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mercoledì 6 aprile 2022

Pagamenti, in Italia si riducono i ritardi da parte delle imprese (-6,8%)

Uno degli elementi che testimonia lo stato di salute dell'economia è la puntualità dei pagamenti parte delle imprese. Sotto questo aspetto si può dire che l'Italia continua a inviare dei segnali confortanti. Sul finire dello scorso anno infatti, il trend positivo che già si era evidenziato in precedenza ha avuto conferma.

L'analisi dei pagamenti delle imprese

In base ad un'analisi condotta dal "Studio Pagamenti" realizzato da CRIBIS, il numero di pagatori puntuali a dicembre 2021 è salito al 38,5% del totale. I pagamenti effettuati con ritardi lievi (entro i 30 giorni) sono saliti a 11%. Si tratta dei dati migliori registrati dallo scoppio della pandemia di Covid.

Va evidenziato in particolare la performance delle piccole imprese, dove i pagamenti puntuali sono il 40% del totale, e nel complesso i ritardi sono sempre meno pesanti.

Trend in miglioramento

Si conferma quindi un consolidamento della ripresa economica che era cominciata all'inizio del 2021. Anche se l'emergenza pandemica non è affatto finita, è importante che si manifestino in modo chiaro i segnali di una ripresa. Soprattutto, il segnale più importante è il deciso calo dei pagamenti oltre i 30 giorni dalla scadenza.
Va aggiunto però, che rimane elevato il numero di imprese in difficoltà, tanto che il rischio usura incombe su oltre 170 mila aziende.

Situazione a livello geografico

A livello geografico la situazione migliore è quella del Nord Est italiano, In quest'area infatti i pagamenti vengono fatti con puntualità nel 46,3% dei casi. L'andamento più problematico invece si conferma al Sud e nelle isole, dove i pagamenti puntuali sono appena il 25,3% del totale.

La regione più virtuosa si conferma la Lombardia, con il 48,1%. Peraltro nei primi 10 posti delle province più virtuose, ben 6 sono lombarde (Sondrio su tutte).
La seconda regione più virtuosa è l'Emilia Romagna, dove i pagamenti puntuali sono il 46,8% del totale.
In coda alla classifica c'è la Sicilia, che nonostante una discreta crescita dei pagamenti puntuali, chiude comunque il ranking regionale con una quota pari al 21,1%.

mercoledì 23 marzo 2022

Lavoro, la pandemia fa spiccare il volo ad alcune figure professionali

Il mercato del lavoro è continuamente in evoluzione. Tuttavia, negli ultimi due anni questo processo è stato accelerato dallo scoppio della crisi pandemica.
In special modo, la pandemia ha dato una impresso una forte spinta verso il processo di digitalizzazione, con tutte le conseguenze del caso.

Le nuove tendenze del lavoro

Per questo motivo ci aspetta un futuro prossimo che sarà ancora più caratterizzato, sotto il profilo del lavoro, dalla ricerca di professionisti iper-qualificati. Saranno sempre più richieste le competenze molto verticali. 

L'avanzata dell’intelligenza artificiale e dell’automazione a livello industriale, contribuiranno a creare nuove figure di lavoro che saranno sempre più richieste.
Al tempo stesso, altre figure professionali andranno via via scomparendo, perché sempre più obsolete. E' l'evoluzione, non c'è scampo.

Sanità sugli scudi

Tra i nuovi posti di lavoro che diventeranno più richiesti, spiccano quelli nel campo della sanità, della logistica e del commercio online. Tre ambiti professionali che sono stati fortemente interessati dalla pandemia da Covid-19.
Sono in special modo 6 le figure professionali che continueranno ad essere molto richieste nei prossimi mesi.

Anzitutto gli infermieri qualificati e medici. Dal momento della scoppio della crisi sanitaria, la ricerca di queste figure è cresciuta ininterrottamente. Infatti la pandemia ha evidenziato una carenza strutturale di personale negli ospedali.
Stesso motivo è alla base della richiesta di tecnici di laboratorio.

La crisi pandemica ha spinto anche gli assicuratori, perché c'è stato un boom di domande di polizze sulla vita e sulla salute.

Logistica e figure tech

Saranno richiesti responsabili della logistica, perché questa branca rappresenta un forte fattore di appeal verso il cliente.
Si passa al settore tech, con i software Engineer, cioè esperti che si occupano della progettazione, dello sviluppo nonché dell’aggiornamento di prodotti software.
Richiestissimi anche i Data Scientist, dal momento che conta sempre di più l'analisi dei dati di mercato e della clientela (questo trend era iniziato già prima dell’emergenza sanitaria).
Forte richiesta si avrà anche per i responsabili vendite, in grado di adattare la politica di vendita ai nuovi tempi.

mercoledì 2 marzo 2022

Banche, le misure straordinare anti-Covid stanno per finire

Mentre le banche maggiori hanno vissuto una giornata nera in Borsa, come conseguenza degli avvenimenti che sono in corso in Ucraina, Bankitalia si appresta a rimuovere alcune misure che vennero introdotte durante la prima crisi Covid nel 2020, per consentire alle banche non significative di avere maggiore flessibilità.

Cosa cambia per le banche

Le misure che vennero introdotte all'epoca, riguardavano le banche direttamente vigilate non significative e gli intermediari non bancari

Quegli interventi furono necessari per superare le esigenze straordinarie legate alla crisi sanitaria. Ma ormai i presupposti di quelle misure non sussistono più, così nelle prossime settimane - con scadenze diversificate - la banca d'Italia eviterà di estenderle ulteriormente.

Quali sono le misure che cesseranno

Da metà marzo verrà fermata la misura relativa alla liquidità delle banche. Si tratta di un provvedimento che ha consentito alle banche non significative di continuare a lavorare pur avendo un LCR (coefficiente di copertura della liquidità) inferiore al 100%.

Dal 31 marzo invece, alcune esposizioni verso le banche centrali non dovranno più essere escluse dalla misura dell'esposizione complessiva, che viene utilizzata per il calcolo del coefficiente di leva finanziaria.

Infine, la misura relativa al buffer di capitale non verrà estesa oltre fine anno. Questo provvedimento aveva consentito alle banche meno significative e agli intermediari non bancari di operare al di sotto del CCB del requisito di secondo pilastro P2G.

L'avviso di Bankitalia

La rimozione di tali misure straordinarie, non vuol dire però che la situazione sia del tutto rilassata. La Banca d'Italia ha infatti precisato che continuerà a verificare che le politiche di distribuzione dei dividendi siano improntate alla prudenza. Infatti permane ancora "incertezza riguardo l'evoluzione delle prospettive macroeconomiche".

mercoledì 16 febbraio 2022

Business delle parafarmacie online: in un anno crescita del 25%

Uno dei business chi ha ricevuto un forte impulso nel corso degli ultimi due anni è quello delle parafarmacie. Lo dimostrano i numeri visto che tra i 2019/2020 il numero di attività che sono state aperte in Italia si avvicina quasi a 300.

La differenza del business tra farmacie e parafarmacie

Anzitutto dobbiamo evidenziare la differenza tra il business delle parafarmacie e quello delle tradizionali farmacie. Nel primo caso si possono vendere farmaci su prescrizione del medico, nel secondo caso invece non è ammesso. Possono vendere solo farmaci senza ricetta, come i farmaci da banco, gli integratori, i prodotti biologici, i dispositivi medici, i parafarmaci.

La corsa del business

A propiziare la crescita di questo business è stata la concomitanza di due fattori.
Da un lato la crisi pandemica, che ha accresciuto la richiesta di prodotti medicinali da parte degli italiani, soprattutto per lo stress psicologico scatenato dal Covid.
Dall'altro lato c'è stata la forte digitalizzazione dei comportamenti, che ha accresciuto il ricorso alle vendite online (anche per via dei lockdown).
L'effetto congiunto di questi fattori, ha moltiplicato le vendite e reso assai appetitoso questo business.

Quante sono le parafarmacie in Italia

Nell'arco di un solo anno, il numero di parafarmacie online che sono sorte è cresciuto di 282 unità. Praticamente ogni giorno feriale ne è stata aperta una in più.
Complessivamente, il business delle parafarmacie online è giunto a sfiorare le 1000 unità. Il dato assume maggior rilievo se consideriamo che le parafarmacie “fisiche” sul territorio nazionale sono quasi 3.700.

E' interessante osservare due caratteristiche differenti tra il business delle parafarmacie online e quelle fisiche. Quelle virtuali hanno una distribuzione territoriale enorme soprattutto in Campania, mentre quelle “fisiche” sono principalmente nelle zone insulari. Ad esempio, in Sicilia e Sardegna ce ne sono rispettivamente 400 e 209.

I numeri del business

Se c'è stata una crescita così importante delle parafarmacie, è lecito chiedersi quanto guadagnano per essere così appetibili. Ebbene nel 2020 si stima un fatturato pari a 850 milioni di euro l’anno, contro i 10,3 miliardi del guadagno nelle farmacie.

mercoledì 9 febbraio 2022

Produzione industriale, l'Italia recupera i livelli pre pandemia. Ma ci sono eccezioni...

Nell'ultima parte del 2021, la produzione industriale ha subito una frenata. A rivelarlo è l'ultimo rapporto fornito da Istat, che evidenzia così l'impatto della variante Omicron sulla ripresa della nostra economia, nonché quelli dovuti ai rincari dell’energia.

L'andamento della produzione industriale

I dati congiunturali dicono che nel mese di dicembre l'indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dell’1%, rispetto al mese precedente. 

Il dato congiunturale trimestrale invece evidenzia che la produzione industriale è cresciuta dello 0,5% rispetto al trimestre precedente.
Il dato mensile tendenziale rivela invece un aumento del 4,4% rispetto a dicembre 2020 (dato corretto per gli effetti di calendario).

Settori produttivi

I maggiori incrementi tendenziali hanno riguardato i beni di consumo (+10,4%) e l’energia (+8,9%). A livello settoriale, è quello dei prodotti farmaceutici ad aver brillato più di tutti (+25,4%). Hanno corso anche l’industria del legno, della carta e stampa (+18,7%) e la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+16,5%).
Chi si è mosso in netta controtendenza è invece il settore delle attività estrattive (-13,9%), nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-3,7%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-3,4%).

Il 2021 in confronto al 2020

Se guardiamo all'intero 2021, l'andamento della produzione industriale evidenzia la ripresa economica post-pandemica. Considerando l’evoluzione congiunturale del 2021, si sono registrati aumenti dell’indice complessivo in tutti e quattro i trimestri, ma in progressivo rallentamento nel corso dell’anno.

Rispetto al 2020, anno sconvolto dai lockdown e dalle chiusure, la produzione è cresciuta rispetto all'anno precedente dell’11,8%. Grazie a questo balzo, l’industria italiana ha recuperato i livelli pre Covid. La crescita annua è diffusa a tutti i principali raggruppamenti di industrie, ma rivela anche grosse eccezioni.
Il settore tessile, ad esempio, pur mettendo a segno un rimbalzo del 10%, non ha recuperato la forte perdita (-28,5%) subita nel 2020. Anche la fabbricazione di mezzi di trasporto non riesce a recuperare i livelli pre-pandemia.

mercoledì 5 gennaio 2022

Commercio, al via i saldi in tutta Italia. Ma la spesa rimarrà inferiore al pre-pandemia

La stagione dei saldi comincia in tutte le regioni italiane. I consumatori possono cominciare a cercare offerte e promozioni ovunque, mentre finora lo avevano potuto fare solamente quelli residenti in Sicilia e Basilicata (dove sono iniziati il 2 gennaio) e Valle d'Aosta (saldi invernali dal 3 gennaio).
Gli unici che dovranno aspettare ancora saranno quelli del Trentino, dove gli operatori del commercio possono decidere autonomamente quando cominciare i saldi, e nell'Alto Adige dove c'è chi dovrà aspettare fino al 8 gennaio.

I saldi speranza per il commercio

È fuori di dubbio chi che il settore del commercio guarda a questa tornata di saldi invernali come un'ancora di salvezza per le proprie casse, appesantite da un altro anno molto altalenante a causa del Covid. Sperando che non ci siano nuove restrizioni, il 60% circa delle imprese del commercio al dettaglio ritiene che il numero dei clienti che entreranno in negozio per i saldi non sarà molto diverso da quello dello scorso anno.

I numeri di Confesercenti

Anche se la pandemia sicuramente si farà sentire sulla spesa degli italiani, secondo Confesercenti circa il 40% è determinato a sfruttare sconti e promozioni.
La spesa media durante questo periodo potrebbe oscillare tra 120 e 150 euro. Questo porterebbe ad un giro d'affari per il commercio di circa 4,2 di euro, ovvero 300 milioni in più rispetto alla spesa dello scorso anno. Ciononostante, rimaniamo ancora molto distanti dalle cifre del 2020, quando poco prima che scoppiasse l'ondata pandemica gli italiani spesero con i saldi invernali oltre 5 miliardi di euro.

Prodotti richiesti e canali di vendita

Per quanto riguarda le preferenze di acquisto, dovrebbero essere abbigliamento (93,4%) e calzature (84,1%) i prodotti più ricercati durante il periodo dei saldi. Tuttavia, in termini di crescita percentuale dovrebbero essere articoli sportivi e accessori a segnare l'incremento maggiore rispetto allo scorso anno.
Riguardo invece ai canali del commercio, la maggior parte delle persone sì rivolgerà ai propri negozi di fiducia mentre il 40% sceglierà di rivolgersi al canale online, che ha avuto un boom durante il periodo acuto della pandemia.

lunedì 11 ottobre 2021

Lavoratori autonomi, mazzata dal Covid: perse 302 mila partite Iva in 18 mesi

Il mondo del lavoro italiano ha subito un contraccolpo pesantissimo e trasversale a causa della crisi Covid. Una indagine della CGIA mette in evidenza che a subire le conseguenze peggiori è stato soprattutto il mondo dei lavoratori autonomi. Ossia il cosiddetto popolo delle partite Iva.

La pandemia e i lavoratori autonomi

L’Ufficio studi della Cgia evidenzia infatti che da febbraio 2020 (ultimo mese pre-Covid) ad agosto 2021, il numero complessivo dei lavoratori autonomi è sceso di 302mila unità (-5,8%) mentre dei dipendenti è calato di 89 mila (-0,5%).
In termini assoluti, il popolo delle partite Iva è sceso sotto la soglia dei 5 milioni (precisamente 4.936.000), mentre i secondi hanno toccato quota 17.847.000.

Problemi che si aggiungono a problemi

Se il settore già si trovava di fronte a grossi problemi prima del Covid, altri se ne sono aggiunti durante. Le misure restrittive adottate per contenere l'effetto della crisi sanitaria ha comportato chiusure delle attività per decreto, ma al tempo stesso le limitazioni alla mobilità hanno innescato un crollo dei consumi. Si aggiunga poi anche il contemporaneo boom dell'e-commerce, che ha peggiorato la situazione toglieno a tanti autonomi quote di mercato.

...quelli che vengono da lontano

Ma dire che è tutta colpa del Covid è un errore. Già da anni il settore è in crisi e si batte per eliminare diversi problemi: troppa burocrazia, mancanza di credito, tasse elevate, etc
Basti pensare che a marzo 2004 c'erano ben 6.303.000 lavoratori autonomi, oltre un milione in più di quanti ce ne sono adesso. Eppure, come abbiamo visto, solo 302 mila sono imputabili alla crisi Covid.

Il regime forfettario

E intanto all'orizzonte si profila un'altra battaglia per i lavoratori autonomi. I titolari di partita Iva che hanno aderito al regime forfettario, sistema fiscale che prevede una tassazione al 15% fino a 65mila euro di fatturato, non vengono menzionati nel disegno di legge del Governo, approvato martedì scorso.
C'è quindi l'ipotesi di non confermare il forfait, contratiamente a quanto si riteneva in estate. Il motivo alla base delle scelte dell’esecutivo, è quello di semplificare il sistema di tassazione andando nella direzione di un “modello duale”, con la modifica dell’Ires e delle trattenute sul reddito d’impresa.

lunedì 27 settembre 2021

Imprese, Deloitte incorona 74 eccellenze che hanno vinto la crisi Covid

Nonostante la crisi violenta che si è abbattuta sul mondo delle imprese a causa del Covid, nel panorama italiano non mancano esempi virtuosi. Li ha messi in evidenza l'azienda di servizi di consulenza e revisione Deloitte Private.

Le imprese vincitrici del Best Managed Companies

Come ogni anno, l'azienda conferisce il premio "Best Managed Companies" a diverse eccellenze italiane, con il sostegno di Elite (del Gruppo Borsa Italiana-Euronext), di Confindustria, Altis-Alta Scuola Impresa e Società dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Quest'anno il premio è stato cofnerito a 74 imprese che si sono distinte per la loro virtuosità e resilienza alla crisi pandemica. Imprese che hanno registrato una crescita superiore alla media italiana, e che hanno fatto dell'innovazione e della sostenibilità un cardine delle loro strategie. Il tutto condito da una forte vocazione all'internazionalizzazione.

In un anno caratterizzato dalla contrazione economica e del fatturato in crisi, queste imprese hanno avuto il grande merito di sovraperfomare il resto delle aziende italiane, registrando un incremento medio del fatturato pari al 14,4%.

Analisi: internazionalizzazione e collocazione geografica

Proprio l'analisi degli affari, evidenza che tali imprese generano all'estero quasi la metà del proprio fatturato (44%). Inoltre proprio la crescita della loro quota di mercato all'estero è stata il motore principale della crescita. Sull'internazionalizzazione ha puntato il 76% delle aziende.
A livello geografico, la maggiore concentrazione di queste imprese virtuose è al Nord, dove si conta il 72%.

Dimensione e settori di appartenenza

Si tratta di aziende tanto di piccole e medie dimensioni, quanto di grandi. Oltre la metà ha fino a 249 dipendenti, mentre il restante 46% va oltre le 250 unità. La metà è inoltre a conduzione familiare, solo 6 sono quotate in Borsa.
A livello settoriale il grosso di tali imprese opera nei prodotti industriali e costruzioni (29%), seguito da consumer products (26%), technology (11%), energia (8%), retail (7%), sanitario (3%), oil & gas (3%).

lunedì 13 settembre 2021

Lavoro, 338mila nuovi occupati nel secondo trimestre. Ma i livello pre-Covid resta lontano

Arrivano dei numeri parzialmente confortanti riguardo al mercato del lavoro. Secondo l'istituto di statistica infatti, nel secondo trimestre il numero di occupati è cresciuto di 338mila unità. Cala invece il tasso di disoccupazione.

Dati Istat sul lavoro

I dati ISTAT evidenziano una crescita degli occupati pari al 1,5% rispetto al trimestre precedente.
La crescita congiunturale è frutto in special modo della crescita dei dipendenti a termine (+226.000, +8,3%). E' invece molto più contenuto l'aumento di quelli a tempo indeterminato (80.000 unità, +0,5%). Ancora di meno quelli indipendenti (33.000, +0,7%).
Nel secondo trimestre 2021 la fascia tra i 15-34 anni al lavoro ha avuto una crescita sul 2020 maggiore rispetto alla media.

Occupazione congiunturale e tendenziale

Il tasso di occupazione nel secondo trimestre è del 58% (+1% sul primo trimestre). Rispetto al secondo trimestre dello scorso anno, la crescita del lavoro è ancora più sostenuta. Infatti c'è stato un aumento di 523.000 unità (pari a +23,6%).
Questo incremento coinvolge però soltanto i dipendenti a termine (+573 mila, +23,6%), mentre continua la diminuzione dei numeri di unità di lavoro a tempo indeterminato (-29 mila, -0,2%) e degli indipendenti (-21 mila, -0,4%).

Non sono raggiunti i livelli pre-pandemia

Va inoltre evidenziato che il mercato del lavoro è ancora in deficit rispetto al periodo pre-pandemico. Mancano infatti all'appello ancora 678.000 occupati.
Questo disavanzo riguarda soprattutto le donne, ben 370.000 in meno (-3,7% a fronte del -2,3% degli uomini).
Gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono 199.000 in meno sul secondo trimestre del 2019. (-3,8%).
Circa la disoccupazione, c'è stato un calo di 55.000 mila unità (-2,2%). In diminuzione anche il numero degli inattivi di 15-64 anni (-337 mila, -2,4%).

Cala il costo del lavoro

Per quanto riguarda il costo del lavoro, su base annua c'è stato un calo del 3,1%. A diminuire sono entrambe le componenti. Da una parte le retribuzioni scendono del 2,3% rispetto al secondo trimestre 2020, dall'altra c'è stata una riduzione più intensa degli oneri sociali (-5,4%).

lunedì 30 agosto 2021

Lavoro, ennesimo pasticcio normativo: la quarantena non è più malattia. Ora chi paga?

I problemi legati al Covid non finiscono mai, e per le imprese italiane e i lavoratori si profila un pasticcio ingarbugliato e soprattutto costoso.
Da inizio mese infatti, l'obbligo di quarantena per i dipendenti non è più considerata "malattia" da parte del nostro istituo di previdenzia nazionale. La conseguenza è che il costo connesso all'assenza del dipendente dal lavoro si scarica o sull'azienda o eggio ancora sullo stesso lavoratore.

Un paradosso sul mercato del lavoro

Non sono cifre di poco conto. Infatti secondo Unimpresa, l'assenza potrebbe comportare un danno in busta paga che si aggira sui 1000 euro per 15 giorni di assenza (ossia tre settimane lavorative).
Toccherà eventualmente alle imprese “coprire” il mancato riconoscimento della malattia. Ma in quel caso il danno sarebbe doppio visto che bisogna gestire anche l’assenza di personale dal lavoro. Un'assenza che in caso di contagi aziendali, potrebbe addirittura dimezzare l'intero personale.

La situazione peraltro è drammaticamente illogica: il lavoratore viene giustamente costretto a stare a casa per esigenze sanitarie, ma gli viene tolta ogni forma di paracadute contro il rischio di restare privo di retribuzione. E di questo problema dovrebbe farsi carico il suo datore di lavoro anziché lo Stato.

La scelta dell'Inps

A provocare questo problema, che rischia di diventare serio in vista della ripresa post ferie (e dell'inevitabile aumento dei contagio), è un pasticcio normativo.
A inizio agosto l'Inps - con la nota 2842/2021 - ha annunciato che per l’anno 2021 le prestazioni di malattia legate alla quarantena fiduciaria non saranno più equiparate ad una malattia. Di conseguenza l'istituto non le riconosce più, e quindi le altrenative sono due: o gliele paga l'impresa o il dipendente si frega, perché subirà un taglio dello stipendio corrispondente alle giornate di assenza.
La copertura peralto è stata totla anche per i lavoratori cosiddetti “fragili”, che in toeria più di chiunque altro andrebbero tutelati.

mercoledì 7 luglio 2021

Affitti, 445mila famiglie a rischio sfratto a causa di morosità

Uno dei problemi che ha provocato la pandemia da Covid, è stato aver ridotto all'osso le risorse delle famiglie italiane. Molti sono rimasti senza lavoro, e quindi senza un reddito. Un dramma soprattutto per chi aveva un mutuo oppure gli affitti di casa da pagare.
Il risultato è che - secondo un recente studio - circa 1,9 milioni di famiglie ha saltato una o più rate di pagamento.

Quante famiglie in difficoltà con gli affitti

Dal lato di chi gli affitti dovrebbe pagarli, la situazione sta diventando pericolosa, Secondo gli ultimi report, circa 445.000 le famiglie potrebbero finire sotto sfratto, una volta che sarà scritta la parola fine al blocco previsto dal Governo. L'esecuzione degli sfratti infatti è stata sospesa fino al 30 settembre 2021 o fino al 31 dicembre 2021, a seconda dei casi.

Riguardo alla collocazione territoriale degli affitti non pagati, la morosità maggiore è nel Mezzogiorno, dove arriva anche al 51%. Ben al di sopra della media Nazionale che è pari al 39%.

Anche i proprietari hanno problemi

Il problema degli affitti non riscossi va visto anche sull'altra faccia della medaglia, perché ha provocato mancati introiti per i proprietari per 1,3 miliardi di euro.
Per molti di loro - fortunatamente - questi mancati incassi non hanno gravi conseguenze, ma ci sono persone (soprattutto pensionati) che con l'affitto di un'altra casa di proprietà riuscivano a far quadrare il proprio bilancio.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, il numero di locatori nel nostro Paese è di 4,3 milioni. Il totale di immobili che sono in affitto è pari a 5,6 milioni (con regolare contratto).

La morosità

Per quanto riguarda le conseguenze della morosità, nella maggior parte dei casi (39,7%) il proprietario ha deciso di concedere ulteriore tempo agli affittuari per saldare quanto dovuto.
In altri casi però si è proceduto in modo differente. Talvolta (16%) rinegoziando l'accordo economico, talvolta (15,3%) procedendo direttamente per vie legali, altre volte trattenendo la somma dovuta dalla cauzione (14,5%).

martedì 15 giugno 2021

Manifattura italiana, arrivano altri segnali confortanti di ripresa

Continuano a giungere segnali confortanti dal mondo della manifattura italiana. Dopo i recenti dati sul clima di fiducia e sulle attese di ordini, nei giorni scorsi l'Istat ha pubblicato anche quello relativo alla produzione, in crescita dell'1,7% rispetto a marzo.

Se consideriamo il primo quadrimestre del 2021 (e senza correzioni per il calendario), la produzione della manifattura italiana è soltanto l'1,3% al di sotto del valore che aveva prima della pandemia.
Il recupero quindi è quasi completo.

La ripresa della manifattura italiana

Se analizziamo tutti i dati, scopriamo che addirittura in 13 comparti della manifattura italiana, su un totale di 24, la produzione del primo quadrimestre dell'anno è superiore a quella del periodo prepandemico, nel 2019.

Riducendo ulteriormente il campo di azione, si scopre che in alcuni settori questo livello è decisamente superiore, oltre il 5%. Si tratta dei settori del legno (+10%), del mobile (+9,4%), computer e prodotti di elettronica (+9,2%), apparecchiature elettriche ed apparecchiature per uso domestico non elettriche (+9,1%).

Tra quelli che invece hanno accusato ancora un ritardo rispetto al periodo prepandemico, spicca soprattutto il settore della moda (approfondisci il rapporto Covid - filiera della moda).

Imprese artigiane e PMI

La cosa incoraggiante è che nei settori che hanno avuto il recupero maggiore, operano tantissime imprese a vocazione artigiana, spesso anche piccole. Il che è confortante, visto che sono proprio quelle che hanno subito il contraccolpo più pesante dalla pandemia. Inoltre danno lavoro a quasi un milione di addetti (956 mila), il 56,9% del totale, superiore al 49,4% degli altri settori manifatturieri.

I driver della ripresa

Ma cosa ha spinto questa ripresa così robusta?
Anzitutto la forte domanda che arriva dall’edilizia, stimolata dal superbonus del governo. Ma anche la maggiore spesa sanitaria per contrastare l’epidemia, così come la maggiore richiesta di prodotti legati alla maggiore permanenza in casa (per il lockdown).
Ingenerale la ripresa della manifattura italiana ha effetti molto positivi su tutto il sistema economico italiano, visto che nel primo trimestre ha incrementato dell'1% il valore aggiunto del settore, dato migliore tra tutti i maggiori paesi Ue.

martedì 4 maggio 2021

Denaro a fiumi per Pfizer grazie ai vaccini. Ricavi stimati per 26 miliardi di dollari

Scorre tanto denaro nelle casse di Pfizer, molto più di quanto si potesse pensare. Grazie soprattutto ai vaccini anti Covid, che hanno fatto schizzare il fatturato delle big del settore farmaceutico. A rivelare le cifre sono i dati trimestrali che sono stati resi noti negli USA.

Vaccini e denaro

Pfizer, terzo gruppo farmaceutico al mondo, ha stimato che arriveranno circa 26 miliardi di dollari di ricavi grazie al suo vaccino. Più di un terzo rispetto al totale di 72 miliardi stimato per tutta la sua attività. E soprattutto, sono molti di più dei 15 miliardi che erano stati stimati appena tre mesi fa.

Se consideriamo soltanto il primo trimestre dell'anno, i ricavi che il vaccino ha consentito a Pfizer sono stati 3,5 miliardi di dollari. Quelli complessivi sono arrivati già a 14,6 miliardi, con un incremento del 45% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Risultati che hanno permesso al colosso farmaceutico di distribuire un bel po' di denaro - circa 2,2 miliardi di dollari - ai suoi azionisti sotto forma di dividendo.

Domanda e offerta di vaccini

Quello che garantisce fumi di denaro al colosso farmaceutico, è il fatto che la domanda di vaccini è costantemente più alta dell'offerta. Pfizer dovrebbe fornire circa 1,6 miliardi di dosi nel corso del 2021. Ma la richiesta continua permette a chi produce i vaccini, di spuntare condizioni economicamente sempre più vantaggiose. E chi se ne frega se per lo sviluppo del suo vaccino, Pfizer ha potuto godere anche di sostanziosi fondi pubblici.

Ci sono cose però che fanno rabbrividire. Ad esempio il fatto che le forniture vengono poi erogate a rilento, favorendo così il rischio della nascita di nuove varianti.
Altra cosa terribile: nell'85% dei casi, i destinatari delle dosi sono stati i paesi ricchi, che Pfizer ha distribuito a un prezzo per fiala che oscilla tra i 13,5 e i 39 dollari, a seconda dei contratti.

martedì 27 aprile 2021

Turismo, l'Italia è pronta a ripartire. Boom di prenotazioni soprattutto da GB e USA

Tornano finalmente le prenotazioni per le vacanze estive in Italia. Si prevedono tanti stranieri nello "stivale" tra luglio e agosto. Sono segnali di grande speranza per un settore, quello del turismo, martoriato dalla pandemia.

Riparte il turismo

La crisi Covid ha di fatto azzerato l'attività. Viaggi interdetti e strutture chiuse. Le città d’arte sono state quelle più colpite dalla crisi, con un crollo del fatturato giunto al 64% per Firenze, Venezia e Roma. Tra le grandi città l'unica a "salvarsi" è stata Milano, che comunque ha avuto un crollo del 54%.

Quello che gli operatori del turismo sperano di poter dire è che il peggio è alle spalle. I numeri che si vedono oggi riguardo alle prenotazioni fanno infatti pensare che il turismo estivo sia pronto a ridarsi slancio.
Gli affitti a breve e medio termine sono in fortissimo aumento, con la Sicilia in grandissima crescita. Anche la Puglia si prepara a riaprire con grande ritmo di afflussi. Richiestissimo anche il Veneto.

La spinta arriva dai vaccini

Chiaramente l'avanzata delle campagne di vaccinazione consentirà questa forte inversione di tendenza. Che riguarderà logicamente soprattutto gli stranieri. I dati sulle prenotazioni rilevano il ritorno di turisti soprattutto da Gran Bretagna e Usa. Non è un caso che si parli di quei due paesi dove le campagne di vaccinazione stanno procedendo con il ritmo più forte.

Il Covid e le scelte di viaggio

Il coronavirus rimane comunque un elemento importante nelle scelte di chi viaggia. Rispetto al passato, infatti, molti viaggiatori hanno modificato le proprie abitudini, virando verso la ricerca di posti più isolati e con spazi a disposizione più ampi. Il timore del Covid si riduce, ma non sparisce del tutto, e i clienti preferiscono avere interazioni con meno persone possibile.
Un'altra grossa novità, riguarda lo smart working. Entrato di prepotenza nelle abitudini quotidiane, adesso la possibilità di poterlo fare anche in vacanza è sempre più requisito nella scelta di viaggio.

martedì 20 aprile 2021

Imprese e digitalizzazione, ecco come intendono investire i fondi di Transizione 4.0

Uno dei percorsi più importanti che stanno vivendo le imprese italiane di piccole e medie dimensioni riguarda la digitalizzazione. Un processo che era già in corso prima dello scoppio della pandemia, ma che è stato accelerato da quest'ultima.
Per agevolare questa svolta, il Governo ha varato il piano Transizione 4.0 da 24 miliardi, che è stato prorogato fino al 2023.

Le risorse a disposizione delle imprese

Quello che bisogna chiedersi però, come verranno sfruttate le risorse messe a disposizione da questo piano. A tal proposito una indagine di Innovation People - che ha avuto come oggetto un centinaio di aziende - ha studiato il comportamento atteso dalle piccole e medie Imprese italiane, per illustrare le loro strategie e le loro scelte di investimento.

Le difficoltà che queste imprese si trovano ad affrontare è lo scenario stesso. Infatti è in continuo cambiamento, a prescindere dal settore di operatività. Stanno cambiando le abitudini dei consumatori, soprattutto a causa di alcuni processi forzati dalla pandemia e dai lockdown. Questo ha portato molte imprese a lavorare in un contesto dove è in atto un vero e proprio cambio di rotta.
Si sta cioè delineando una "nuova normalità".

La digitalizzazione

Per questo le imprese italiane hanno dovuto abbracciare la digitalizzazione, reinventando il proprio approccio al mondo digitale per rispondere ad una crisi che non ha precedenti.
La quasi totalità delle imprese intervistate (83%) ha dovuto prendere atto di queste novità. Ma oltre la metà di esse (61%) ammette che le strategie messe in campo sono risultate poco chiare e non del tutto definite, perché il cambiamento è stato così rapido da impedire una programmazione efficace.

Ma cosa faranno le imprese con i fondi del piano Transizione 4.0? Circa l'80% prevede investimenti nella creazione di una strategia omnicanale e alla comunicazione personalizzata. Una bella fetta punta sulla realizzazione di una Piattaforma di Marketing Automation.

martedì 13 aprile 2021

Credito: la pandemia stronca le richieste degli under 35, in calo dopo anni di aumento

Tra le diverse conseguenze della pandemia, c'è anche la brusca frenata del ricorso al credito da parte della popolazione giovane. In special modo, la crisi economica che ha accompagnato quella pandemica, ha fatto scivolare le richieste di finanziamento da parte degli under35.

Incertezza economica e ricorso al credito

In generale, tutte le fasce della popolazione adulta hanno sofferto l'incertezza riguardo i tempi di ritorno a una situazione di normalità. Questo ha finito per incidere sulle loro decisioni di consumo e di risparmio (la tendenza al risparmio è cresciuta). Ma anche su quelle di investimento, prima tra tutte la scelta di comprare casa.
Così si spiega il motivo di un minore ricorso al credito nell'ultimo anno.

Giovani ci pensano due volte

Per i giovani, questo passo indietro giunge dopo alcuni anni di crescita. Erano sempre di più infatti, quelli che stavano cominciando a ricorrere ai finanziamenti per sostenere i propri acquisti e i piani di investimento di lungo periodo. Ad esempio, l’acquisto dell’abitazione. Su questa propensione a rivolgersi agli istituti di credito, però si è abbattuta la pandemia, o meglio i riflessi negativi sulla continuità reddituale innescati dalla pandemia.

Molti allora hanno evitato di ricorrere al credito, posticipando i progetti di spesa, per il timore di non essere poi in grado di ripagare regolarmente le rate dei finanziamenti accesi.

Il minore impatto della surroga

Si spiega così il motivo per cui sono scese tutte le forme tecniche del credito al dettaglio (per tutte le fasce di età), con la sola eccezione relativa al comparto dei mutui, in crescita del +2,8%, per via del fortissimo aumento delle richieste di surroghe. In questo ultimo caso infatti, il crollo dei tassi di interesse ha spinto a rinegoziare i finanziamenti già acceso a condizioni migliori.
Ma per gli under35, classe di età dove le surroghe sono pochissime, il bilancio finale del ricorso al credito è stato -5,4% rispetto all’anno precedente.

Ancora peggiore è il bilancio dei prestiti personali, che rimane la forma tecnica di credito più diffusa. Nel 2020, dopo anni di costante crescita, la categoria under 35 ha segnato un profondo calo (-20,9% per i consumatori tra 25 e 34 anni, -16,8% di quelli tra 18 e 24 anni).

venerdì 26 marzo 2021

Industria farmaceutica, il boom vaccini non si esaurirà solo nel 2021

Mai come nell'ultimo anno, l'industria farmaceutica è stata messa sotto pressione. La corsa al vaccino anti-Covid è stata intensa. Anche se la sua diretta incidenza sui profitti è - a differenza di quanto si crede - poco roba, il miglioramento dell'immagine farà la differenza in futuro, anche sui bilanci. Del resto, sono state sotto i riflettori per oltre un anno.

Il 2020 dell'industria farmaceutica

Un altro errore che si commette quando si parla dell’industria farmaceutica, è pensare che sono i big del settore a sviluppare la crescita più forte grazie all'effetto pandemia. Abbiamo sentito parlare di Pfizer, BioNTech, AstraZeneca, Moderna e Johnson&Johnson. In realtà, le multinazionali sono andate peggio rispetto a realtà più piccole, focalizzate principalmente su ricerca mirata e sviluppo oppure su aspetti meno "visibili" della lotta al Covid. Fermi restando comunque gli ingenti investimenti sostenuti dai big del settore.

Italia e investimenti

In Italia ad esempio l'industria farmaceutica comprende un foltissimo gruppo di aziende che fanno investimenti in ricerca e sviluppo. Ad esempio Abiogen Pharma, Alfasigma, Angelini, Chiesi, Dompé, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Mediolanum, Menarini, Molteni, Recordati e Zambon.
Inoltre nel nostro Paese gli investimenti negli ultimi cinque anni sono cresciuti più della media europea.

Il futuro

E' chiaro che i vaccini anti Covid stravolgeranno il mercato. Per le così dette Big Pharma la fornitura di dosi in tutto il mondo, produrrà un guadagno assicurato compreso tra i 120 e i 150 miliardi di dollari. Peraltro si parla soltanto con riferimento all'anno 2021, ma vaccini e guadagni procederanno ancora di pari passo in futuro.

Bisogna poi considerare che il Covid in futuro verrà trattato come si fa con l'infleunza, per cui saranno necessari perodici richiami. Tra varianti e mutazioni del virus, le Big Pharma potranno così continuare a intascare fiumi di denaro, anche perché si renderanno necessari gli "aggiornamenti".
Nel medio-lungo periodo, quindi, potranno irrompere sul mercato vaccini nuovi, mai sentiti o innovativi.

martedì 9 marzo 2021

Inflazione, ecco il vero incubo delle banche centrali delle macroeconomie

La ripresa dell'attività economica passa necessariamente per grossi piani di rilancio, che rappresentano il punto cruciale per le diverse macroaree economiche occidentali. Vale sia per la Eurozona, che per gli Stati Uniti e il Regno Unito. Ma questi piani devono fronteggiare una conseguenza che incute anche timore, ossia la crescita dell'inflazione.

Il timore dell'inflazione

L'eventuale accelerata dell'inflazione potrebbe mettere i bastoni tra le ruote ai piani di rilancio. Vale sia per l'RRF in corso di lancio nella UE, sia per il piano Biden negli States che quello Johnson nel Regno Unito. La ripresa dell'inflazione infatti finirebbe per spingere le banche centrali a correre ai riapri, presumibilmente aumentando i tassi di interesse. Le conseguenze di questa mossa si abbatterebbero sia sul PIL che sul costo di finanziamento del debito pubblico. quest'ultimo ha già raggiunto livelli elevati.

Annotazione tecnica: quando si negozia sui mercati finanziari, bisogna conoscere bene alcuni concetti. Ad esempio quello del evening star pattern trading.

Il costo del denaro e le conseguenze

E' stato ad esempio calcolato che un aumento del costo del denaro pari all’1%, provocherebbe un incremento di spesa per debito del Regno Unito pari a 20 miliardi di sterline. Ma discorsi analoghi si possono fare sia per gli USA che per la UE.

Il dilemma delle banche centrali

Le banche centrali si muovono quindi all'interno di un terreno minato. Ciò vale in special modo nell'Unione Europea, dove l'andamento dell'inflazione e del debito pubblico è assai eterogeneo tra i vari Paesi. Una eventuale mossa che aiuta l'uno, potrebbe danneggiare l'altro.
E' vero che ora come ora questo problema non è imminente, ma il solo pensiero di un possibile ritocco dei tassi ha avuto effetti pesanti sui mercati. Se esaminiamo i dati delle società di trading autorizzate Consob, possiamo notare che l'azionario infatti settimane scorsa ha avuto un paio di pesati battute di arresto, mentre sul mercato valutario l'euro ha perso quota contro il dollaro.

venerdì 26 febbraio 2021

Mercato del lavoro, ecco le conseguenze (anche durevoli) della pandemia

Il quarto Rapporto annuale sul mercato del lavoro ha offerto una fotografia della situazione dell'occupazione in Italia nell'anno del Covid. Il documento, frutto di un lavoro congiunto di Ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal, accende i riflettori sulle pesanti conseguenze della crisi sanitaria sul lavoro.

Il Covid e il mercato del lavoro

Dopo lo scoppio della pandemia verso l'inizio del 2020, il governo ha dovuto adottare una serie di misure per arrestare l'avanzata dei contagi. Per alcuni periodi c'è stato un lockdown totale, mentre non c'è ancora mai stata una riapertura libera di ogni attività (alcune sono ferme ormai da un anno).

La sospensione delle attività di interi settori è stata uno shock improvviso sia nel settore della produzione di beni che in quello dei servizi. E questo ha avuto fortissime ripercussioni sul mercato del lavoro. Conseguenze che si vedranno anche nel lungo periodo, e che saranno tali da innescare cambiamenti strutturali del sistema economico.

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Le categorie più colpite

Nel report, che si articola in 7 capitoli, si evidenzia che le categorie del mondo del lavoro che hanno subito maggiormente la crisi sono donne, giovani e lavoratori stranieri. Ossia quelle categorie che già in precedenza erano in condizioni di svantaggio, giacché più spesso impiegati in lavori poco tutelati oppure perché largamente presenti in quei settori più colpiti dalla crisi. 
Inoltre lo scoppio del Covid ha innescato una netta demarcazione tra quelle categorie di lavoro che - per loro natura - non possono essere svolte se non in presenza, e quelle che è stato possibile svolgere da remoto, attraverso il lavoro agile, il telelavoro e altre modalità.

Meno infortuni, più mortalità

L'anno della pandemia ha però inciso anche in un'altra direzione. Infatti ha avuto una grossa incidenza anche sull'infortunistica nel lavoro, che si è drasticamente ridotta (-15,9%). Invece è nato un nuovo tipo di infortuni, quelli da contagio, che ha inciso sulle denunce di infortunio nel complesso e ha comportato l’incremento del numero delle morti (+18,6%), a causa della letalità del virus.

mercoledì 10 febbraio 2021

Manifattura italiana, per uscire dalla crisi Covid occorre spendere bene i fondi europei

Periodicamente vengono aggiornati i numeri dei danni causati dal Covid. Quelli sul PIL ad esempio. Nel 2020 l'Istat ha certificato un crollo dell'8,8%, mentre nel 2021 la ripresa dovrebbe essere del 4,3%, per poi rallentare al 3,7% nel 2022. Sono pesantissimi anche i riflessi sulla manifattura italiana.

La situazione complicata della manifattura italiana

Nel 2020 il Covid ha provocato un crollo di 112,3 miliardi di euro della nostra manifattura. Rispetto all'anno precedente, il calo percentuale è di 12,3%. Con riflessi tanto sui consumi interni che su quelli innescati dalla domanda estera.
Si tratta di numeri pesantissimi, dal momento che l'Italia è il paese leader europeo della piccola impresa manifatturiera. Il settore impiega quasi 2 milioni di lavoratori in circa 370mila imprese. Per rendere l'idea, la Germania non arriva a 1,6 milioni di addetti, mentre in Spagna siamo appena a 820mila e in Francia 762mila.

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Servono misure di sostegno forti

Per innescare la ripresa della nostra manifattura, bisogna predisporre gli interventi sostenuti dai fondi europei. Avendo in primo luogo molta cura nel trattare quei comparti del made in Italy che hanno subito maggiormente la crisi

Tenuto conto della situazione attuale, la proposta di PNRR con 2 miliardi di euro di stanziamento per il periodo 2021-2026, sembra inadeguata per risollevare la manifattura, su cui si è scaricato il 30% della caduta di valore aggiunto dell’intera economia italiana.

L'errore di identificare il piccolo con l'inefficiente

Peraltro occorre evidenziare che nella proposta del PNRR varata lo scorso gennaio, si parla della grande incidenza delle piccole e medie imprese come un fattore di ostacolo alla crescita italiana. In pratica, proprio la eccessiva presenza di PMI sarebbe un elemento negativo. Tuttavia, Confartigianato ha evidenziato che non è affatto vero. Confrontando il valore aggiunto delle nostre pmi con quelle della Germania e della Francia, il valore aggiunto è cresciuto molto di più (+7,6% per quelle italiane, contro il +4,6% della Germania e il +3,4% della Francia).