà di oltre 290 milioni. E se il dollaro dovesse svalutarsi ancora rispetto all'euro, allora il danno crescerà. 

Subito dopo il vino, il prodotto made in Italy più colpito sarà l'olio extravergine di oliva. A causa delle tariffe ci sarà un costo aggiuntivo superiore a 140 milioni. Verrà colpita duramente anche la pasta di semola, con quasi 74 milioni di euro in più. 

Un trend negativo che già si percepisce

Al di là delle stime, preoccupa il fatto che i primi numeri concreti già evidenziano i danni delle tariffe commerciali. In questi primi tre mesi di applicazione dei dazi aggiuntivi al 10%, l'export agroalimentare italiano verso gli Usa ha segnato un calo del 2,9% in valore, secondo un'analisi Coldiretti su dati Istat del commercio estero. E' il primo calo mensile dell'agroalimentare negli Stati Uniti dal settembre 2023.

domenica 6 luglio 2025

Investitori, è la settimana del dentro o fuori sul fronte commerciale

Nel corso di questa settimana la questione commerciale sarà l'evento più importante per gli investitori. Ci saranno comunque anche degli appuntamenti macroeconomici importanti, come la pubblicazione dei verbali del FOMC degli Stati Uniti e le decisioni di politica monetaria in Australia e Nuova Zelanda.

L'evento clou per gli investitori 

La scadenza del 9 luglio fissata da Donald Trump come termine ultimo per la sospensione dei dazi cade questo mercoledì, e dalla Casa Bianca sono già partite delle lettere formali ai partner commerciali avvertendoli sulle tariffe che dovranno affrontare se non ci saranno degli accordi.

Gli investitori erano convinti che si sarebbe arrivati a questa data con progressi sostanziali nei negoziati, ma invece allo stato attuale soltanto Regno Unito, Cina e Vietnam sono riusciti a raggiungere un accordo quadro con gli Stati Uniti.

Inutile sottolineare che l'eventuale entrata in vigore dei dazi avrebbe delle ripercussioni fortissime sui mercati.

Dati macro negli USA

Il calendario economico degli Stati Uniti prevede la pubblicazione dei verbali dell'ultima riunione di politica monetaria della Fed. Ciò potrebbe dare qualche indicazione in più sulla futura politica monetaria statunitense, e imprimere una direzione anche al dollaro. Il biglietto verde negli ultimi giorni è rimasto attorno quota 97, dopo aver accennato a una candela inverted hammer trading.

Gli appuntamenti in Europa

Non ci sono grandi dati in uscita in Europa, che comunque propone per gli investitori un interessante report sulla produzione industriale tedesca e le vendite al dettaglio della Eurozona. Queste ultime potrebbero diminuire per la prima volta in cinque mesi. Anche i dati finali sull'inflazione di giugno in Germania, Italia e Francia saranno interessanti per gli investitori.
Nel Regno Unito invece l'attenzione sarà rivolta al PIL e alla produzione industriale.

NB. Se ambite a diventare degli investitori sui mercati finanziari, uno delle cose da conoscere bene è come tracciare supporti e resistenze.

Il resto del mondo

Diversi eventi sparsi per il mondo saranno oggetto di grande attenzione dei mercati finanziari. Innanzitutto ci saranno le riunioni di politica monetaria della Reserve Bank of Australia e della Reserve Bank of New Zealand. La RBA dovrebbe tagliare i tassi di interesse per 25 punti base, a causa dell'indebolimento dell'inflazione e delle prospettive economiche. L'istituto neozelandese invece dovrebbe lasciare invariato il tasso ufficiale di interesse al 3,25%.
In Cina e tanto grande attenzione per i dati sull'inflazione, che dovrebbe rimanere invariata su base annua.

mercoledì 2 luglio 2025

Export, l'agroalimentare italiano comincia a risentire dei dazi USA

Uno dei punti di forza dei prodotti Made in Italy sono quelli relativi al settore agroalimentare. Essi contribuiscono in modo forte al nostro export, soprattutto quello in direzione degli Stati Uniti. Proprio per questo motivo i dazi commerciali rappresentano una minaccia forte per il nostro paese.

Ad aprile segnali di frenata nell'export

Quando ormai mancano pochi giorni alla scadenza del termine di sospensione per l'entrata in vigore delle tariffe reciproche, Coldiretti lancia un allarme riguardo all'export di prodotti agroalimentari negli Stati Uniti.

Nel mese di aprile, quando sono entrate in vigore le tariffe aggiuntive sulle merci europee, prima al 20% e poi al 10%, c'è stata una drastica riduzione dell'export agroalimentare verso gli Stati Uniti. Ad aprile dell'anno precedente c'era stata una crescita del 28%, questa volta la crescita è stata appena dell'1,3%. Un campanello d'allarme che fa capire quanto sia importante le trattative in corso tra Unione Europea e USA.

Anche rispetto al primo trimestre del 2025, quando c'è stato un aumento dell'export dell'11%, il confronto su base annuo è negativo.
Per avere una misura più chiara delle conseguenze delle tariffe sull'export agroalimentare italiano bisognerà vedere i dati di maggio e giugno, quando l'effetto scorte non sarà più visibile.

I segmenti che manifestano i primi problemi

Nel frattempo Coldiretti ha evidenziato i segnali di difficoltà che arrivano soprattutto da alcuni segmenti dell'agroalimentare italiano. Dati fortemente negativi arrivano dal mercato del vino, che ha registrato un calo del 9% nel mese di aprile, rispetto all'aumento del 18% che c'era stato ad aprile del 2024. Anche il segmento dei formaggi manifesta una forte frenata, perché benché l'export sia cresciuto del 7%, è lontano lontano dal 24% dell'anno scorso. Per l’olio d’oliva si passa dal +75% al -17%.

Il rischio italian sounding

Mentre il nostro export si riduce, crescono i danni collaterali legati al fenomeno dell'Italian sounding. Sono sempre di più i prodotti che richiamano il made in Italy ma in realtà non hanno nulla di italiano, né come origine né tanto meno come qualità. Ma intanto rosicchiano quote di mercato ai prodotti autentici. Gli USA sono in testa per la produzione di falsi Made in Italy, con un valore di oltre 40 miliardi, in particolare nei formaggi.

martedì 13 maggio 2025

Industria siderurgica Europea, un malato grave minacciato anche dai dazi

Già da diverso tempo l'aria che tira attorno all'industria siderurgica Europea non è delle migliori. La forte concorrenza cinese infatti ha creato gravi problemi al settore, che adesso teme il colpo di grazia con la politica tariffaria di Donald Trump. Per questo si guarda con grande speranza ai primi segnali concreti di una de-escalation.

Cosa accade all'industria siderurgica europea

C'è un dato eclatante che evidenzia il grave problema che le guarda l'industria siderurgica Europea. Rispetto al 2008, la produzione nell'Unione Europea è crollata del 30% arrivando al suo livello più basso mai raggiunto. Nel settore sono andati persi quasi 100.000 posti di lavoro (dati Worldsteel).

Negli ultimi dieci anni la produzione di acciaio in Europa è passata dall'essere il 7% rispetto al totale mondiale all'attuale 4%. Numeri terribili, che descrivono una situazione di crisi nera.

L'importanza per l'Europa

Quanto questa situazione sia preoccupante se lo fa comprendere un'annotazione di carattere storico. L'attuale Unione Europea nacque in origine proprio attorno all'acciaio e al carbone. Nel 1951 infatti il trattato di Parigi ratificò la nascita della Comunità Europea del carbone e dell'acciaio (CECA). L'Europa è nata proprio attorno all'industria siderurgica, quella che secondo molti adesso sta vivendo una lenta inesorabile agonia.

La concorrenza cinese

Un colpo durissimo al settore l'ha dato la Cina. La crisi immobiliare che sta vivendo Pechino da qualche anno ha fatto sì che la sovracapacità cinese a basso costo abbia cercato nuovi sbocchi, trovandoli soprattutto nel mercato europeo. La situazione è peggiorata con guerre in Ucraina e l'aumento dei prezzi dell'energia, che hanno reso ancora meno competitive le industrie siderurgiche europee rispetto alle concorrenti cinesi (sostituire gli altiforni a carbone o a gas con forni elettrici è un processo lungo e molto costoso).

I dazi di Trump

La situazione era già grave quando è entrato in scena anche Donald Trump. L'aumento dei dazi doganali del 25% su acciaio ed alluminio europei destinati all'esportazione verso gli Stati Uniti colpisce ulteriormente un settore già in difficoltà. Senza considerare gli effetti pseudo-indiretti delle tariffe anche sull'industria automobilistica, che assieme all'edilizia e il principale cliente delle imprese siderurgiche del vecchio continente.

lunedì 7 aprile 2025

Industria del vino, Comincia la festa del Vinitaly ma il clima stavolta è cupo

Da oggi e fino a mercoledì a Veronafiere si svolgerà la cinquantasettesima edizione di Vinitaly, che normalmente è una grande festa per l'industria del vino. Stavolta però l'atmosfera sarà più cupa del solito, perché si sente il peso dei dazi di Trump che offuscano il futuro di uno dei settori più importanti dell'economia italiana.

I danni di Trump all'industria del vino

Le tariffe del 20% che sono appena entrate in vigore su tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti, rischiano di provocare un contraccolpo feroce all'industria del vino italiano. Una bottiglia da 10-15 dollari potrebbe arrivare a costarne anche 20. Per un settore che lavora sugli alti volumi, come appunto quello vinicolo, l'impatto potrebbe essere devastante, a meno che non si riuscirà a trovare forme di collaborazione con i distributori, in modo da attenuare il prezzo della bottiglia praticato al cliente finale.

L'industria del vino made in Italy ogni anno genera un export pari a circa 2 miliardi. Con l'arrivo dei dazi di Donald Trump rischiamo di perdere una bella quota di mercato nel paese dove esportiamo più di ogni altro. Molti dei nostri vini di eccellenza rischiano di sparire dalle tavole degli americani.

Una festa rovinata

In questo contesto che avrà luogo la cinquantasettesima edizione di Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati. A Veronafiere ci saranno oltre 4000 aziende espositrici che giungono da ogni regione d'Italia. Ci saranno oltre 30.000 operatori dell'industria del vino che arrivano anche dall'estero, in rappresentanza di ben 140 paesi. Tremila proprio dagli Stati Uniti.

Eventi negli USA

È proprio negli States che si svolgerà un evento all'ambasciata italiana di Washington nelle prossime settimane, alla presenza di alcuni membri del congresso USA, per sottolineare l'eccellenza e l'unicità dei prodotti dell'industria del vino made in Italy. A inizio ottobre inoltre ci sarà il Vinitaly USA a Chicago. Per quella data si spera che lo scenario che si va concretizzando in questi giorni sarà cambiato, che sarà raggiunto un accordo più equo sulle tariffe commerciali, così da evitare un pesante contraccolpo al settore vinicolo italiano.

martedì 4 febbraio 2025

Tariffe USA potrebbero costare all'Italia tra 4 e 10 miliardi

Dopo aver colpito Messico, Canada e Cina, Donald Trump ha avvertito l'Europa che sarà la prossima vittima delle sue tariffe commerciali. Il mese di febbraio comincia così con grande nervosismo a livello internazionale, perché una battaglia a colpi di dazi rischia di incidere pesantemente sulla crescita dell'economia globale.

A chi faranno più male queste tariffe

In vista di questa minaccia, l'Unione Europea sta discutendo le possibili contromosse, oltre a lavorare a un canale negoziale con la Casa Bianca. Tra i vari scenari c'è quello di rispondere ai dazi tariffe americane con tariffe sull'agroalimentare, sulle importazioni di whisky e bourbon, ma anche su Harley Davidson, SUV e pick-up americani.

Ma in Europa chi rischia di più? I due paesi che hanno la migliore bilancia commerciale positiva rispetto agli Stati Uniti sono, nell'ordine, Germania e Italia. Dopo i tedeschi saremmo quindi quelli più colpiti da eventuali tariffe di Trump (anche se si tratta solo di congetture, visto che non si conoscono i settori sui quali il presidente USA andrebbe ad agire).

Quanto rischia l'Italia

Nonostante il feeling tra il nuovo presidente statunitense e Giorgia Meloni, non saremo immuni dalle tariffe a stelle e strisce. Lo ha detto chiaramente anche la nostra Presidente del Consiglio. Probabilmente però avremo delle piccole attenzioni che altri paesi europei non avranno. Ad esempio, si vocifera che la Francia sarà colpita da tariffe pesanti sullo champagne, verranno invece graziati i nostri Prosecco e Franciacorta.

Una stima che fa venire i brividi

Ad ogni modo le stime parlano di un danno all'Italia tra i 4 e 10 miliardi di euro, con forti ripercussioni tanto sul nostro prodotto interno lordo che sul nostro export. Secondo uno studio di Confartigianato, tariffe al 10% potrebbero innescare un calo del 4,3% delle nostre esportazioni negli Stati Uniti. Se le tariffe fossero più alte, 20%, allora il danno al nostro export potrebbe superare il 16%.

Bisogna sottolineare che gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco per moltissimi dei nostri prodotti di eccellenza, tra i quali spiccano quelli ad alta tecnologia e prodotti con una marcata vocazione artigiana come la gioielleria, oreficeria, l'occhialeria, arredamento e articoli sportivi.

martedì 27 ottobre 2020

Tariffe commerciali, il WTO autorizza l'Europa a colpire gli States

L'Unione Europea potrà imporre tariffe commerciali per 4 miliardi di dollari sui prodotti americani, come compensazione per il danno subito a causa degli aiuti di stato concessi dal governo americano alla Boeing. Lo ha deciso l'Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che in tal modo punisce gli USA per la vicenda in cui sono coinvolti i colossi dell'aviazione civile Boeing e Airbus.

Scontro a suon di tariffe commerciali

Per questa stessa controversia, dallo scorso mese di ottobre gli USA stanno colpendo i prodotti europei con tariffe commerciali da 7,5 miliardi di dollari. Ad autorizzarli fu proprio il WTO, con una decisione presa lo scorso luglio, in risposta agli aiuti di Stato forniti ad Airbus.

La disputa Ue-Usa sui sussidi ad Airbus e Boeing è cominciata nel 2004, subito dopo che l'azienda europa si impose come primo produttore per consegne di velivoli nel mondo, sulla storica rivale americana. Nel corso degli anni la disputa ha assunto toni molto accesi. La decisione del Wto rischia di far alzare ulteriormente il clima di tensione commerciale tra le due sponde dell'Atlantico, proprio nell'imminenza delle elezioni presidenziali Usa del 3 novembre.

L'UE vuole evitare lo scontro

Dall'Europa arriva comunque una mano tesa a Trump (o comunque al prossimo presidente). "Per noi il risultato migliore sarebbe un accordo negoziato con gli Usa", ha ribadito il Vicepresidente della Commissione UE con delega al commercio Valdis Dombrovskis. Tuttavia, nel caso in cui non ci fosse disponibilità a trattare dall'altra parte, allora l'UE andrà avanti come deciso dal WTO, colpendo gli Usa con tariffe commerciali. "In assenza di un risultato negoziale, saremo costretti a malincuore a difendere i nostri interessi e rispondere in modo proporzionato”.

E' chiaro che una soluzione diplomatica sarebbe quella migliore, a maggior ragione oggi, in un contesto già reso difficile dalla crisi economica innescata dalla pandemia. Ricordiamo che gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per molti prodotti (in Italia vale soprattutto per il settore agroalimentare).

mercoledì 16 settembre 2020

Commercio, il WTO infligge un duro colpo a Trump: la Trade War viola le regole internazionali

La trade war intrapresa da Trump contro la Cina è contraria alle regole internazionali sul commercio. Lo ha stabilito la World Trade Organization, che condanna in questo modo i dazi - 200 miliardi di dollari - imposti dal presidente USA nel 2018 a Pechino.

Duro colpo per Trump sul commercio

La decisione è stata presa da un panel di tre esperti, interpellati dal governo cinese tramite ricorso. Nelle conclusioni a cui sono giunte si legge che «Gli Stati Uniti non hanno adempiuto al loro onere di dimostrare che le misure decise siano al momento giustificabili». Gli esperti hanno anche sottolineato le difficoltà ambientali in cui sta operando il sistema Wto. Sempre gli Stati Uniti hanno infatti paralizzato l'attività dell'organizzazione, tramite alcune misure ostruzionistiche. Malgrado queste ultime però, Trump non è riuscito a evitare una bruciante sconfitta.

La condanna al protezionismo

Ad essere messo in discussione non è soltanto un singolo provvedimento, ma l'intero impianto delle politiche commerciali statunitensi di Trump. Il tutto peraltro a poche settimane dalle elezioni presidenziali. Donald Trump ha fatto della guerra sul commercio contro la seconda potenza mondiale uno dei punti principali della sua presidenza, e nel corso degli ultimi due anni ha imposto dazi su 400 miliardi di dollari di esportazioni cinesi. Glielo ha consentito la Trade act del 1974, che autorizza il presidente americano a imporre tariffe o altre restrizioni alle importazioni da un paese straniero che ha pratiche commerciali sleali giudicate penalizzanti per gli Stati Uniti.

L'accordo di Fase Uno non è in discussione

La battaglia davanti al WTO non è comunque finita. Gli USA infatti hanno 60 giorni di tempo per presentare ricorso in appello contro il giudizio dei 3 esperti, e in quel caso la Cina potrebbe chiedere un giudizio da parte della Wto. A quel punto si aprirebbe una battaglia che potrebbe andare avanti per molti anni.
Nonostante questo duro colpo però, gli USA assicurano che non ci saranno ripercussioni sul rispetto dell'accordo di Fase uno che è stato raggiunto a inizio anno.

mercoledì 2 ottobre 2019

Commercio, l'industria del falso minaccia sempre di più il Parmigiano e il Grana

In commercio è maggior il numero di forme di parmigiano fasullo piuttosto che di quello vero. Ecco la cruda verità messa in risalto da Coldiretti, che lancia l’allarme su uno dei simboli del made in Italy, che oltre a essere il prodotto agroalimentare italiano più conosciuto al mondo, è anche quello più imitato.

Le due minacce al commercio del Parmigiano 

L'iconico formaggio nostrano nei giorni scorsi è stato protagonista di una giornata speciale, il “Parmigiano Day”, che si è tenuta al Villaggio di Bologna. In quella circostanza, i produttori hanno voluto difendere il commercio del loro prodotto di eccellenza dai dazi imposti dagli Usa. Tariffe che altro non fanno se non il gioco dei falsari, che avranno ancora più campo libero per riversare sul mercato tonnellate di fomre di formaggio fasullo.

Ormai la produzione di falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano nel mondo ha superato quella degli originali. E purtroppo si tratta di una pratica diffusa in tutti i continenti. L'industria del tarocco cerca di sfruttare le assonanze dei marchi per trarre in inganno i consumatori, che pensano di avere a che fare con un prodotto autenticamente italiano, quando invece è fasullo. Negli Stati Uniti si chiama “Parmesan”, che diventa “Parmesano” in Uruguay, "Reggianito" in Argentina o "Parmesao" in Brasile. Ma oltre al commercio del finto parmigiano, c'è anche quello dei formaggi similari che si moltiplicano anche in Europa.

L'industria del falso e quella del vero

Il mercato del falso più corposo è negli States, dove solo l’1% dei formaggi di tipo italiano venduti nei supermercati, ha un legame effettivo con la realtà produttiva tricolore. La produzione è realizzata per quasi i due terzi in Wisconsin e California, seguiti da New York.

L'imposizione di dazi al parmigiano autentico, rischia di alimentare il mercato del falso e di stroncare il ritmo di crescita del nostro export. Il successo di questa eccellenza italiana infatti è costante. L'export verso gli States marcia al ritmo record del 26% nel primo semestre, in Giappone le vendite sono aumentate del 21%, mentre siamo addirittura al +36% nel caso della Cina, anche se qui i volumi sono limitati. Il commercio del parmigiano autentico è cresciuto in direzione della Germania (+19%), in Francia (+11%), Regno Unito (+15%), Svizzera (+17%) e Olanda (+10%).

lunedì 13 maggio 2019

Mercati sempre più tesi dopo il nuovo scontro sui dazi

Comincia con un'aria pesante la settimana per le borse mondiali e i mercati, spaventate dalla nuova escalation di tensione sul fronte USA-Cina. Dopo aver dato il via al processo per imporre dazi del 25% su tutte le restanti importazioni cinesi, Trump ha minacciato nuovi dazi sulle merci importate da Pechino per un valore di 300 miliardi di dollari.

La guerra dei dazi e i mercati

i mercati hanno capito che non si fidano l’uno dell’altro, e questo rende tutto terribilmente più difficile. Reuters riporta che la Cina intenderebbe fissare a partire dal primo giugno dei dazi sulle merci Usa tra il 5% e il 25% per un valore di 60 miliardi di dollari. Dal canto suo Trump ha invitato Pechino a non adottare alcuna misura di ritorsione perché rischierebbe “di peggiorare la situazione e farsi molto male”.
Da Washington e Pechino continuano a far sapere che si lavora a un accordo, ma

Il clima è tesissimo, come si può vedere aprendo le piattaforme trading (bonus senza deposito). Le Borse asiatiche sono scivolate e così anche quelle europee, con il DAX tedesco che ha toccato un nuovo minimo mensile. Sul mercato delle valute, questo ha messo le ali allo yen giapponese e al franco svizzero che hanno tratto beneficio dal deterioramento della propensione al rischio, mentre gli investitori hanno liquidato le valute rischiose. Lo Yen sta testando di nuovo il supporto a 109,50, per la terza volta dall’inizio di febbraio. Il franco svizzero nelle ultime tre settimane si è apprezzato più dell’1,40% contro il dollaro.

Consiglio: tra tutti gli operatori presenti sul mercato, potreste trovare interessanti quelli che propongono zero pip spread forex broker.

Dollar Index

L’indice del dollaro, che replica l’andamento del biglietto verde contro un paniere di sei principali valute, si attesta a 97,340, pressoché invariato rispetto a venerdì, con la debolezza contro le valute rifugio compensata dal rialzo contro indicatori del rischio come l’aussie ed il loonie. E inoltre il dollaro ha segnato un nuovo massimo di quattro mesi contro lo yuan di 6,8654 nella notte.

venerdì 11 gennaio 2019

Yuan sempre più legato alla guerra dei dazi USA-Cina

Cresce l'ottimismo riguardo ai negoziati sul commercio tra USA e Cina, e questo alimenta la propensione al rischio sulle piazze asiatiche, dando al contempo una bella spinta allo Yuan cinese.

La guerra dei dazi e lo yuan

Ai colloqui tra i due Paesi che si sono tenuti nella capitale cinese dal 7 al 9 gennaio, hanno fatto seguito le parole del segretario al Tesoro statunitense Mnuchin sulla possibilità che il vice-premier cinese Liu He si rechi negli Stati Uniti a fine mese. Tutto questo ha riacceso l'ottimismo sui progressi tra Pechino e Washington, anche se gli investitori non si attendono una completa risoluzione della vicenda in tempi brevi. Tuttavia ciò è bastato per spedire (venerdì scorso) le borse regionali a massimi di 5 settimane, mentre chi adotta strategie e tecniche di trading intraday forex avrà notato che lo yuan (sia CNY onshore che CNH offshore) ha toccato i massimi da fine luglio rispetto al suo pari americano.

La debolezza del dollaro

Nel commercio onshore, la valuta cinese è aumentata dell'1,8% questa settimana (è sceso di circa il 6% l'anno scorso). Si tratta del più grande guadagno dal luglio 2005 (quando Pechino slegò la sua valuta da quella statunitense legandosi ad un paniere di valute estere diverse).Il calo dell'USD / CNY è altresì imputabile alla generalizzata debolezza del biglietto verde, dopo le parole prudenti di Powell circa il futuro percorso di rialzo dei tassi USA. Dalle minute dell'ultimo meeting della FED, è emerso che la banca centrale americana può permettersi di aspettare e vedere come evolverà lo scenario economico durante l'anno, prima di prendere decisioni ulteriori sul costo del denaro. Atteggiamento tipicamente da "colomba".

Suggerimento: prima di fare investimenti sulle valute, studiate alcune tecniche. Ad esempio la strategia bande di Bollinger e Rsi a breve.

Lo stato di salute dell'economia cinese

Va anche aggiunto che il reminbi (yuan) non ha apparentemente risentito di alcuni aspetti preoccupanti riguardanti l'economia cinese. Anzitutto l'indebolimento dell'inflazione, che è scesa all'1,9% annuale (il target fissato dalla PBOC è del 3%), peggio delle previsioni (mentre i prezzi alla produzione sono saliti al tasso più lento da due anni). In secondo luogo il recente indebolimento dell'indice manifatturiero, sceso a 49,7 in zona recessione dopo un anno e mezzo. Infine le prospettive più fosche sul PIL (che hanno indotto il Governo a studiare nuovi stimoli economici). Segnale evidente che gli investitori danno la massima priorità alle questioni legate alla guerra dei dazi con gli USA, trascurando al momento la possibilità che nel 2019 la PBOC possa essere costretta a misure di stimoli molto radicali, come il taglio dei tassi d’interesse di riferimento.
A tal proposito va rimarcato come un sondaggio Reuters ritiene che lo yuan si indebolirà a 7 per dollaro entro sei mesi, nonostante gli sforzi delle autorità cinesi per difendere la sua valuta.

mercoledì 8 agosto 2018

Valute emergenti, continua il 2018 opaco a causa della guerra dei dazi

Fino a questo momento il 2018 non è stato certo ricco di soddisfazioni per le valute emergenti. Il sentiment degli investitori è stato influenzato dai timori per l'escalation protezionistica impressa dagli Stati Uniti. Una escalation che minaccia di interrompere i flussi commerciali globali e di conseguenza danneggiare le prospettive di crescita. Questo aspetto è valido a maggior ragione per le economie emergenti.

Valute emergenti in crisi o che resistono

Non tutte le valute emergenti però sono uguali. C'è infatti chi è in una posizione migliore rispetto ad altre per superare l'attuale momento di incertezza e difficoltà. All'estremo più critico ci sono Turchia e Argentina, le cui valute sono tra le peggiori di quest'anno. La Lira ha perso circa il 27% sul dollaro e il 26% rispetto all'euro da un anno all'altro (con prezzi opressoché costantemente sopra la media mobile trading ponderata), e registra una inflazione a quasi il 16%. Anche l'Argentina non se la passa affatto bene. Non a caso il cambio dollaro-peso ha guadagnato oltre il 50% nell'ultimo enno.

Ci sono però anche caso diametralmente opposti. Brasile, India e Cina si trovano in una situazione economica molto migliore rispetto al 1997, quando iniziò la crisi finanziaria asiatica, grazie a forti aumenti in valuta estera. Ma con gli investitori stranieri che tendono a dipingere tutti i mercati emergenti con la stessa pennellata, non c'è alcuna garanzia che anche quelle economie con buoni fondamentali rimarranno incolumi dalle ondate di vendite.

Consiglio: se volete fare investimenti in valute, scegliete bene una trading Forex online piattaforma.

Se gli USA dovessero continuare con questa politica di scontro commerciale, i guai valutari dei mercati emergenti potrebbero persistere tra le incertezze legate al commercio.

venerdì 20 luglio 2018

Tassi di interesse e FED nel mirino di Trump, che attacca pure la UE

Stavolta Trump colpisce in casa propria. Il presidente americano infatti ha messo nel mirino quel capo della FED che lui stesso ha nominato. Ha infatti criticato Jerome Powell per la decisione di procedere con il rialzo dei tassi di interesse, mentre lui vorrebbe delle più generose strategie di stimolo all'economia. In barba alla priorità della Fed di preservare l’espansione da rischi di squilibri.

Trump e il rialzo dei tassi di interesse

Nel corso di una intervista alla Cnbc, il presidente americano ha detto di non essere entusiasta dei rialzi dei tassi di interesse: "Qualcuno dirà che non dovrei dirlo come presidente ma non me ne frega niente. Non mi piace tutto questo lavoro che stiamo facendo per l'economia e poi vedere i tassi salire". Ricordiamo che l'istituto centrale ha effettuato il secondo ritocco annuale nell'ultimo nel meeting del 12-13 giugno. Inoltre la Fed - che ha finora alzato due volte i tassi da inizio anno - ha confermato l'intenzione di procedere ad altri due ritocchi, visto che l’economia appare in buona salute. Le sue parole hanno messo ieri sotto pressione Wall Street e, oggi le Borse asiatiche.

Ma Trump ieri non s'è limitato a colpire la FED. Ha piazzato anche un bel carico anche sulla questione Google-UE, dopo la sanzione da oltre 4 miliardi decisa da Bruxelles. «Ve lo avevo detto! L'Unione Europea ha dato uno schiaffo da cinque miliardi di dollari a una delle nostre grandi società. Si è veramente approfittata degli Stati Uniti, ma non per molto». Così ha twittato il presidente Trump. Una questione che arriva in un momento in cui i rapporti fra le due sponde dell'Atlantico sono già tesi, e rischiando di scatenare nuove rappresaglie della Casa Bianca. Trump ha avuto una serie di incontri istituzionali che non sono mai filati lisci. Dal G7 di inizio giugno in Canada al summit Nato della scorsa settimana, tutti appuntamenti conditi da momenti di tensione.

mercoledì 11 luglio 2018

Guerra commerciale, Trump scatena una nuova offensiva

Trump non ha nessun ripensamento, anzi tira dritto per la sua strada e annuncia un nuovo round nella guerra commerciale contro la Cina. L'amministrazione USA infatti ha annunciato ieri notte che delle sanzioni pari al 10% verranno applicate a beni cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari. Dovrebbero volerci un paio di mesi prima che entrino in vigore, e sarebbe il terzo colpo alla produzione di Pechino nel giro di pochi mesi.

Guerra commerciale, nuovo atto

La Casa Bianca quindi manda l'ennesimo segnale forte che non intende recedere dalla guerra commerciale che lei stessa ha scatenato, e che include sia Cina che Unione Europea. Finora gli USA hanno adottato delle tariffe su acciaio e alluminio (anche contro Ue e Canada) e su 50 miliardi di prodotti cinesi importati. Di questi sono già scattati i primi 34 miliardi (lo scorso 6 luglio), mentre la parte restante entrerà in vigore a breve (ad agosto). Complessivamente le misure di Trump dovrebbero colpire Pechino fino a 450 miliardi di dollari, ovvero quasi l'intero ammontare dell'export cinese negli Stati Uniti.

Come detto, questo nuovo round di tariffe dovrebbe entrare in vigore dopo l'estate, visto che bisogna aspettare che trascorra il periodo per eventuali commenti pubblici. Audizioni ufficiali sul nuovo round sono programmate per il 23 e 24 agosto. Questo teoricamente darebbe il tempo alle parti di cercare una ricomposizione amichevole del rapporto.

Peraltro questa tornata di dazi avrà un impatto molto diverso rispetto agli altri. Infatti finora gli USA avevano evitato di prendere di mira prodotti di largo consumo, mentre i più coinvolti erano stati beni industriali e tecnologici. Stavolta invece non sarà così, e finiranno nel mirino tonno, salmone, pneumatici, valigie, guanti da baseball, mobili, abbigliamento, materassi, componenti per telefoni e schermi Tv piatti. Con il rischio peraltro di provocare ripercussioni sui prezzi di prodotti comunemente usati dagli americani. Anche per questo l'amministrazione americana ha modificato un iniziale piano di imporre dazi del 25%, portandoli al 10% su una vasta gamma di prodotti.

venerdì 6 luglio 2018

Tariffe commerciali, l'escalation USA-Cina si fa sempre più pesante

Ancora un botta e risposta USA-Cina sulle tariffe commerciali. Gli Stati Uniti hanno colpito ulteriormente l'import cinese con una mossa da 34 miliardi di dollari su oltre ottocento prodotti di importazione cinese. La Cina ha replicato a sua volta rendendo efficaci le contromisure da 34 miliardi di dollari sulle importazioni di beni americani. La più grande guerra commerciale della storia è quindi nel vivo.

Il botta e risposta sulle tariffe commerciali

I primi a colpire erano stati gli americani. Le tariffe - che ammontano al 25% - hanno colpito oltre 800 prodotti fra componentistica auto, prodotti tecnologici ed apparecchiature medicali, aerospazio. Si stima un valore di 34 miliardi di dollari, ma è solo la prima tranche di un'operazione che ha un valore di 50 miliardi (gli altri dazi scatteranno nelle prossime due settimane).

Poco dopo è scattata la ritorsione cinese. Nel mirino delle Dogane di Pechino sono finiti 545 prodotti americani come soia, carne, auto, whiskey e altri alcolici. Ad essere colpiti sono stati soprattutto settori come agro-alimentare e automobilistico. Secondo Pechino non c'era alcuna volontà di "sparare per prima", ma la mossa è stata necessaria per difendere gli interessi fondamentali del Paese e della sua popolazione. Il ministro del Commercio cinese, parlando di Trump ha definito come "bullismo commerciale" le tariffe imposte dagli USA.

Trump vuole alzare la posta

Il botta e risposta non si preannuncia peraltro come isolato. La Casa Bianca infatti ha allo studio altre misure contro la Cina per 16 miliardi di dollari. Trump peraltro ha già minacciato di volersi spingere ulteriormente oltre, con tariffe del 10% su importazioni da Pechino per altri 400 miliardi. Viaggiando verso il Montana, il presidente avrebbe detto ai giornalisti di voler arrivare a circa 500 miliardi di scambi da colpire se Pechino farà delle ritorsioni commerciali.

Insomma, la guerra commerciale USA Cina è appena all'inizio e finora non sono serviti a molto gli appelli del WTO (organizzazione mondiale del commercio) riguardo le pesanti ripercussioni economiche di una guerra commerciale. Nel frattempo l'Europa ha fatto scattare le misure di salvaguardia contro le tariffe che Trump ha imposto su acciaio e alluminio.

venerdì 15 giugno 2018

Dazi USA, Trump scatena la stretta contro la Cina

La guerra commerciale con la Cina è cominciata. Donald Trump ha autorizzato nella serata di ieri dazi su circa 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi negli States. Verranno colpiti circa 1300 prodotti cinesi, secondo un elenco messo a punto lo scorso mese di aprile. La lista definitiva verrà annunciata oggi dall’Ufficio del Rappresentante commerciale, e dovrebbe essere rivista rispetto alla versione iniziale.

I dazi di Trump

Ad essere colpiti infatti saranno per lo più prodotti hi-tech che fanno parte del piano strategico "Made in China 2025". Questo piano mira a dare a Pechino un ruolo di primo piano nel panorama tecnologico mondiale. A Trump non è mai piaciuto il fatto che per consentire alle aziende americane di operare nel mercato cinese, si dovvese trasferire la loro tecnologia a partner locali. Per questo ha voluto fortemente le sanzioni, pari al 25% del valore. I primi dazi americani dovrebbero essere operativi a breve, entro questa estate. Tutto il resto dei prodotti invece verrà colpito gradualmente.

Appena un paio di giorni fa, Trump aveva dichiarato che la Cina non sarebbe stata affatto contenta delle prossime mosse di Washington sul commercio. Eppure c'è stato un breve momento nelle settimane scorse, in cui sembrava poter tornare la speranza di un confronto diplomatico tra le due potenze. Era stato anche ipotizzato un congelamento delle procedure sui dazi durante le trattative. Questa mossa americana invece dà il via a una drammatica escalation del conflitto commerciale, e rischia di avviare una serie di conseguenze su scala globale. Secondo gli analisti, c'è il rischio concreto che tutto ciò possa innescare una recessione.

Le reazioni alla guerra dei dazi

Se da un lato la Cina ha minacciato di rispondere con durissime tariffe, Trump ha promesso a sua volta di essere pronto ad alzare ulteriormente la posta imponendo dazi su altri cento miliardi di beni cinesi. Oltre a questo, minaccia di dare il via a restrizioni sugli investimenti di Pechino negli Stati Uniti.

Non meno tenero è stato nei confronti di altri partner e alleati. Di recente Trump ha rotto platealmente con gli alleati del G7 proprio sull’interscambio, li ha minacciati di ulteriori dazi sulle auto di importazione, e ha proseguito negli attacchi contro i paesi europei e quelli del NAFTA. Un uno contro tutti che rischia di non far bene a nessuno, neppure agli USA. Secondo il think tank conservatore Tax Foundation, nel lungo periodo ad essere danneggiati da questa politica saranno proprio gli Stati Uniti, con un calo del Pil e dei salari dello 0,06% (oltre ad un calo dell'occupazione).

mercoledì 6 giugno 2018

Tariffe commerciali, le contromisure UE in vigore da luglio

L'Unione Europea sta per scendere ufficialmente in campo nella guerra delle tariffe commerciali. La Commissione Ue infatti ha fatto partire le procedure per l’attivazione delle contromisure ai dazi americani su acciaio (25%) e alluminio (10%). Ad annunciarlo è stato il vicepresidente Maros Sefcovic.

Trump non è tornato sui suoi passi, e dopo che è scaduto il termine di proroga per l'esenzione (a inizio giugno), ha fatto scattare il conto salato per chi vuole esportare negli States. La risposta concreta dell'Europa dovrebbe giungere a luglio, o almeno questo è l’obiettivo della Commissione. Ad essere colpiti saranno i prodotti simbolo made in USA, come jeans Levi’s o le moto Harley Davidson. Affinché queste contromosse possano diventare concrete, serve che gli stati membri diano il via libera formale. Occorre qualche settimana prima che tutte le procedure legali restanti vengano completate.

Le contromisure alle tariffe commerciali USA

Un paio di settimane fa, Bruxelles aveva già notificato al World Trade Organization (Wto) l'elenco delle misure di ribilanciamento. In base alle regole non è possibile fare entrare in vigore queste tariffe commerciali se non dopo che siano trascorsi 30 giorni. Questo termine finirà il prossimo 21 giugno. I controdazi Ue riguarderanno diversi prodotti come i tessili, alimentari, elettrodomestici, meccanica. Il giro d’affari complessivo delle importazioni colpite da tariffa doganale è pari a 2,8 miliardi di euro (3,4 miliardi di dollari), che però potrebbe salire fino a 6,4 miliardi di euro quando sarà noto l’impatto complessivo delle tariffe commerciali decise da Washington.

La mossa UE viene ritenuta proporzionata e in linea con le regole WTO. Secondo Bruxelles comunque le misure adottate dall’amministrazione Usa per rilanciare l’industria americana sono "deplorevoli" e rischiano di minare le fondamenta dell’intero sistema del commercio internazionale.

martedì 3 aprile 2018

Export di vino italiano favorito dalla guerra dei dazi USA-Cina

L'Italia del vino brinda alla guerra dei dazi in corso tra USA e Cina. Uno dei nostri settori produttivi di punta nel mondo, infatti potrebbe ottenere un bel vantaggio dalla battaglia in corso sul commercio internazionale. Tenuto conto soprattutto del fatto che anche prima dello scoppio di queste tensioni tra Trump e Pechino, l'export di vino italiano in Cina stava marciando a ritmi molto robusti. Lo scorso anno le esportazioni verso la Cina hanno raggiunto un valore record di oltre 130 milioni di euro, con un aumento di circa il 29% rispetto all'anno precedente.

Occasione d'oro per l'export di vino

Dopo la decisione di Trump di colpire i settori dell'acciaio e dell'alluminio, è giunta la risposta di Pechino che colpisce con i suoi dazi ben 128 prodotti a stelle e strisce per un valore di 3 miliardi di dollari. Tra questi prodotti c'è anche il vino e alcuni prodotti alimentari. Secondo l'associazione rappresentativa degli agricoltori - Coldiretti - l'export di vino italiano potrebbe quindi avvantaggiarsi della situazione e aumentare ancora di più la propria presenza in Oriente. La crescita ininterrotta nei consumi ha spinto la Cina a diventare tra le prime cinque nazioni al mondo per consumo di vino, addirittura la prima al mondo per consumo di vini rossi.

Con i dazi sul vino americano, si apre un vuoto commerciale che potrebbe essere occupato dal prodotto italiano. Gli Stati Uniti infatti hanno esportato vino in Cina per circa 70 milioni di euro lo scorso anno, in aumento del 33%. Sono sesti nella lista dei maggiori fornitori, proprio subito dietro all'Italia. Diventa quindi un mercato fortemente strategico per i viticoltori italiani.
Anche altri prodotti alimentari italiani potrebbero beneficiare di questo stato di cose. Al momento l'Italia può esportare solo kiwi e agrumi in Cina, ma si sta lavorando a degli accordi bilaterali per l'export anche di pere e mele. Questo potrebbe aprire ulteriori opportunità per il nostro settore agricolo.

venerdì 9 marzo 2018

Economia Messicana, sollievo dopo l'esclusione di Trump dai dazi commerciali

Sono giorni caldissimi per l'economia messicana e per la sua valuta. La decisione di Trump di introdurre dei dazi pesanti sulle importazioni di acciaio (25%) e alluminio (10%) ha fatto tremare buona parte dei suoi "vicini di casa", messicani inclusi. La parziale schiarita è arrivata però quando Trump ha escluso Messico e Canada dall'applicazione delle tariffe. The Donald si è inventato la tariffa flessibile, da accordare ai «veri amici» dell'America. Quelli che secondo lui sono "equi sia sul piano commerciale che su quello dell'alleanza militare".

Le ultime sull'economia messicana

Mentre il presidente degli Stati Uniti formalizzava i dazi, il Messico e altri 10 paesi hanno firmato la Trans-Pacific Partnership. Si tratta di un accordo commerciale che creerà la terza più grande zona commerciale. Trump ritirò gli Stati Uniti dai negoziati un anno fa. Restano in piedi invece i negoziati per il NAFTA, dall'esito dei quali dipenderà anche una futura esenzione dai dazi per alcuni paesi (Messico incluso).

La reazione dei mercati è stata positiva per il peso, come abbiamo visto nella lista broker regolamentati Consob. La coppia USD / MXN ha toccato il minimo dal 26 febbraio, dopo un rally al ribasso. La coppia di valute ha prima raggiunto il massimo giornaliero, ma alcune ore dopo la conferma del contenuto dell'ordine di Trump l'ha fatta scivolare a 18.61.

Nel frattempo l'economia messicana a conosciuto alcuni dati macro interessanti. L'indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,38% a un tasso annuo del 5,34% a febbraio, il più basso in un anno. L'IPC core è aumentato del 4,27% rispetto a un anno fa. Il tasso annuale continua a rallentare, ma è ancora al di sopra della fascia-target che va dal 2% al 4%. Il prossimo incontro della banca centrale è il 12 aprile. Dopo aver letto una guida broker dukascopy ECN come funziona, abbiamo visto che dal punto di vista tecnico la coppia USD / MXN mostra un tono ribassista a brevissimo termine. Tant'è che questa mattina ha toccato il minimo settimanale a 18,61.