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giovedì 4 dicembre 2025

Conto salato per Natale, ecco quanto si spenderà per le feste

A Natale siamo tutti più buoni e più dolci, ma il conto che ci aspetta per trascorrere le festività in famiglia sarà abbastanza salato. Anche quest'anno infatti l'elenco dei rincari è lungo e corposo ed inciderà sul gusto che avranno le nostre feste, a prescindere che si voglia stare in casa oppure andare in viaggio.

Chi ha fatto il conto?

Il conto è stato realizzato dal portale Facile.it insieme a Consumerismo No Profit, ed è stato presentato in un report sulle festività del 2025. Il documento illustra quanto dovremo pagare tra pranzi, regali, addobbi, bollette e viaggi.

Complessivamente la voce di spesa più sostanziosa a persona sarà quella per i regali. Il conto degli italiani dovrebbe aggirarsi attorno a 8,7 miliardi di euro, con una media di 204 euro a persona. Si tratta di un budget inferiore di circa il 20% rispetto a quello dello scorso anno. 

Circa 3 milioni di italiani hanno ammesso che il taglio delle spese per i regali è dovuto all'incremento di altre costi. Inoltre aumenta il numero dei regali che verranno pagati a rate. Anche quest'anno molti si sono mossi in anticipo, sfruttando soprattutto gli acquisti durante il Black Friday. 

Il conto a tavola

La seconda voce di spesa più elevata riguarda l'alimentazione. Si sa che durante il periodo delle feste la maggior parte del tempo si trascorrerà a tavola con familiari e amici. Per il pranzo o la cena di Natale la spesa media dovrebbe essere di 64 euro a persona, che porta il conto complessivo a 2,7 miliardi di euro. Anche in questo caso c'è una riduzione sensibile rispetto allo scorso anno quando il conto fu di 3,5 miliardi.
Tra i costi del periodo natalizio ci sono anche quelli per l'energia. La bolletta del gas costerà in media quest'anno €1000 per ogni abitazione. La buona notizia è che si registra un calo di circa il 15% rispetto a un anno fa.

Chi va in viaggio

C'è chi deciderà di trascorrere le vacanze natalizie lontano da casa. Qui il conto risulta essere più alto rispetto all'anno scorso. I dieci milioni di Italiani che decideranno di partire per Natale o Capodanno stando almeno una notte fuori hanno stanziato un budget di circa 440 euro, circa un terzo in più rispetto all'anno scorso. La spesa complessiva dovrebbe quindi arrivare a 5 miliardi contro i 3,9 del 2024, a causa dei rincari dei biglietti aerei, del carburante e dei treni (stabili invece dei traghetti).

lunedì 27 ottobre 2025

Economia e cambiamento climatico (climate change), ecco i costi del non fare nulla

Ormai sappiamo tutti che un mondo migliore passa necessariamente per una modifica del nostro rapporto con il pianeta su cui viviamo. I nostri comportamenti hanno provocato il cambiamento climatico (climate change), che ha un impatto non solo sulla nostra salute, ma anche sull'economia. Per questo occorre urgentemente cambiare rotta,investendo nelle energie rinnovabili.

L'impatto dei mutamenti climatici sull'economia

climate changeLe variazioni che ha subito il clima negli ultimi decenni hanno portato a conseguenze di tipo sia diretto che indiretto sull'economia.
I costi diretti del climate change si legano agli eventi meteorologici estremi come inondazioni, tempeste e uragani, che devastano le case, le infrastrutture e i terreni sui quali si coltiva o si alleva il bestiame. 

Ma poi ci sono anche i costi indiretti che il cambiamento climatico comporta all'economia. La necessità di adeguarsi al "nuovo clima"comporta spese e investimenti, comporta la necessità di riorganizzare il lavoro, comporta una volatilità sui mercati. 

Una stima dei costi

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, intitolato “The economic commitment of climate change” (condotto dal Potsdam Institute for Climate Impact Research), ha messo sotto i riflettori le conseguenze del cambiamento climatico sull’economia in più di 1.600 regioni in tutto il mondo negli ultimi 40 anni.

Gli esperti hanno analizzato i danni provocati all’agricoltura, alle infrastrutture, alla produttività e alla salute umana, stimando un costo globale complessivo pari a circa 38mila miliardi di dollari l'anno (supponendo che non ci sia un ulteriore aumento delle emissioni). Una cifra che appare ancora più enorme se messa a confronto con i circa 6mila miliardi che servirebbero per limitare il riscaldamento globale entro i 2 °C rispetto alle temperature preindustriali, come sancito dall’Accordo di Parigi del 2015.

L'impatto su reddito e inflazione

Secondo lo studio di Nature, il cambiamento climatico ridurrà del 19% il Pil globale entro la metà del secolo. Inoltre inciderà anche sull’inflazione, che potrebbe aumentare fino a 1,2 punti percentuali ogni anno da qui al 2035. Ancora più rapida potrebbe essere la crescita del costo del cibo, fino a 3,2 punti percentuali annui.

L'impatto sociale

Oltre ai danni all'economia, il cambiamento climatico avrà fortissime ripercussioni anche a livello sociale, perché potrebbe aumentare le disuguaglianze, visto che colpirà le fasce più povere della popolazione. A livello geografico, saranno quindi più penalizzate le regioni come l’Africa e l’Asia meridionale, che paradossalmente sono le meno responsabili del cambiamento climatico. Ne risentiranno invece di meno le nazioni ricche come gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, ossia quelle che hanno raccolto i maggiori benefici economici dello sfruttamento massiccio dei combustibili fossili.

martedì 28 giugno 2022

Costi della burocrazia, cittadino paga 251 euro l'anno

Uno dei gravi problemi che affligge il nostro paese è sicuramente l'eccessivo peso della burocrazia. Rappresenta un ostacolo per lo sviluppo economico, ma comporta anche dei costi che si scaricano sui cittadini stessi.

A quanto ammontano i costi della burocrazia

L'ufficio studi della CGIA ha analizzato l'impatto di questo scoglio burocratico sulle tasche dei cittadini. Emerge che la burocrazia è diffusa trasversalmente sia tra i piccoli che grandi comuni. Anzi è un grosso ostacolo soprattutto nei comuni di piccolissima dimensione. 

Alla burocrazia insomma non si sfugge. Tutto questo si traduce in costi pro capite che sono pari a €251 l'anno. La spesa per la burocrazia si gonfia ogni anno di 14,5 miliardi.

Una macchina elefantiaca

Ad una cifra così scioccante si giunge considerando tutti gli apparati che occorrono per tenere in moto la macchina burocratica. Ogni atto richiesto dal legislatore ed alle disposizioni ministeriali richiede personale e ore di lavoro. Così si giunge a gonfiare le spese che occorrono ogni anno.
Tali spese assorbono risorse che potrebbero essere spese in maniera molto più proficua, investendo o garantendo maggiori servizi.

La geografia dei costi burocratici

Il peso dei costi della burocrazia grava in special modo nelle regioni del Mezzogiorno. Rispetto alla spesa corrente totale, i costi della burocrazia in Basilicata arrivano al 34,6%, mentre il Molise si arriva al 34,5% ed in Sicilia al 33%. Quasi come la Calabria (32,8%). Queste sono le situazioni più critiche nello stivale.

La cosa paradossale è che nelle Amministrazioni comunali più piccole (fino a 5 mila abitanti) si registra il costo più elevato pro capite (344 euro). Seguono i municipi con oltre 60 mila abitanti (259 euro) e quelli con classi demografiche intermedie (238 euro per i Comuni tra i 5 e i 10 mila abitanti, 212 euro per quelli fra i 10 e i 20 mila abitanti e, infine, 208 euro per le amministrazioni fra i 20 e i 60 mila abitanti).

lunedì 20 settembre 2021

Costi di trasporto elevati e troppo import: ecco le spine della spesa alimentare italiana

L'impatto dei maggiori costi per energia e carburante si fa sentire, tramite un effetto domino, nelle tasche degli italiani. La spesa alimentare infatti cresce, come avverte Coldiretti che chiede interventi mirati per arginare il balzo dei prezzi.

Spesa alimentare e costi

Alla base di tutto c'è un problema di distribuzione, perché l'85% delle merci nel nostro Paese viaggia su strada. Il nostro deficit logistico è provocato dall'assenza di infrastrutture adeguate per il trasporto merci, comporta maggiori costi annuali per oltre 13 miliardi di euro.
L'aumento dei prezzi del carburante di conseguenza ha spinto su anche il prezzo finale dei prodotti.

Il caso della pasta e del grano

Ciò riguarda specialmente alcuni alimenti come la pasta, per i quali si somma anche il taglio dei raccolti come conseguenza del maltempo in Canada.
Va ricordato infatti che l'Italia importa dal Canada quasi la metà del grano duro (circa 40%) che occorre per produrre la pasta, pur essendo il secondo produttore mondiale con un quantitativo di 3,85 milioni di tonnellate.
E già, il paese della pasta usa sempre più grano straniero per produrla.

come affrontare il problema

La soluzione quindi è da cercare in due strade. Oltre a migliorare la nostra situazione infrastrutturale, bisogna ridurre i costi tramite una maggiore indipendenza dagli altri. Bisogna programmare - secondo Coldiretti - il futuro in modo che siano incentivate le coltivazioni di grano duro nazionale.
Bisogna "lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali", di modo che siano garantiti prezzi equi al produttore di grano.

Il problema finora è stata infatti la concorrenza spietata del grano straniero, molto meno costoso (soprattutto nell'ultimo decennio) ma anche di qualità peggiore. 
Di buono c'è che qualcosa è cambiato nell'atteggiamento dei consumatori. Le famiglie stanno ritornando al prodotto fatto con grano nazionale, soprattutto dopo che è entrato in vigore l'obbligo di indicare in etichetta l'origine del grano stesso.Questo ha favorito il boom delle paste 100% Made in Italy.

mercoledì 20 novembre 2019

Il mercato boccia le centrali a carbone: spreacano soldi e tra pochi anni spariranno

Il mercato dell'energia si prepara a dire addio al carbone come fonte per la generazione di energia elettrica. E non è solo questione di sensibilità ambientale, ma per le aziende è anzitutto una questione di costi. Non sono più sostenibili.

Buco nero nel mercato

A sottolineare questo scenario è il think tank Carbon Tracker, che analizzando il settore Power and utilities ha stimato che nella UE quasi quattro centrali elettriche su cinque maggioranza che sfruttano il carbone o la lignite sono in rosso. Parliamo di una cifra che complessivamente si aggira sui 6 miliardi di euro nel 2019 persi dal mercato. Per questo motivo si ipotizza che tra pochi anni - rispettivamente 2025 e 2030 - non esisteranno più la generazione elettrica da carbone e da lignite.

A conferma di questo quadro giova sottolineare come una delle grandi industrie italiane che opera in questo mercato, Enel, ha di recente svalutato per ben 4 miliardi le sue centrali a carbone. Questa fonte fossile è la più inquinante ma anche la più costosa, visto il funzionamento del mercato delle emissioni di Co2. Al punto che l'azienda ha sottolineato che è “remota la possibilità di un relativo funzionamento nel mercato elettrico nel futuro”. E ribadiamo che non è una questione di sensibilità ambientale, visto che il gas naturale, meno inquinante ma pur sempre inquinante, verrà ancora sfruttato.

La mappa delle centrali

In Italia la generazione elettrica da carbone attualmente vale complessivamente 8 GW di capacità installata distribuita su otto impianti: Brindisi Sud, Civitavecchia, Sulcis, Fusina (Venezia), Bastardo (Perugia) e La Spezia di proprietà di Enel e altri due di Ep Produzione e A2A. Secondo il piano nazionale energia, fra sei anni questi siti dovranno essere convertiti a una produzione energetica più pulita (rinnovabili o gas naturale). In Unione europea esistono oltre 300 centrali a carbone con prevalenza in Germania e nei paesi dell’Est.

venerdì 25 gennaio 2019

Costi dello shutdown USA sono arrivati alla cifra per la costruzione del muro col Messico

Il Senato USA allunga la durata dello shutdown, e crescono anche i suoi costi. Ha infatti bocciato i due provvedimenti che (anche singolarmente) avrebbero potuto sbloccato la paralisi parziale degli uffici federali.

Costi e problemi dello shutdown

E invece lo shutdown più lungo e costoso della storia - giunto al 35esimo giorno - va ancora avanti, andando ad abbassare il gradimento verso il presidente Trump. Siamo ormai al 34%, dopo un crollo di 10 punti. Probabilmente proprio per questo lo stesso Trump si sta muovendo in prima persona per raggiungere una intesa anti-shutdown, che però non abbia il sapore del dietrofront sulla questione muro col Messico. Ricordiamo infatti che il blocco federale è scattato perché il congresso non ha voluto coprire i 5,7 miliardi di costi per finanziare il muro con il Messico.

La cosa bizzarra è che secondo alcuni conteggi, il costo dello shutdown è pari a quello per il muro stesso. Lo sostiene S&P Global: i costi si aggirano proprio sui 5,7 miliardi di dollari. Ad oggi. Perché se dovesse ancora protrarsi il blocco, finirebbe per costare molto di più della spesa per cui è stato posto in essere. C'è anche altro. La CNN riporta una confidenza del consigliere economico numero uno di Trump, Kevin Hassett, secondo la quale uno shutdown prolungato fino a tutto il primo trimestre, azzererebbe la crescita statunitense.

Le conseguenze sull'economia

E mentre tra gli 800 mila dipendenti federali che non stanno ricevendo la paga da due mesi, aumentano quelli che si riciclano come insegnante, istruttore di yoga, corriere espresso e anche autista di Uber, sembra che la Casa Bianca stia preparando una bozza di proclamazione dello stato di emergenza nazionale al confine col Messico. Questo consentirebbe di ottenere fondi (oltre 7 miliardi di dollari) da destinare alla costruzione del muro, scavalcando il Congresso e ponendo così fino allo shutdown.

Riguardo i 7 miliardi di dollari di costi, circa 3,6 miliardi arriverebbero da fondi per le costruzioni militari, 3 miliardi dai fondi del Pentagono per le opere pubbliche, 681 milioni dai fondi non spesi del Tesoro, 200 milioni dai fondi del dipartimento per la sicurezza nazionale. Se la dichiarazione sarà proclamata saranno dispiegati al confine con il Messico gli uomini del genio militare per la costruzione del muro.

lunedì 27 agosto 2018

Prezzi e costo della vita, in autunno arriverà una serie di rincari

Il costo della vita per gli italiani potrebbe subire una brusca impennata verso fine anno. Una vera e propria stangata alla quale le associazioni dei consumatori cominciano a prepararsi. Anche se non riguarderà tutti i settori, in molti casi i prezzi saliranno. A cominciare dal comparto alimentare, passando per le spese energetiche e quelle scolastiche.

Prezzi dei beni di largo consumo

Alcuni beni di largo consumo sono destinati a crescere inevitabilmente, come il pane, la pasta e i biscotti, a causa principalmente del rincaro dei prezzi del grano. Secondo le stime questi rincari potrebbero giungere a 45 euro in più a famiglia in media. La produzione del grano è scesa fino al 20% a causa della siccità in Europa, Russia e Stati Uniti. Siccome gli italiani consumano in media 24 chili pro-capite di pasta e 60 chili di pane, focacce e pizze, anche un rialzo molto contenuto (come del 5%) finirà per trasformarsi in una spesa aggiuntiva da 45,60 euro annui a famiglia.

La scuola e i prezzi del materiale

Un altro salasso potrebbe arrivare dalla scuola, chiaramente per le famiglie che hanno bambini. Aumenteranno i prezzi di zaini, astucci e del resto del materiale scolastico (penne, diari, quaderni eccetera). I rincari per famiglia potrebbero essere dal 2 al 4% a seconda del tipo di materiale comprato (griffato o meno). Invece lo scenario ipotizzato possibile è duplice per quel che riguarda i libri di testo. Secondo Federconsumatori potrebbero addirittura diminuire dall'1,1%, mentre il Codacons ritiene che potrebbero aumentare. Ad ogni modo, la spesa minima media per il comparto scuola potrebbe essere di 526 euro circa a famiglia, che potrebbero lievitare fino a 1000 euro. Come detto, la forbice è ampia perché le preferenze individuali (tra prodotti griffati e non) incide moltissimo sul conto finale.

Riguardo le spese per l'energia, l'aumento significativo potrebbe riguardare la benzina e i carburanti. Infatti si prevede un incremento dei prezzi del petrolio verso autunno, e questo dovrebbe ripercuotersi immediatamente sui prezzi alla pompa. Di conseguenza, anche sui prezzi di tutte le merci che vengono trasportate su gomma. Ma non finisce qui, perché i rincari del petrolio dopo qualche mese cominceranno a riflettersi anche sui prezzi di luce e gas.

sabato 8 aprile 2017

Consumi: sarà una Pasqua salata per gli italiani. Lo dice Codacons

Con la Pasqua arriverà anche una mezza stangata per le famiglie italiane. Secondo quanto riferisce infatti Codacons, una raffica di rincari che da inizio 2017 ha interessato il comparto alimentare, si rifletterà sulla spesa che le famiglie faranno per organizzare pranzi e cene durante le festività. Quei rincari sono stati frutto di maltempo e speculazioni, e in primo luogo dell'effetto domino innescato dal caro-carburante. Quest'ultimo ha avuto effetti a cascata sui prodotti trasportati e in generale sui listini al dettaglio. Aumenti che possono essere stimati nel 4,5% rispetto allo scorso anno.

Pasqua e i consumi

consumiSecondo quanto riferisce Codacons, a Pasqua gli italiani spenderanno complessivamente quasi 1,1 miliardi di euro. I prodotti più classici non se li farà mancare nessuno: agnello, salumi, uova, nel rispetto della tradizione. Sono tutti prodotti tipici del business agroalimentare del nostro Paese.
A livello numerico, ci si attende un consumo pari a 31,7 milioni di uova di cioccolata e circa 27 milioni di colombe. Otto famiglie su 10 decideranno di trascorrere la festa a casa, preparando le ricette della tradizione.

Il potere di acquisto migliora...

Va detto che negli ultimi giorni, il Codacons ha avuto modo di pronunciarsi sulla questione del potere di acquisto delle famiglie. Secondo Istat nel 2016 c'è stata una ripresa, con una dinamica che non si vedeva da quindici anni: il potere d'acquisto delle famiglie nell'intero 2016 è aumentato dell'1,6%, il rialzo maggiore dal 2001.

...o forse no

Tuttavia Codacons parla di una "illusione ottica", nel senso che questo aumento è generato soltanto dalla deflazione e al crollo dei prezzi al dettaglio avvenuto nel corso del 2016, quando l'inflazione ha fatto segnare una media del -0,1%. Tra il 2007 e il 2014, infatti, la capacità di spesa delle famiglie è diminuita complessivamente del -12%, mentre nello stesso periodo i consumi degli italiani sono crollati per la maxi-cifra di 80 miliardi di euro.