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mercoledì 23 settembre 2020

Imprese, con la crisi pandemica il welfare si è impennato. Con benefici per tutti...

Il rapporto tra le imprese e il welfare aziendale è cambiato con l'emergenza Covid. C'è stato un vero e proprio salto di qualità, visto che il 79% delle aziende ha confermato le iniziative di tale genere in corso, mentre il 28% ne ha introdotte di nuove o potenziato quelle esistenti.

Il welfare e le piccole e medie imprese

La scelta delle piccole e medie imprese di puntare di più sul welfare peraltro che si è dimostrata saggia, visto che le PMI con un welfare più maturo hanno avuto maggiore capacità di reagire all’emergenza, e ottenuto migliori risultati in bilancio. Il dato illustrato nel "Rapporto 2020 – Welfare Index PMI" dimostra infatti negli ultimi due anni, le imprese più attive nel welfare registrano il maggiore aumento di produttività (+6% vs media +2,1%) e di occupazione (+11,5% vs media +7,5%).

Non c'è dubbio quindi che il welfare aziendale sia uscito rafforzato dalla crisi pandemica, rivelandosi come una leva strategica per affrontare l’emergenza e per la ripresa dopo la crisi durissima da Covid.

Le iniziative a 360 gradi

In cosa si è manifestato questo slancio da parte delle imprese? In tante cose. Dai tamponi ai test sierologici, dalle iniziative di sostegno al sistema sanitario nazionale ai progetti di formazione a distanza, dalla integrazione al 100% del reddito dei dipendenti in cassa integrazione a nuove modalità di lavoro. Così le imprese a maggiore intensità di welfare, hanno saputo diventare punto di riferimento immediato per i dipendenti, le loro famiglie, e le comunità.

Un cambio di approccio

Non c'è dubbio che lo scoppio della pandemia abbia cambiato l'approccio delle piccole e medie imprese verso il welfare. Il 91,6% delle PMI ha infatti dichiarato di avere acquisito maggiore consapevolezza della centralità della salute e della sicurezza dei lavoratori. Più del 70% ha affermato che in futuro il welfare aziendale avrà maggior rilievo. Infine, il 65% ha dichiarato che l’azienda contribuirà maggiormente alla sostenibilità del territorio in cui opera.

martedì 1 settembre 2020

Consumi, l'impatto duro del Covid. Nord più colpito, ma il Sud ha meno capacità di ripresa

I consumi degli italiani hanno subito un forte impatto dalla pandemia. A livello Nazionale si stima il 10,9% in meno rispetto all'anno scorso. Parliamo di un calo di 116 miliardi, ovvero 1.900 euro pro capite. Quello che ci racconta Confcommercio - tramite una indagine - è che la distribuzione di questo impatto è stata differente a seconda delle varie Regioni. Il Nord è più colpito, nel Mezzogiorno invece il contraccolpo è stato minore.

Analisi regionale sul calo dei consumi

consumi

L'analisi sui consumi regionali dell’Ufficio Studi di Confcommercio, evidenzia infatti che nel Settentrione il calo dei consumi supera la media nazionale, arrivando a -11,7%. Quasi il 60% del calo complessivo è concentrato nelle sue 8 regioni, con la Lombardia che registra la maggiore perdita in valore assoluto (oltre 22,6 miliardi di consumi). Il calo è minore rispetto alla media Nazionale nel Sud del Paese, dove giunge a -8,5%. La Regione meno colpita dal calo dei consumi è il Molise (-7,2%), quella che ha subito l'impatto maggiore è il Trentino Alto Adige (-16%). In termini di valore però è la Lombardia a scontare la riduzione più significativa, pari a oltre 22,6 miliardi di euro.

Sud e capacità di ripresa

Anche se il Sud è la regione meno impattata, questo non deve far pensare che le condizioni di queste aree siano migliori. L'impatto nel Mezzogiorno infatti è stato minore a causa della minore presenza di turisti stranieri e per il maggior peso di lavoratori il cui reddito disponibile non è stato colpito dal lockdown. Tuttavia, bisogna rimarcare che le capacità di reazione dell’ area sono ben più ridotte rispetto ad altri territori, specialmente le regioni del Nord.

Leggi anche: occupazione italiana e Covid, i numeri sono drammatici. Forte impennata della Cig.

Anche se l'impatto del Covid sui consumi ha avuto misure differenti, il calo è avvenuto praticamente ovunque. Cosa ancora più grave, si stima che occorreranno almeno cinque anni per tornare ai livelli di spesa pro capite del 2019.
Questo aspetto fa comprendere quanto siano importanti quelle riforme strutturali per dare slancio alla crescita economica, tenendo conto anche delle risorse che arriveranno dai Fondi europei come il Recovery Fund.

martedì 25 agosto 2020

Dividendi, crollo a causa del Coronavirus. Il 27% delle aziende li taglia o cancella

Crollano i dividendi distribuiti dalle aziende. Il Covid si vede anche in questo. Nel secondo trimestre dell'anno, a livello globale ci sarà una caduta delle cedole come non si vedeva dal 2009, l'anno peggiore dell'ultima grande crisi finanziaria.

La sforbiciata ai dividendi

Secondo un'analisi condotta dal gruppo Janus Henderson, la recessione innescata dalla pandemia provocherà a livello globale una caduta dei dividendi del 22%, ovvero di 108,1 miliardi. Il totale degli utili pagati agli azionisti scenderà a 382,2 miliardi di dollari. La decisione delle aziende di sospendere la distribuzione di utili, è motivata dal fatto di non volere indebolire i propri bilanci durante questa fase di emergenza recessiva.

Il taglio dei dividendi è una decisione presa dal 27% delle società. Metà di queste però non si limita solo a sforbiciare le cedole, ma addirittura le ha cancellate del tutto. Ed è una cosa che si verifica a livello trasversale in ogni parte del mondo. L'unica eccezione è rappresentata del Nord America, perché in Canada la pandemia è stata meno invasiva e questo ha permesso ai dividendi dello Stato di salire, infatti, del 4,1%, aumento che ha più che compensato la contrazione dello 0,1% sofferta negli Stati Uniti.

Europa e Regno Unito le più colpite

Le zone più colpite da questo fenomeno sono Europa e Regno Unito. Nell'Europa in generale i dividendi sono crollati di 67 miliardi di dollari, aggirandosi attorno al 40%. Si arriva al 54% di taglio per i payout britannici. Parliamo inoltre di aziende di grande fama, come Aviva, Royal Bank of Scotland, Barclays, Royal, Dutch Shell, BP e Lloyds Banking Group. Il Paese europeo che ha retto meglio è la Svizzera, dove i pagamenti agli azionisti rimasti praticamente piatti. Va rimarcato che il tonfo dei dividendi nel settore finanziario non è così sorprendente, soprattutto in Europa, se si considera l’alt alle cedole che è stato raccomandato dalla BCE alle società finanziarie, banche e assicurazioni.

giovedì 11 giugno 2020

Turismo, la crisi non passa. Solo il 20% degli italiani pensa a una vacanza

Il settore del turismo è quello che ha avvertito l'impatto più pesante dall'epidemia di Covid. Gli effetti della crisi sanitaria si sono avvertiti subito in questo ambito, e probabilmente saranno gli ultimi a svanire. Crisi forte e per un periodo più prolungato. Un dramma.

Il turismo non riparte

Le restrizioni agli spostamenti e ai viaggi, misure necessarie per limitare i contagi, hanno indotto un drastico calo dei volumi di passeggeri negli aeroporti, finiti in ginocchio. Secondo Assoaeroporti, il calo del primo trimestre è stato del 31,8% anno su anno. A marzo il calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è stato dell'85,1%. Ma se questi dati riguardano la fase cruciale dell'emergenza, altri dati evidenziano quanto forte sarà l'impatto del lockdown sul turismo, anche dopo l'allentamento delle misure restrittive.

Blocco psicologico

Il contraccolpo psicologico sulle persone è stato tale che pochi - specialmente nella fascia d'età giovanile - si sentono nuovamente tranquilli da poter programmare e intraprendere un viaggio. Neppure la riapertura delle frontiere, la ripresa dei voli e l'estate alle porte, sembra aver convinto le persone a decidere di andare in vacanza. Gli ultimi dati dicono che solo il 26% degli italiani prenderebbe un aereo oggi. La percentuale si alza di poco (appena il 2%) se si considera la fascia dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Numeri allarmanti per chi vive di turismo.

Problema economico

Ma se il primo freno rispetto ai viaggi è la preoccupazione per la salute (lo dice il 44% degli italiani in riferimento alla propria salute, il 58% riguardo a quella dei propri familiari), c'è anche un altro aspetto da evidenziare. Oltre alla questione psicologica, c'è anche il fatto che il lockdown ha provocato un fortissimo contraccolpo sulla condizione economia delle famiglie. Durante la fase acuta della pandemia, la crisi ha generato 3 milioni di poveri. La maggior parte non è che non voglia andare in vacanza. Non può. Per questo motivo gli ultimi dati riferiscono che solo il 20% degli italiani sta pianificando attivamente le proprie vacanze ricercando voli ed hotel.

lunedì 1 giugno 2020

Mutui subprime, si riaffaccia il timore di una crisi come quella del 2008

Il ciclone Covid ha colpito con violenza anche l'economia americana, che fino a pochi mesi fa si beava di una grande solidità e galoppava verso la piena occupazione. Ma adesso che tutto è cambiato, l'entusiasmo di inizio anno ha lasciato il posto al timore che possa ripetersi la crisi vista nel 2008, anche riguardo ai mutui subprime.

Torna l'incubo dei mutui subprime

La pandemia ha colpito l'economia americana in modo durissimo. Il sistema bancario americano, dopo essere stato travolto dalla grave crisi del 2008, è stato molto più attento a evitare analoghi errori. Sono stati ponderati molto meglio i rischi nella concessione dei finanziamenti. Per questo la botta da Covid finora è stata assorbita benone. Il problema però è che gli USA hanno adesso riscoperto la disoccupazione di massa, arrivata a toccare il 14.7% e destinata a peggiorare ancora.

Un terzo delle famiglie a rischio insolvenza

Cosa c'entra la disoccupazione con i mutui subprime? C'entra eccome, perché la salute economica di famiglie - oltre quella delle istituzioni finanziarie - è drammaticamente peggiorata. Anche quelle che fino a febbraio scorso erano considerate finanziariamente solide, sono sprofondate nella crisi. La botta subita a causa del lockdown, in pratica ha mandato in fumo i parametri in base ai quali erano stati concessi i mutui, spingendone almeno un terzo del totale nella zona rischio. Il riferimento è a quelli già considerati tripla B, che hanno “guadagnato” l’aggiunta di outlook negativo.

Il tampone messo dalla FED

Un terzo delle famiglie forse non riuscirà a far fronte ai propri impegni debitori. Per questo motivo - come ha sottolineato l’agenzia di rating Moody’s - è cresciuto il rischio che scoppi una bolla dei mutui subprime come quella del 2008. Anche se per il momento c'è il sostegno della FED che col suo bazooka a munizioni illimitate mantiene la situazione sospesa, la cosa non potrà durare in eterno. La situazione potrebbe quindi sfuggire di mano, mettendo la politica nella condizione di agire in fretta per scongiurare il ripetersi di una Lehman Brother. La FED infatti prima o dopo dovrà fermarsi, perché altrimenti correrebbe il rischio di danneggiare in modo irreparabile la stabilità stessa della valuta americana.

lunedì 25 maggio 2020

Presiti o sovvenzioni? La battaglia sul Recovery Fund tra i Paesi UE entra nel vivo

L'economia italiana si aggrappa al piano per il Recovery fund, che la Commissione UE presenterà mercoledì. In ballo per il nostro Paese ci sono fondi che potrebbero avvicinarsi ai 100 miliardi di euro. Non si sa in che misura a fondo perduto e in quanta parte come prestiti.

La battaglia su prestiti e sovvenzioni

Il Recovery fund sarà lo strumento più importante per tamponare gli effetti terribili del Coronavirus sull'economia italiana e sull'economia dell'Eurozona. C'è una proposta sul piatto, quella formulata da Francia-Germania, per sovvenzioni (non prestiti) da 500 miliardi. In una bozza precedente si fermava a 320 miliardi di euro. Ma questa ipotesi ha trovato un grosso ostacolo in alcuni paesi del Nord (Olanda, Danimarca e Svezia) e nell'Austria. Acconsentono agli aiuti ai vari Paesi, ma per lo più in forma di prestiti a condizioni favorevoli in cambio di “un forte impegno a riforme e al quadro di regole fiscali”. Nel dettaglio i 4 frugali propongono di istituire un “Emergency Recovery Fund” della durata limitata a due anni.

Il ruolo delicato della Commissione UE

La Commissione, che aveva anticipato la possibilità di un fondo da 1.000 miliardi, in parte costituto da prestiti e in parte da sovvenzioni, sarà una brutta gatta da pelare. Dal momento che il piano si deve finanziare soprattutto con risorse proprie europee, quindi con i contributi degli Stati, l'esistenza di una forte scontro interno non agevola il compito. Per la presidente Ursula von der Leyen i margini sono risicatissimi. Dovrà cercare un equilibrio che possa convincere tutti ad appoggiare una proposta di compromesso. 

Nord contro Sud

A poco sono serviti finora gli appelli e gli inviti ai Paesi nordici. S'è cercato di convincerli che la loro intransigenza è una forma di autolesionismo: se l'Europa va a fondo, vanno a fondo anche loro che ne fanno parte. I Paesi del Nord sono molto diffidenti soprattutto riguardo al modo in cui i Paesi del Sud potranno spendere eventuali aiuti a fondo perduto. Specialmente Austria e Olanda vogliono condizioni stringenti.

L'Italia invece vorrebbe avere ampio margine di elasticità. Anzi il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha parlato di "prestiti a «fondo perduto, temporalità di medio periodo e senza rigide condizionalità". In mezzo c'è la Commissione, che per poter dare qualcosa in più sarà costretta a prevedere dei paletti sempre più rigidi. Di sicuro ci saranno delle condizionalità forti sulla destinazione degli investimenti. Niente al di fuori della crisi da coronavirus.

giovedì 30 aprile 2020

Economia USA, il PIL crolla peggio del previsto. Recessione tecnica sicura

Nel giro di poche settimane il mondo economico a stelle e strisce s'è rovesciato. Sono infatti bastate un paio di settimane di lockdown per spingere l'economia USA verso un crollo del suo prodotto interno lordo senza precedenti. Le stime dicono -4,8% per il primo trimestre. Molto meno del -3,5% ipotizzato dale prime stime.

Il tracollo dell'economia USA

Il coronavirus ha segnato così la fine del lunghissimo periodo di crescita senza freni, che ha fatto seguito all'altra crisi, quella del 2008-09. All'epoca la discesa in picchiata del PIL su peggiore (gennaio-marzo 2008 a -8,4%), ma oggi come oggi tutti sanno che il peggio deve ancora arrivare. Le stime, benché pessime, saranno aggiornate al ribasso. Secondo Goldman Sachs si potrebbe arrivare sul -8,25%. Un dato molto simile a quello durante la crisi dei mutui subprime.

I dati non danno scampo: l'economia USA ha un "appuntamento" con la recessione tecnica. Arriverà di sicuro nel secondo trimestre. Le previsioni infatti parlano di un crollo dell'economia del 30%, come in Grande depressione.

Come sarà la ripresa

Se non c'è dubbio che il crollo sarà rovinoso, bisogna capire come sarà la risalita. Se avrà la forma di una V oppure sarà molto lenta e graduale. Di sicuro l'era della retorica roboante del "great again" di Donald Trump è finita. Lo dice il 20% di disoccupati previsti per aprile. Lo dicono i 3mila miliardi di dollari messi in campo dal Congresso per argine la pandemia. Lo dice il crollo del prezzo del petrolio.

La Casa Bianca dovrà impegnarsi ancora tanto per sorreggere l'economia reale ed evitare il tracollo dell'industria dello shale oil, messa in ginocchio dalla caduta verticale del petrolio. Se non altro Trump può gioire di una cosa. Dopo anni passati a rimpallarsi accuse e aspre critiche, lui e la Federal Reserve lavorano fianco a fianco nella stessa direzione. Come alleati.

giovedì 2 aprile 2020

Mercato del latte, quello fresco ha subito un tracollo dopo la chiusura degli Ho.Re.Ca

Il Covid-19 sta creando danni enormi anche al mercato del latte fresco. Da quando l'epidemia è scoppiata in tutta la sua gravità, innescando le misure restrittive da parte del Governo, c'è stato un crollo dei consumi. Parliamo di oltre il 25% in meno, ovvero 15mila tonnellate di latte che non ha più sbocco commerciale.

Il dramma del mercato del latte fresco

Il principale problema è la chiusura del canale Ho.re.ca. (hotel, bar, ristoranti e pizzerie) che ha provocato un abbattimento delle richieste. Ma sul mercato del latte fresco incide anche il logico adeguamento delle abitudini dei consumatori, che preferiscono rifornirsi di latte non fresco ma a lunga scadenza. Non è un caso infatti che le tonnellate perse dal latte fresco siano state recuperate invece da quello a lunga conservazione.

La conversione produttiva

Molte aziende hanno fatto fronte a questo problema convertendo il latte fresco in altri prodotti, come latte uht, mozzarelle e yogurt. Tuttavia, se questo è un discorso che possono affrontare le grandi aziende, le piccole imprese invece sono lasciate allo scoperto di fronte alla crisi. Vale soprattutto per i piccoli imprenditori, in particolare del Sud, specializzati in produzioni più artigianali come mozzarelle e burratine, che servivano quasi esclusivamente i ristoranti. Dal momento che i ristoranti hanno tutti la saracinesca abbassata, per loro è un dramma.

La questione scadenza

Uno dei possibili rimedi da adottare per dare un po' di sollievo al mercato del latte fresco, è quello di mettere mano alla legge sulla scadenza. Quella italiana risale ormai al 3 marzo 1989, oltre trent'anni fa. Da allora le tecniche di conservazione e trattamento del latte sono cambiate, e le aziende ritengono che possa essere allungata senza alcun rischio la scadenza dagli attuali 6 fino a 10 giorni. Questo tenuto conto che in nessun altro Paese europeo esiste una legge che impone una data di scadenza al latte alimentare.

martedì 3 marzo 2020

Bank of Australia, mossa accomodante per arginare l'impatto del Covid-19 sull'economia

I mercati finanziari sono entrati nell'ordine di idee che le banche centrali interverranno in modo coordinato per contrastare l'emergenza coronavirus. In questa direzione va la mossa della Reserve Bank of Australia, che nel corso della notte ha tagliato il tasso di interesse di 25 punti base, portandoli al nuovo minimo storico dello 0,50%.

La decisione della Bank of Australia

La banca centrale australiana aveva già operato una sforbiciata al costo del denaro nei mesi scorsi. A ottobre infatti aveva fatto un taglio di 25 pb, così come aveva già fatto anche a giugno e luglio. Nella dichiarazione di accompagnamento, la Reserve Bank of Australia ha chiaramente detto che la sua mossa è indirizzata a contrastare gli effetti negativi del coronavirus sulla sua economia.

Possibili ulteriori interventi in futuro

Come ha riferito il governatore Philip Lowe, l'economia australiana sta subendo gli effetti di questa epidemia. Sono soprattutto i settori dell'istruzione e dei viaggi a risentirne. Va pure ricordato che all'inizio dell'anno, l'Australia ha dovuto fare i conti con una serie di incendi che ha devastato il paese. Tutti fattori che peseranno sulla crescita interna, tanto che il Prodotto Interno Lordo si prevede notevolmente più debole di quanto previsto in precedenza. Per queste ragioni la RBA ha anche messo in chiaro che continuerà a monitorare attentamente gli sviluppi della situazione, e se sarà necessario potrebbe ulteriormente allentare la politica monetaria.

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Dollaro australiano in ripresa

Va detto che la mossa della Reserve Bank of Australia era attesa da settimane, ed era ancora già stata prezzata dai mercati. Basta guardare uno qualunque dei siti Forex trading gratis per vedere che il fatto che il dollaro australiano sia cresciuto non dipende dalla decisione della Reserve Bank of Australia, ma dal fatto che i mercati adesso si aspettano un intervento anche della FED, e quindi il dollaro USD si sta indebolendo. Va ricordato che negli ultimi giorni il cambio AUD-USD è sceso fino ai minimi da marzo 2009.

lunedì 24 febbraio 2020

Borsa, che tonfo. La paura del coronavirus spinge il FTSE Mib verso il basso

L'emergenza coronavirus torna a farsi sentire in modo prepotente, e gli effetti si sentono sui mercati finanziari. La Borsa italiana ha cominciato questa settimana in forte calo, con il FTSE MIB che perde il 3,91%. Il FTSE Italia All-Share scende del 3,95%, il FTSE Italia Mid Cap cede il 4,22% e il FTSE Italia STAR addirittura il 4,52%. L’azionario italiano è indirizzato verso la maggior perdita dal giugno 2016, in un quadro in cui l’Italia ha vissuto il maggior aumento di casi da coronavirus in Europa.

Ma non è solo la borsa italiana che perde quota. Tutti gli azionari europei sono infatti in forte ribasso: Euro Stoxx 50 -3,3%, FTSE 100 -2,8%, DAX -3,4%, CAC 40 -3,4%, IBEX 35 -3,0%.

I titoli in Borsa

Tra i titoli che accusano le maggiori perdite va citata la Juventus FC, che perde l'8,4%. Ieri alcune partite del campionato di Serie A sono state sospese come misura precauzionale contro il diffondersi del coronavirus, e questa misura potrebbe essere adottata anche nelle prossime settimane. Cosa che provocherebbe un danno economico non indifferente per le società calcistiche. A pesare sulla Juve sono anche i dati del primo semestre dell'esercizio 2019/2020, che evidenziano un calo di ricavi e una crescita dei costi operativi (+15% a/a). Il risultato netto è pari a -50,3 milioni.

Tra gli altri titoli che scivolano giù in Borsa c'è Ferragamo -6,9%, ma pure Moncler -5,6% e anche Amplifon -5,2%. Fortissime cadute per OVS -10,4% e Autogrill -11,2%, che sono molto colpiti in quanti i timori di diffusione del virus tengono lontane le persone dai luoghi affollati, come quelli della grande distribuzione.

Il caso di Telecom

Anche Telecom Italia arretra (-2,0%) ma riesce comunque a sovraperformare nettamente gli indici di riferimento. Il titolo approfitta della sua sostanziale neutralità ai provvedimenti delle autorità per il contenimento della diffusione dell'epidemia: anzi i gruppi telefonici potrebbero beneficiare dall'incremento dei contatti telefonici e via traffico Internet che sembra poter caratterizzare le prossime settimane.

giovedì 20 febbraio 2020

Yen giapponese sempre più debole, è scivolato sui minimi di 10 mesi contro il dollaro

Si fa molto pensate la situazione economica del Giappone, e lo yen ne fa le spese. Dopo aver bruciato tutti i guadagni ottenuti grazie all'effetto coronavirus (val la pena ricordare che lo yen è considerato valuta rifugio in tempi di incertezza), la valuta nipponica è scivolata sui minimi di 10 mesi contro il dollaro USD.

Il declino dello Yen giapponese

Il cross USDJPY è schizzato oltre la soglia psicologica di 110, e oggi è balzato anche oltre quota 112, dopo la rottura di un livello tecnico chiave. Chi segue la strategia Parabolic Sar forex, sta continuando a ricavare segnali rialzisti.

Sono due gli elementi che stanno danneggiando lo Yen. Il primo è il ritorno dell'appetito al rischio, sulla scia di notizie un po' più confortanti riguardo alla diffusione del coronavirus cinese. Pechino ha evidenziato un calo degli incrementi giornalieri di nuovi casi, e questo ha rinfrancato gli investitori. Inoltre oggi la PBoC - la banca popolare cinese - ha effettuato una manovra accomodante per dare sostegno alla propria economia.

Annotazione: tra le varie metodologie per investire sulle valute, si può considerare anche la strategia forex spread trading.

Economia nazionale a rischio recessione

Il secondo fattore che sta pesando sullo Yen è la situazione economia interna. Pesa infatti l'ipotesi concreta di una recessione e di fondi giapponesi che si liberano di asset nazionali a favore di azioni Usa e oro. Gli ultimi dati sul PIL nazionale hanno evidenziato una pesante flessione del 6,3% nel quarto trimestre del 2019. Va detto he questo calo ancora non incorpora gli effetti del coronavirus, che si vedranno soltanto dal prossimo report trimestrale.L'ampiezza dei legami commerciali con la Cina pone il Giappone in prima linea a subire il danno arrecato dal Coronavirus. Del resto il 20% delle esportazioni giapponesi viene spedito attraverso il Mar Giallo, il 25% delle importazioni totali giapponesi proviene dal suo vicino occidentale.

Questo aumenta le possibilità di una recessione, che ora è davvero dietro l'angolo. Al punto che il governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, ha manifestato la possibilità che la BoJ possa effettuare un altro allentamento monetario.

venerdì 14 febbraio 2020

Euro sempre più debole sul dollaro, il Coronavirus è stata una mazzata

La fase decisamente calante dell'euro continua senza sosta. Ancora una volta la valuta unica aggiorna i suoi minimi pluriennali contro il biglietto verde, con un bilancio di otto sedute negative sulle ultime nove. Oggi i dati sul Pil della Germania, che vedono crescita zero nel quarto trimestre, non hanno che contribuito a questo clima depresso.

Euro debole, riflesso dell'economia UE

Sulle migliori piattaforme trading forex online si può vedere che la coppia Euro-Dollaro scivola tra 1,0837–1,0838, e gli sforzi per tenersi a galla sembrano inefficaci.

Lo scoppio del coronavirus ha sradicato ogni residua speranza di ripresa economica nell'area dell'euro, visto che la Cina è il principale partner commerciale della Germania. Ragion per cui, l'inevitabile rallentamento della domanda cinese avrà un grave impatto sulle aziende europee, per non parlare delle interruzioni della catena di approvvigionamento. Discorso diverso invece per l'economia americana, che è meglio equipaggiata per resistere a questo shock, visto che le catene di approvvigionamento statunitensi sono giù state riviste durante il periodo della guerra dei dazi. Negli ultimi due anni, c'è stato un costante deterioramento delle previsioni per la crescita dell'economia europea rispetto alle previsioni per la crescita degli Stati Uniti.

Suggerimento: prima di investire online, bisogna conoscere bene tutti gli strumenti. Qui parliamo del trading con medie mobili forex.

Ottimismo o pessimismo?

Nonostante la situazione estremamente sfavorevole per l'euro, gli analisti non perdono la speranza in una sua ripresa a lungo termine. Allo stesso tempo, si aspettano che l'euro sarà in grado di abbandonare i minimi di due anni, anche se non escludono il loro prossimo aggiornamento.
I differenziali dei tassi di interesse tra le due economie sono ancora ampi, e tali dovrebbero rimanere ancora per diverso tempo. Se è vero infatti che la Fed potrebbe tagliare i tassi entro dicembre, è altrettanto vero che si prevede un maggiore stimolo pure da parte della BCE, quindi è improbabile che il carry trade positivo per il dollaro scompaia.

martedì 4 febbraio 2020

Mercato ancora in bilico sulle incertezze da Coronavirus

Lo scoppio dell'epidemia di Coronavirus, oltre ad aver comportato la perdita di centinaia di vite umane, ha comportato e sta ancora provocando forti implicazioni economiche e di mercato per la Cina e di riflesso per l'economia globale.

I danni economici del Coronavirus

Al momento non è possibile quantificare con precisione l'effetto sul mercato finanziario dello scoppio del coronavirus in Cina e in altre parti del mondo. Infatti questo dipenderà dalla gravità e dalla durata di questa epidemia. E anche dalla sua diffusione, visto che malgrado le restrizioni di viaggio recentemente introdotte, i rischi di un’ulteriore propagazione a livello planetario persistono.

L'impatto sulle economie è stato forte, almeno nel breve termine. In Cina e in Asia l’attività economica e i consumi a breve termine sono stati colpiti duramente. Va ricordato che i consumi rappresentano oltre il 70% della crescita del prodotto interno lordo (PIL) della Cina. L'impatto dovrebbe quindi essere serio, almeno per un paio di trimestri. Nel frattempo il governo potrebbe rispondere attraverso misure di stimolo come i tagli dei tassi di interesse. C'è meno timore riguardo invece le prospettive di crescita a lungo termine, che potrebbero rimanere invariate.

Consiglio: prima di investire sul mercato azionario o valutario, occorre conoscere bene le tecniche più note. Ad esempio leggendo la guida swing trading forex.

Mercato azionario

Va sottolineato che i mercati azionari asiatici hanno già subito una forte correzione - nell'ordine del 4-6% - rispetto al picco che è stato registrato appena a metà gennaio. L'effetto di questa correzione è amplificato dal fatto che lo scorso anno i mercati azionari hanno vissuto una solida performance (l’indice MSCI China è salito del 24%), cosa che ad esempio non era accaduta quando scoppiò l'epidemia SARS (anzi, all'epoca i mercati erano reduci da un calo). Per questo motivo è lecito aspettarsi ulteriori correzioni, visto che l’incertezza resterà anche nelle prossime settimane.

L'impatto sul mercato valutario è stato invece immediato e forte. Gli asset rifugio sono stati presi d'assalto, e basta vedere le previsioni cambio dollaro franco svizzero per capire che il sentiment del mercato non è ancora del tutto tranquillo. Ma anche in questo caso, nel lungo periodo bisogna aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi.