martedì 31 gennaio 2017

Multa alla Deutsche bank: 630 milioni di dollari per riciclaggio di capitali in Russia

Scatta una maxi multa per Deutsche Bank, che sarà costretta a pagare 630 milioni di dollari per chiudere un'inchiesta su riciclaggio di capitali in Russia. I beneficiari di queste somme saranno l'autorità di controllo di New York e la FCA (Gran Bretagna).

Le magagne di Deutsche Bank

Il motivo della sanzione è che la banca tedesca ha aiutato investitori russi a riciclare 10 miliardi di dollari, tramite uno schema ben preciso e collaudato che è conosciuto come “specchio”.

In sostanza venivano acquistati e venduti titoli fra gli investitori e la filiale di Mosca di Deutsche Bank e quelle di New York e Londra. Spesso in queste operazioni venivano coinvolte anche delle entità residenti in paradisi fiscali dei Caraibi o a Cipro.

Questa pratica illegale sarebbe stata portata avanti dal 2011 al 2015, ed è stata portata a galla a seguito di una inchiesta condotta dalla Banca centrale russa nel 2014.

Se la somma complessiva che Deutsche bank dovrà pagare è pari a 630 milioni di dollari, la fetta più grossa andrà all'autorità di controllo di New York, che beneficeranno di 425 milioni di dollari. Alla Fca britannica invece spettano solo 163 milioni di sterline. La banca tedesca ha fatto sapere che la cifra complessiva era già compresa nelle riserve accantonate per questo scopo.

Ricordiamo che un'altra querelle legale è stata di recente chiusa da Deutsche Bank, che il mese scorso ha concordato di pagare 7,2 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per chiudere l'inchiesta sulle scorrettezze compiute nel collocamento di titoli cartolarizzati.

domenica 29 gennaio 2017

Peso messicano e Forex, che scenari si prospettano adesso?

La settimana che è appena finita è stata positiva per il peso messicano, che ha ottenuto oltre il 3% di guadagno sul dollaro. Ma la situazione resta ancora tutta da decifrare, viste le intenzioni protezioniste di Trump e i suoi ordini esecutivi incentrati sulla riduzione dell'immigrazione illegale e la costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. Nei giorni scorsi, proprio per via della "questione muro" il presidente Enrique Peña Nieto ha annullato un incontro con il presidente degli Stati Uniti, che era inizialmente in programma per la prossima settimana.


Vanno ricordate anche le parole di Jose Angel Gurria, capo dell'Organisation for Economic Co-operation and Development, che qualche giorno fa ha detto oggi che è quasi impossibile fermare il deprezzamento del peso se le condizioni economico-politiche non cambieranno.
La Banca del Messico ha venduto 2 miliardi di dollari la scorsa settimana per difendere la propria valuta, mentre secondo Etoro il peso ha toccato valori minimi storici contro l'Usd, a quota 21.9477 lo scorso 19 gennaio (vedi qui Etoro opinioni).

Gli scenari riguardo il peso messicano

Ma che prospettive ci sono sul cross Usd-Mxn? Secondo alcuni analisti ed alcuni segnali di trading affidabili, le previsioni più probabili riguardano un ulteriore apprezzamento del biglietto verde nei prossimi mesi. Questo sulla scorta proprio delle intenzioni protezioniste di Trump.

Il guadagno del 13% che il dollaro ebbe sul peso subito dopo l'elezione del Tycoon, quindi potrebbe aumentare in futuro. Il motivo è che il Messico sarà presto costretto a reinventare il proprio modello di crescita, attualmente radicato nei rapporti con gli USA. E la diversificazione del commercio con l'estero richiede tempo. Questo potrebbe creare molti problemi e mettere altra pressione sull'economia e sulla valuta.

Secondo altri però, la forza del peso è sottovalutata. L'idea che se la tensione dovesse ulteriormente intensificarsi tra i due paesi, a perdere sarebbe il Messico può non essere vera fino in fondo. Secondo questa visione, gli investitori hanno finora già prezzato lo scenario più pessimistico (infatti il peso è la seconda peggior valuta dell'anno, solo la lira turca ha fatto peggio), e quindi da ora in poi potrebbe esserci una buona occasione di acquisto. Goldman Sachs, ad esempio, vede un apprezzamento del peso fino a quota 19 col dollaro in un anno, mentre BNP ha raccomandato l'acquisto di 2017 in avanti.

Vero è anche che negli ultimi 4 anni, ogni volta il peso è stato indicato dagli analisti come possibile opportunità per i trader. E alla fine il bilancio è stato l'esatto opposto.

venerdì 27 gennaio 2017

Imprese e consumatori, dati sulla fiducia degli italiani in chiaroscuro

Le imprese italiane hanno un pizzico di fiducia in più, mentre i consumatori continuano ad essere molto scettici riguardo la capacità di venire fuori dalla crisi. E' questo il quadro che emerge dall'ultimo rapporto del Istat.

I dati di Istat su imprese e consumatori


A gennaio la fiducia delle imprese è salita da 100,2 a 102,5, raggiungendo i livelli che c'erano a ottobre 2016. Il miglioramento più marcato si è avuto nel settore manifatturiero, dove l'indice passa da 103,7 a 104,8, ma anche nelle costruzioni (da 120,4 a 123,9) e nel settore dei servizi (dove si passa da 102,5 a 105,4). Il dato negativo invece riguarda il commercio al dettaglio, che registra un calo dell'indice da 107,5 a 103,3.

Se l'attenzione si sposta invece sulla fiducia dei consumatori, il quadro invece si rovescia. A gennaio è scesa da 110,9 a 108,8 punti contro i 110,6 punti delle stime di consensus. Il valore rimane però sopra i livelli di novembre 2016. A livello di singole componenti il quadro è molto variegato e disomogeneo.Sul clima economico c'è una discesa da 133,3 a 124,8, mentre in generale il clima futuro si passa da 116,0 a 111,6. Sono entrambi in discesa quindi, a differenza di quel che riguarda il clima personale e quello corrente, che salgono per il quarto mese consecutivo (rispettivamente da 102,7 a 103,8 e da 106,2 a 107,6).

Dopo il miglioramento registrato lo scorso mese, i giudizi e le aspettative dei consumatori riguardo la situazione economica del Paese sono peggiorati (per i giudizi il saldo è passato da -41 a -52 e per le aspettative da -17 a -28). Sono aumentate anche le aspettative sulla disoccupazione (da 20 a 33).

mercoledì 25 gennaio 2017

Forex, il rublo acquista semprepiù forza sul dollaro. Cremlino preoccupato

I dubbi sempre più forti sulla presidenza Trump e i dati incoraggianti riguardo la crescita della Russia, stanno spingendo con sempre maggiore forza il rublo nei confronti del dollaro. In questo primo mese del 2017, il biglietto verde ha pesantemente rallentato la marcia dopo un rally lungo iniziato con l'elezione di Trump (l'unica valuta contro la quale è durato poco è stata proprio quella russa). Proprio i primi discorsi del neopresidente però, hanno finito per alimentare lo scetticismo del mercato. Pochi contenuti concreti e molto spirito protezionista, ovvero quello che al mercato non piace.

Il futuro del cross Usd-Rub nel Forex

Il dollaro così perde sempre più quota. Il cambio con il rublo russo sta viaggiando al ribasso, avvicinandosi ai minimi degli ultimi 18 mesi (quota 58,9) e secondo il Demarker indicator si troviamo in ipervenduto.

Soltanto il calo del prezzo del petrolio ha frenato questa discesa del cross e l'apprezzamento del rublo, tanto forte finora da generare anche qualche preoccupazione alle autorità del Cremlino.
Eppure proprio il petrolio aveva dato avvio all'ascesa dalla divisa di Putin. Il taglio alla produzione decisa dal OPEC a novembre ha spinto l'apprezzamento dell'oro nero, fonte di ricchezza per la Russia.

E' cominciata così una sempre maggiore spinta dei capitali esteri verso la Russia. Cosa che desta qualche perplessità al Cremlino, dove sanno bene che prima o dopo qualcuno comincerà a vendere e questo rischia di far schizzare la volatilità, così come è accaduto nel 2014 quando il cambio Usd-Rub cominciò a salire rapidamente e nel giro di sei mesi passò da 33 a 77 (abbiamo sfruttato i dati storici di 24option, opinioni visibili qui).

Dal punto di vista tecnico, quel minimo al quale accennavamo all'inizio (58,9) rappresenta una quota importante. Se infranta potrebbe infatti aprire a una nuova ondata rialzista per il rublo, e quindi generare ancora più preoccupazioni in Russia. Ecco perché qualcuno si aspetta un movimento da parte della Banca centrale.

lunedì 23 gennaio 2017

Conto salato in caso di addio dell'Italia all'Europa: 358 miliardi. Lo dice Draghi

No ad una eventuale uscita dall'Eurozona. Questo è il messaggio chiaro che manda il governatore della BCE, Mario Draghi, che oggi è intervenuto a Santena, dove ha ricevuto il premio Cavour. Secondo Draghi la "collaborazione internazionale è l'unico modo di governare problemi che gli stati nazionali non riescono ormai da molto tempo a risolvere da soli". In sostanza, paesi come l'Italia hanno bisogno dell'Europa, a maggior ragione quando c'è una "situazione di diffusa instabilità nazionale e internazionale".

Draghi fa il conto


Secondo Draghi, una eventuale uscita dell'Italia dall'euro costerebbe ben 358 miliardi alla nostra economia. Questo è l'importo che il governatore scrive in una lettera con cui risponde a un'interrogazione parlamentare presentata da due eurodeputati del Movimento Cinque Stelle. "Lasciare l'Eurosistema significherebbe che i crediti e le passività della Banca centrale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente", ragion per cui l'Italia dovrebbe pagare tutti i suoi debiti, che ammontano appunto a 358,6 miliardi.
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Riguardo gli scenari economici globali a seguito della elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, il governatore non fa alcuna dichiarazione esplicita. Tuttavia il suo pensiero si può cogliere quando ricorda l'importanza del programma economico di Cavour, che si prodigò per la riduzione delle barriere doganali e l'integrazione dei mercati, nella convinzione che la concorrenza fosse lo stimolo essenziale per elevare l'efficienza produttiva e promuovere il progresso tecnologico. Avranno fischiato le orecchie a Trump?

sabato 21 gennaio 2017

Dollaro, dopo il discorso di Trump per il Forex è il momento della riflessione


Donald Trump è ufficialmente in carica. Il nuovo presidente degli USA ha prestato giuramento, e da oggi comincerà a lavorare formalmente come nuovo inquilino della Casa Bianca. Cosa comporterà questo per il dollaro nei prossimi giorni? Probabilmente poco movimento e tante riflessioni.

In questo primo scorcio di 2017, la valuta statunitense ha cominciato a perdere colpi nei confronti dell'euro. Secondo i dati del broker binario OptionFair, dal minimo raggiunto il 20 dicembre (1.03897) si è passati al valore attuale della coppia a 1,07028 (vedi OptionFair opinioni). Il guadagno della moneta unica nell'ultimo mese è stato complessivamente del 2,55%.
Certo, siamo ancora lontanissimi dal 1,15331 che si registrava a febbraio del 2016, ma è fuor di dubbio che nell'ultimo periodo l'effetto Trump sia scemato parecchio.

Effetto Trump sul dollaro


Il discorso del neopresidente non dovrebbe cambiare molto il lento movimento rialzista dell'euro, anche perché nella prossima settimana gli appuntamenti macro più interessanti arriveranno solo in coda. Solo venerdì infatti è in programma il dato sul PIL statunitense (4° trimestre), previsto al 2,2% e quindi in calo rispetto al 3,5% del trimestre precedente. Un'attesa che fa capire come gli analisti abbiano diminuito le aspettative sul vigore dell'economia USA.
Fino ad allora il mercato sarà condizionato soprattutto dalle riflessioni degli operatori, specialmente riguardo la politica fiscale che ha in mente Donald Trump, e cosa ne sarà delle promesse di generoso stimolo all'economia. Quelle che inizialmente avevano alimentato le scommesse su una crescita più rapida dopo l'avvento del tycoon alla Casa Bianca.
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Proprio la mancanza di contenuti più chiari sul programma di Trump, ha fatto scivolare l'ottimismo e ridato vigore alle posizioni degli scettici, alimentando così la fiacchezza del dollaro nell'ultimo mese.
In linea di massima i mercati si sono messi in posizione di attesa, perché fino a quando il programma di Trump non diventerà concreto, sarà dura capire in che direzione si muoverà l'economia americana.

giovedì 19 gennaio 2017

Brexit, il ministro del commercio estero inglese rivela "trattative informali con molti paesi"

La Gran Bretagna si è appena tolta dal mercato unico, ma si è già rimessa sul mercato... libero. Qualche giorno fa la premier Theresa May annunciò la rottura con l'Europa, cosa che probabilmente ribadirà oggi nell'atteso discorso che terrà a Davos. Rivendicherà ancora il ruolo della GB come paladina del libero scambio.

L'ultima sfida della GB dopo la Brexit

Intanto però, il ministro del Commercio Estero Liam Fox ha rivelato che sono già in corso trattative informali numerosi paesi che sarebbero ansiosi di stringere accordi commerciali con la Gran Bretagna. Cosa che sa di sfida a Bruxelles, visto che Londra formalmente non può avviare negoziati commerciali con altri Paesi prima di avere formalmente lasciato l’Unione europea.

Si tratterebbe di oltre una dozzina di paesi. Sarebbero già partite consultazioni con Paesi dall’India all’Australia, dalla Norvegia all’Arabia Saudita e dalla Corea del Sud alla Nuova Zelanda per delineare accordi commerciali che potrebbero poi essere siglati rapidamente appena Londra lascerà la Ue nel 2019. Secondo Fox, la Brexit sarà «la chiave della prosperità per la Gran Bretagna».

Fox ha anche evidenziato il motivo per cui appoggia la Hard Brexit: «C’è un mondo grande là fuori con cui possiamo fare business, e per farlo abbiamo bisogno della maggiore libertà possibile. Proprio per questo motivo escludiamo la piena partecipazione all’Unione doganale».

Si sa inoltre che ben presto la premier May avrà un incontro con i leader di Wall Street, non fosse altro che per rassicurarli sul ruolo di Londra come centro finanziario di primo piano nel mondo.
Un passaggio che si rende necessario dopo che diverse grande banche, tra le quali Hsbc e JPMorgan Chase, hanno deciso di trasferire i loro uffici e il personale da Londra ad un altro paese della UE, proprio per via della Brexit.

mercoledì 18 gennaio 2017

Valute: la Cina spaventa i trader. Rischio svalutazione dietro l'angolo

Chi si sta avventurando nel mercato delle valute, da un po' di tempo sta capendo bene quante difficoltà e ostacoli comporti farlo. Tra guerre commerciali e conflitti valutari, oltre che scombussolamenti vari (come Brexit e Trump), c'è veramente di tutto per fare impazzire anche il più freddo degli investitori. Uno dei territori più insidiosi per i trader è senza dubbio lo yuan cinese, che sembra sempre rischiare di essere svalutato da un momento all'altro.

La situazione della Cina e dello Yuan

Nel corso del World Economic Forum che si sta svolgendo a Davos, proprio il presidente della Repubblica cinese Xi Jinping ha tenuto aperta la porta all'ipotesi di procedere ad una ulteriore svalutazione dello yuan.
Potrebbe diventare presto una necessità, qualora si debba arginare il prosciugamento delle riserve in valuta straniera. Dalla metà del 2014 in poi, le riserve della Cina si sono ridotte del 25%, a causa principalmente della fuga di capitali in varie forme, compresi i pagamenti dei debiti.

Sempre durante questo periodo, secondo i dati di IG Markets lo yuan ha perso circa il 10% del suo valore nei confronti del dollaro (qui puoi approfondire il tema IG opinioni).

Sono in special modo i cinesi benestanti ad alimentare questo circolo, facendo uscire i loro soldi dalla Cina. Il motivo è che temono sempre di più di veder depauperati i loro patrimoni a causa di una possibile maxi svalutazione dello yuan. Temono cioè che possa ripetersi lo scenario visto nel 1994, quando Pechino tagliò di un terzo il valore della propria moneta.

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Al momento i dati dicono che in Cina ci sono ancora 3.000 miliardi di dollari di riserve valutarie, ma di queste circa un terzo è rappresentato da attività illiquide (investimenti in fondi hedge, ad esempio). Non si tratta quindi di denaro che si può utilizzare o comunque sbloccare facilmente. Un'altra bella fetta di queste riserve è invece indisponibile perché rappresenta un'ancora nel caso in cui ci sia bisogno di salvare le banche della Cina, pesantemente indebitate con aziende a controllo statale e speculatori immobiliari.

Se dovesse continuare la fuoriuscita di capitali al ritmo corrente (80 miliardi di dollari al mese), ben presto si potrebbe assistere all'aumento del tasso di interesse per difendere la propria valuta, oppure può imporre controlli di capitale. Oppure svalutare ancora lo yuan, cosa che non è stata ancora fatta finora (anche per evitare di essere etichettati come manipolatore valutario), ma che resta un'ipotesi molto concreta. Magari da attuare in modo lento e graduale.

martedì 17 gennaio 2017

Prezzi: il caffé costerà di più... ma aumenterà anche la qualità


Sta per cambiare qualcosa nel mercato del caffé, anzitutto a livello di prezzi. Questione di clima e di miscele. Andiamo per ordine. Il fattore meteo gioca un ruolo sempre importanti per quanto riguarda la produzione di chicchi, che a causa della siccità in Brasile e del passaggio di El Nino in paesi come Vietnam e Indonesia, hanno avuto un drastico calo. A causa di ciò, il prezzo è di conseguenza aumentato. Questo inevitabilmente si ripercuoterà anche sul prezzo della tazzina al bar, destinato inevitabilmente a salire.

Il lato positivo che bilancia l'aumento dei prezzi

Tuttavia c'è anche un aspetto positivo. La ripercussione dei climi ha avuto un effetto differente sulle diverse qualità di caffé.
Quelle più a basso costo, ovvero la variante robusta (che rappresenta circa il 35% delle vendite complessive nel mondo), hanno avuto una impennata. A Londra infatti una tonnellata di robusta si vende a 2.241 dollari. Circa l'70% in più rispetto a un annetto fa.

Meno forte è stato l'impatto sulla variante arabica, quella di maggiore qualità, che durante l'ultimo anno è salita a 3,28 dollari al chilo, circa il 30% in più. Inoltre l'arabica ha avuto un surplus produttivo notevole, grazie alle annate eccezionali per Brasile, Honduras e Colombia.

Questo significa che se la tazzina di caffè sarà più cara, almeno la composizione della miscela è destinata a diventare di maggiore qualità, per via di un sempre maggiore utilizzo della componente arabica a scapito della più modesta robusta.
Alla fine quindi si spenderà qualche centesimo in più per il caffé al bar, ma almeno ce lo potremo gustare alla grande.

lunedì 16 gennaio 2017

Valute: l'effetto Brexit torna a farsi sentire. L'euro sale contro la sterlina

I timori legati alla Brexit tornano a farsi sentire pesantemente sulla sterlina nel mercato delle valute. Oggi il pound va in picchiata nei confronti di molte divise del paniere principale del forex market, dopo che tra ottobre e novembre aveva messo in atto un parziale recupero. A farsi sentire, come sempre, è il timore delle conseguenze che la hard Brexit potrebbe avere sull'economia britannica.

L'andamento di Eur-Gbp sul mercato delle valute

Malgrado viaggi a corrente alternata, il cross Eur-Gbp è salito ancora, così come sta facendo quasi da un mesetto. Il cambio dopo aver chiuso venerdì a quota 0,872, stamattina ha aperto con un gap-up discreto (0,8833), e secondo la piattaforma IQ option oggi marcia attorno a 0,878 (puoi vedere qui l'argomento IQ option opinioni). Il guadagno complessivo è circa dello 0,60%.

Sembrano quindi essere ancora pesanti i timori connessi dalla hard Brexit. Va anche detto che si approssima un appuntamento importante, visto che domani ci sarà un discorso da parte della premier britannica Theresa May. L'altro market mover della settimana potrebbe esserci invece giovedì, quando a parlare sarà il governatore BCE, Mario Draghi.

Intanto i segnali forex gratis in tempo reale suggeriscono "buy", visto che la coppia valutaria procede ancora al rialzo, sia pure con un andamento balbettante (lo dimostrano le candele dal body ridotto) e accompagnato sempre dal timore che possa esserci una svolta dietro l'angolo. Il mercato cioè viaggia in una direzione, ma in modo circospetto perché teme che tutto possa cambiare all'improvviso.

sabato 14 gennaio 2017

Moody's, patteggiamento record: 864 milioni di dollari per i rating fasulli

Arriva una mega-stangata per Moody's, che dovrà sborsare 864 milioni di dollari agli USA. L'importo è determinato da un patteggiamento che l'agenzia internazionale di rating ha fatto con le autorità federali e statali Usa, dopo l'accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari tossici che poi sono stati tra le cause della crisi del 2008.

I contenuti del patteggiamento di Moody's


Più della metà circa di questi soldi (437,5 milioni di dollari) andranno al Dipartimento di giustizia, mentre la parte restante è destinata a finire alle autorità giudiziarie di 21 stati Usa, più il District of Columbia. A muovere per primo la causa contro Moody’s era stato lo stato del Connecticut nel 2010 accusando Moody’s di avere alterato i rating, gonfiando volontariamente il giudizio sull’affidabilità dei titoli tossici collegati ai mutui.

L'errore per il quale è stato punita Moody’s (così come Standard & Poor’s e Fitch) è aver assegnato una bassa eventualità di default a titoli che invece erano molto rischiosi, perché c'erano di mezzo delle enormi commissioni che corrispondevano le grandi banche d’affari, che al tempo stesso erano le emittenti di quei titoli tossici.

Il patteggiamento segue ad una parziale ammissione di colpa da parte di Moody’s, che ha riconosciuto di non aver seguito i suoi standard di giudizio per valutare quei titoli, anche se non ha spiegato (men che meno ammesso) il motivo per cui lo ha fatto. Oltre al patteggiamento, Moody’s ha preso anche l'impegno di adottare delle misure tali da assicurare l'integrità dei rating futuri. tra queste misure c'è quella di non far partecipare gli analisti ai colloqui commerciali con i clienti.

martedì 10 gennaio 2017

Prezzi alle stelle per frutta e ortaggi. Il gelo offre la scusa buona a chi ci specula sopra

Il gelo si fa sentire sulla salute degli italiani, ma anche sulle loro tasche. L'economia sente il freddo alimentato da chi specula sui consumi di prodotti agricoli. L'ondata di freddo artico che ha colpito l'Italia, e in particolar modo le regioni del Mezzogiorno hanno avuto un contraccolpo durissimo sui prodotti della terra. Proprio dal Meridione infatti proviene gran parte delle produzioni orticole, quelle che poi finiscono sugli scaffali.

La giustificazione all'aumento dei prezzi

Ecco allora che i prezzi di alcuni ortaggi sono aumentati in misura clamorosa, in certi casi il loro aumento medio è giunto al 200% nel passaggio dal campo alla tavola. Questo è quel che sostiene Coldiretti.
Il punto è che sono decine di migliaia le aziende agricole che hanno perso le produzioni di ortaggi invernali, quelli ormai prossimi alla raccolta (come carciofi, rape, cavolfiori e finocchi), così come danni sono stati causati agli agrumeti e vigneti di uva da tavola.

C'è poi il dramma di quelle aziende e stalle isolate che con molta fatica sono riuscite a conservare la loro produzione, ma poi non riescono a consegnare il latte quotidiano e le verdure per via delle strade impraticabili. Ad esempio, la consegna di ortaggi dalla Puglia è crollata del 70%. Alcuni prodotti sono addirittura scomparsi dai banchi dei supermercati.

Secondo il Centro ortofrutticolo di Roma, questi sono gli aumenti registrati: +225% spinaci, +350% bietole, +233% cipollotti, +170% lattuga, 157% zucche, 150% cavoli.
Sono tutti davvero aumenti giustificati? Secondo l'associazione degli agricoltori, sono del tutto speculativi gli aumenti sui prodotti già raccolti da tempo, come mele, pere e kiwi. Si sa però che niente ferma i furbetti.

sabato 7 gennaio 2017

Stipendi, Apple taglia il compenso ai vertici dirigenziali. Cook perde 1,3 milioni

Come reagireste se vi tagliassero lo stipendio di 1,3 milioni di dollari? Purtroppo già sappiamo la risposta: "e chi li ha visti mai!". Non avrà risposto così Tim Cook, amministratore delegato di Apple, che ha dovuto subire una decurtazione dei propri bonus economici per non avere centrato gli obiettivi prefissati dal gruppo. Le vendite annuali si sono attestate a 215,6 miliardi di dollari, il 3,7% al di sotto del target di 223,6 miliardi e l’utile operativo è stato di 60,0 miliardi, lo 0,3% al di sotto dei 60,3 miliardi di dollari di target.

I tagli agli stipendi

Tranquilli, con gli altri 8,7 milioni che riceverà, di certo non farà fatica ad arrivare a fine mese. Anche perché Cook nei mesi scorsi ha ricevuto 1,26 milioni di azioni Apple, valutate in agosto 135 milioni di dollari. Il manager inoltre può contare su un altro pacco di 2,1 milioni di azioni ancora sottoposte a restrizione che vale quasi 240 milioni di dollari.
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Il motivo per cui c'è stato questo taglio, come detto è il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati in termini di ricavi e profitti. Ma Tim Cook non è stato il solo a subire questa decurtazione. Anzi c'è chi ha subito un taglio ai compensi molto più sostanzioso. Lo chief financial officer, Luca Maestri, ad esempio ha ricevuto 22,80 milioni di dollari, ovvero 2,5 milioni meno dell’anno precedente, inclusi 20 milioni di premio in azioni. Eddie Cue, senior vice president, ha ricevuto 22,81 milioni di dollari contro i 25,05 del 2015.

giovedì 5 gennaio 2017

Valute: l'euro riprende quota sul dollaro dopo le minute del Fomc

Una ventata di ossigeno pure arriva per l'euro sui mercati delle valute. La moneta unica allontana temporaneamente lo spettro della parità sul dollaro, beneficiando della pubblicazione delle minute della FED, riguardo all'ultima riunione del dicembre scorso. Un report dal quale è emerso che all'interno del Fomc (l'organismo monetario della Federal Reserve) c'è stato qualche dubbio sulle azioni da intraprendere dopo la vittoria di Trump alle elezioni.

I verbali del Fomc e i riflessi sul mercato delle valute

Dopo la pubblicazione delle minute, il dollar index ha perso terreno mentre l'euro si è riportato oltre quota 1,05 secondo i dati del broker Ig markets (vedi qui Ig markets opinioni). Il calo del biglietto verde si può ritenere comunque anche fisiologico, visti gli aumenti spropositati dell'ultimo mese e mezzo.

Dopo aver fatto dei balzi da record nel Forex market, arrivando a valori che non si vedevano da 14 anni, la valuta statunitense ha virato al ribasso e stamattina perde nei confronti dell'euro fino a 1,0514 con il cross Usd-Eur che secondo i dati IronFx registrano un aumento dello 0,25% (vedi IronFX opinioni).Il dollar index immediatamente dopo la pubblicazione delle minute, ha esteso le perdite scendendo dello 0,6%.
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Ma cosa dicono queste minute? Rendono conto del meeting avvenuto lo scorso dicembre a seguito della quale è stato deciso di procedere all'aumento del costo del denaro di 25 punti base. Tuttavia, pare che c'è stata qualche incertezza sul percorso della politica fiscale Usa dopo a vittoria di Trump, e inoltre ci sono dei timori che la crescita così forte possa generare un aumento delle pressioni inflazionistiche. Proprio per questo la maggior parte dei membri del Fomc ritiene opportuno procedere a un rialzo graduale dei tassi anche in un futuro prossimo.

domenica 1 gennaio 2017

Tariffe: il canone RAI scende a 90 euro e sarà spalmato a rate in bolletta


Cambiano nuovamente le regole per il pagamento del canone RAI. Nell'anno che è appena cominciato infatti, l'importo della tariffa per l'utilizzo del servizio radiotelevisivo scenderà di 10 euro, passando da 100 a 90, ma sarà anche spalmata a rate tra i diversi mesi dell'anno. In particolare, le rate si intendono scadute il primo giorno del mese, da gennaio a ottobre.

Canone RAI, ecco le nuove regole sulle tariffe


L’addebito in bolletta è collegata alla residenza anagrafica, ma comunque il canone è addebitato su una sola fornitura anche nell’ipotesi in cui per un medesimo codice fiscale risultino più forniture rispetto alla residenza.

L’addebito avviene in base ad una "presunzione" che sia detenuto una tv là dove c’è un’utenza elettrica che coincide con la residenza anagrafica.

Proprio per questo motivo, spetta all'utente dimostrare che la presunzione è sbagliata, e che non c'è alcun apparecchio Tv in casa. Chi lo ha fatto dal 31 luglio 2016 al 31 gennaio 2017 sarà esonerato dal pagamento del canone per l’intero anno. Chi lo farà dal 1° febbraio al 30 giugno 2017 sarà esentato dal canone per il secondo semestre 2017.

L’Agenzia delle Entrate inoltre ha fornito delle tabelle con gli importi delle rate del canone per le utenze già attivate e per quelle nuove, che vengono allineate al mese in cui si accende l’abbonamento. Se l’utenza è attivata dopo il 1° ottobre, le 3 rate 2017 si pagheranno in unica soluzione nel gennaio 2018.